TRADUZIONE
IN ITALIANO DEL VOLUME:Baroldi G,Silver
MD :THE ETIOPATHOGENESIS OF CORONARY HEART DISEASE:A HERETICAL THEORY
BASED ON MORPHOLOGY.Medical intelligence unit,2nd ed.Eurekah com,Landes
Bioscience,Georgetown,Texas,USA,2004;http//www.eurekah com
EZIOPATOGENESI DELLA MALATTIA CORONARICA E STRESS
ADRENERGICO.
Una teoria eretica
basata sulla patomorfologia
Dipartimento di Anatomia Patologica-Cattedra di Patologia
Cardiovascolare-Università di Milano
Department of Laboratory
Medicine and Pathobiology-University of Toronto-Toronto, Ontario, Canada
INDICE
1.
STUDIO MEDIANTE PLASTICI DEI VASI
CORONARICI
Definizione
della malattia coronarica
Origine
dell’eresia
Plastici
delle arterie coronarie
Conclusioni
dallo studio mediante plastici
Natura,
localizzazione ed età dell’occlusione coronarica
2.
STUDIO MORFOPATOLOGICO COMPARATIVO
Casistica e
criteri selettivi dei pazienti e controlli
Metodo esame
cuore
Arterie
coronarie extramurali
Vasi
arteriosi intramurali
Differenti
forme di necrosi miocardica
Analisi
statistica
3.
STORIA NATURALE DELLA PLACCA
ATEROSCLEROTICA CORONARICA UMANA E DANNO MIOCARDICO CORRELATO
Aterosclerosi
coronarica
Danno
miocardio in relazione alla funzione contrattile
Arresto
cardiaco
4.
REPERTI NELLE SINDROMI CORONARICHE
ACUTE
Dati dei
pazienti
Stenosi
coronarica aterosclerotica
Occlusione
coronarica
Forme
diverse di danno miocardio nella malattia coronarica
nell’infarto
acuto
nella morte
improvvisa/inattesa
Lesioni
vasali intramurali
Sindrome
coronarica cronica/ insufficienza congestizia
5.
REVISIONE DEI DOGMI SULLA MALATTIA
CORONARICA
Funzione
compensatoria delle collaterali coronariche
La placca
aterosclerotica coronarica
L’occlusione
coronarica
Dati
patologici sull’occlusione coronarica
Malattia dei
piccoli vasi
Diverse
forme di danno miocardico
Morte
improvvisa coronarica in letteratura
Interpretazione
personale su base morfologica
Eziologia-stress
adrenergico
Fatti a
supporto dello stress adrenergico nella malattia coronarica
Storia
naturale della miotossicità catecolaminica
Stress
adrenergico e alterazioni morfologiche correlate
Stress
adrenergico e eziologia della malattia coronarica
Considerazioni
conclusive
ILLUSTRAZIONI
TABELLE
BIBLIOGRAFIA
Un
altro punto importante da sottolineare è che sia il clinico che il patologo vedono per la prima volta un
paziente la cui malattia è iniziata tempo prima senza la possibilità di vedere
sia il suo istante iniziale che il suo progredire. Inoltre molte indagini
cliniche sono invasive e quindi impossibili da adottare per lo studio della
popolazione generale così da stabilire il reale significato di ogni fenomeno
sotto indagine. Il patologo invece, può confrontare ogni variabile, per
valutarne il reale significato patologico, sia in soggetti sani morti per
accidente sia in pazienti morti a causa di differenti malattie le quali spesso
sono “modelli sperimentali“ umani utili ad interpretare il valore causale e
patogenetico di certe lesioni. Il che è particolarmente essenziale dal momento
che troppi modelli sperimentali negli animali sono ben lontani dal riprodurre
la storia naturale della più parte delle malattie degenerative umane.
Un’ultima
osservazione riguarda la brutta abitudine invalsa in questi ultimi tempi di
considerare la letteratura di pochi anni precedenti con un doppio effetto molto negativo: cancellare contributi
scientifici fondamentali del passato neanche remoto e convalidare il dogma
eziopatogenetico di moda collegato ai tanti interessi di ogni tipo.
Avendo
presente tutto questo, la seconda edizione è stata scritta seguendo il processo
storico del nostro studio costituito da protocolli di ricerca ognuno dei quali
era la logica continuazione del protocollo
precedente; così come la scienza deve procedere. Iniziando dalle
collaterali del circolo arterioso coronario e terminando con l’insufficienza
cardiaca congestizia. Il tutto a confronto con “modelli“ di patologia umana
ogni volta che è stato possibile. I nostri dati, in contrasto al credo corrente, dimostrano
che:
1.
Nel
cuore umano le collaterali esistono e sanno compensare la riduzione del flusso
da ostruzione coronaria come risulta anche al clinico che in pazienti al loro
esordio di malattia coronaria vede una o più stenosi gravi preesistenti da anni
in soggetti apparentemente sani, spesso con una vita stressante.
2.
L’aterosclerosi
coronarica è dovuta ad un incremento degli stress emodinamici sulla parete
vasale - e correlato aumento del tono adrenergico - a seguito di discinesia
stabile o temporanea del miocardio dipendente con aumento della resistenza
periferica intramiocardica. Quest’ultima è da ricondurre ad una compressione
extravasale da parte del miocardio discinetico e tutti i mutamenti
riscontrabili a livello di placca aterosclerotica (emorragie, rottura,
trombosi) sono fenomeni secondari al blocco del flusso ematico intramurale.
3.
L’aterosclerosi
coronarica umana ha una storia naturale del tutto differente dalla placca
sperimentale ottenuta con dieta ipercolesterolica o visibile nel limitato
gruppo di pazienti con ipercolesterolemia familiare.
4.
La
necrosi miocardica infartuale non è un ammasso di tanti danni diversi quali la
necrosi da coagulazione, necrosi a bande di contrazione, apoptosi, come
proposto da un documento di consenso congiunto della Società Europea di
Cardiologia e dell’American College of Cardiology (Thygesen K. Alpert JS. J Am Coll Cardiol 36, 659, 2000).
È invece un’associazione di danni miocardici diversi ognuno con una sua
eziopatogenesi : abolizione del flusso ematico per la necrosi infartuate,
necrosi da catecolamine per la necrosi a bande di contrazione a sua volta
correlata con la fibrillazione ventricolare e la miocitolisi colliquativa
espressione di insufficienza congestizia a sua volta non dovuta a ischemia.
I dati morfologici permettono di ipotizzare che la malattia
coronarica è un fenomeno dipendente dallo stress adrenergico – inteso nel suo
senso appropriato – più che un problema idraulico.
Malcolm D
Silver
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA
Poche
parole per introdurre la versione italiana nella quale si sono apportate alcune
modifiche per aggiornare il testo inglese presentato per la stampa circa due
anni fa. Si è così arricchita la bibliografia apportando al testo i contributi
più recenti e si è modificato il titolo per mettere in risalto la base
culturale della nostra eresia che essendo fondata su dati di fatto meritava di
essre comunicata come merita di venire recepita e discussa.
Amante
della lingua italiana, troppo spesso inquinata da inglesismi esibizionistici da
cattivo salotto, ho evitato l’uso di parole straniere se non in casi
eccezionali. Con la precisazione che la parola “stress” la includo nella nostra
lingua in quanto deriva dal latino “stringere”, cioè coercire qualsivoglia
elemento. Con l’invito ad allargare il suo concetto inteso colloquialmente come
affaticamento fisico-psichico, a ogni fenomeno che venga ad alterare
l’omeostasi ”stringendo” struttura/funzione in logoramento dannoso sia per
l’una che per l’altra. E di ogni restringimento si deve individuare la natura
se si vuole prevenire o curare il danno dato dallo squilibrio da esso
provocato: squilibrio spesso dovuto ad uno sbilanciamento del sistema
autonomico, centro di coordinamento dell’attività di tutti gli organi e
sistemi, con predominanza simpatica o vagale. Il che comporta una
personalizzazione dello stress in quanto ognuno ha il suo tallone di Achille. E
nella malattia coronarica sono emersi reperti tali da negare la teoria
idraulica e sostituirla con lo stress adrenergico quale fattore essenziale per
capire la storia naturale dell’aterosclerosi, dei diversi tipi di necrosi
miocardica, l’aritmia maligna e l’arresto cardiaco.
Giorgio
Baroldi
STUDIO
DEI VASI CORONARICI MEDIANTE PLASTICI
La malattia
coronarica (MC) è l’epidemia di ogni società che dallo stadio culturale
agricolo passa a quello tecnologico-industriale con un sostanziale mutamento in
regime di vita consumistico che sovverte ogni parametro fisico e mentale.
Nonostante la prevenzione dei fattori di rischio ritenuti tali e i tanti nuovi
tentativi terapeutici, questa malattia rimane la prima causa di morbidità e di
morte delle società consumistiche con l’aggravante, rispetto ad altre malattie,
di colpire persone al massimo della loro esperienza e produttività,
particolarmente impegnate in lavori di alta responsabilità. Il danno umano e
sociale è enorme, specie se si considera da un lato l’aumento della vita media
e dall’altro la ridotta mortalità degli
eventi acuti, con il risultato, non molto entusiasmante, di un incremento
eccessivo di malati cronici da curare e riabilitare con costi insostenibili.
DEFINIZIONE DELLA
MALATTIA CORONARICA
L’attuale
è una definizione aggiornata del persistente concetto innescato dai primi
lavori su pochi casi d’infarto miocardio (Hammer 1878, Herrick 1912, 1919) la
cui causa si è ritenuta fosse un trombo occlusivo conseguente a rottura
(“explosion”) di una placca aterosclerotica coronarica (Chapman 1974). Più di
recente abbiamo imparato che le sindromi coronariche acute vanno così
interpretate: “Dalla arteriografia coronarica, dai risultati dopo riperfusione
fibrinolitica, dagli interventi chirurgici d’emergenza, dai dati postmortem si
è confermata l’importanza della rottura/trombosi. Quest’ultima combinazione
appare essere la causa più frequente di tutte le sindromi coronariche acute
(angina instabile, infarto miocardico, morte improvvisa ischemica). Se si
accetta il concetto che tutte le sindrome acute coronariche sono dovute a
rottura acuta della placca seguita da trombosi o spasmo o ambedue, noi possiamo
prospettare una teoria unificante “(Gorlin et al. 1986). La modificazione
dell’espressione genica volta ad alterare la composizione della placca e la
possibilità di chiarire e quindi poter inibire il difetto protrombotico,
permetterà in futuro di prevenire tale rottura e le sue conseguenze (Mac Isaac
et al. 1993). Una prevenzione ottimisticamente prevista nei primi anni del
nuovo millennio (Braunwald 1997).
Questa
teoria idraulica con la benedizione della biologia molecolare a delineare la
vulnerabilità della placca (Libby 1995, Akinawa et al. 2004), si fonda
sull’incapacità clinica di dimostrare il circolo coronarico collaterale angiograficamente
(Helfant et al. 1970). Teoria idraulica che con tutto quello che la contorna,
andrebbe rimeditata se non negata una volta che si dimostri l’esistenza di tale
circolo.
Origine dell’eresia
La
storia della nostra ricerca e quindi dell’eresia, ha inizio nel 1952 quando uno
di noi (GB), in una vecchia cantina dell’Istituto di Anatomia Patologica
dell’Università di Milano, incominciò ad iniettare le arterie coronarie per
stabilire se le collaterali esistessero o meno. La loro esistenza era dibattuta
e il loro significato funzionale praticamente negato. Fatto questo essenziale
per intendere l’etiopatogenesi della malattia coronarica. A parte alcuni dati
sperimentali (Gregg 1950) gli studi postmortem erano prevalentemente negativi
(Blumgart et al. 1940) o tuttavia
insufficienti a dimostrare un loro significato funzionale sia nel cuore normale
che in quello patologico. L’idea prevalente era ed è che esse sono assenti o
comunque inabili a proteggere dall’ischemia.
Una
revisione completa della letteratura è stata fatta in lavori precedenti
(Baroldi et al. 1956, e in una monografia del 1967 citata come lavoro di
riferimento ancora nel 1980 by Higgins) e in più recenti nei quali si è
sottolineato come, tranne rare eccezioni (Zamir et al. 1985), l’argomento è
stato investigato soltanto nell’ambito della cineangiografia coronarica in
pazienti.
Studio
mediante plastici dei vasi coronarici
L’anatomia
del sistema vascolare del cuore è stata rivalutata con particolare riferimento
alle collaterali o anastomosi definibili come rami vasali che collegano arterie
diverse o branche diverse di una stessa arteria. In questo studio sono stati
esaminati 50 soggetti normali morti per accidente, 19 cuori normali di pazienti
senza malattie cardiovascolari, 10 bambini dall’età neonatale fino a 10 anni,
tutti con cuore normale, 25 cuori atrofici e 48 ipertrofici con arterie
coronarie normali, 18 pazienti con anemia cronica e/o malattia ipossica con
cuore normale e 217 pazienti con lesioni ostruttive di ogni grado delle arterie
coronarie. Di questi 217 pazienti 70 erano casi di morte improvvisa e inattesa
e 147 ospedalizzati dei quali 47 morti per infarto miocardio acuto, 21 con
associata una fibrosi e 100 con miocardio normale o con fibrosi minima, morti
per cause non cardiache. Tutti i casi sono stati selezionati secondo i criteri
riportati più avanti.
Il
materiale plastico (Geon latex 756 o Neoprene 842 A) è stato iniettato nelle
arterie coronarie con una pressione di 130-200 mmHg attraverso l’aorta dopo
chiusura ermetica della sua valvola. Per agevolare la penetrazione del
materiale si è esercitata una pressione ritmica sull’aorta e lieve massaggio
del cuore sospeso. La solidificazione del materiale plastico è stata ottenuta
ponendo il cuore in formalina al 10% a 40-50° C per 48-72 ore per ottenere prelievi del miocardio per l’esame
istologico. I plastici vasali (Fig. 1) danno una visione tridimensionale dei
vasi fino ad un diametro di 20 mm. E l’assenza di retrazione del materiale durante la sua
solidificazione, permette la misurazione dei diametri vasali da intendersi come
diametri in dilatazione massima in quanto iniettati e fissati sotto pressione.
Per
un confronto fra i diversi gruppi, il sistema collaterale è stato valutato
mediante un “indice anastomotico“ così formulato: IA = Diametro massimo +
(diametro medio x frequenza) / 100 in cui il diametro massimo corrispondeva a
quello dell’anastomosi maggiore riscontrata nel singolo cuore, quello medio
alla media dei diametri osservati e la frequenza era il numero delle anastomosi
con un diametro superiore a 100 mm. In genere nel cuore normale si avevano circa 40 di
tali anastomosi e si è arbitrariamente considerato l’indice del cuore normale
pari ad 1.
Le
collaterali sono state distinte in omocoronariche se connettono rami di
una stessa arteria coronaria e intercoronariche se fra rami di coronarie
diverse. Da notare che esistono collaterali extracoronariche fra le
arterie del cuore e distretti arteriosi non cardiaci adiacenti come le arterie
bronchiali (Moberg 1968).
Infine,
mediante iniezione del seno coronarico o delle cavità cardiache si è riprodotto
il sistema venoso del cuore in 74 casi e i vasi arterioluminali e venoluminali
direttamente comunicanti con le cavità cardiache in 48 e le anastomosi
extracardiache in 18 cuori (Baroldi et al. 1967).
Dallo
studio di questi plastici si sono distinti i seguenti tipi di distribuzione
anatomica: Tipo 1 (77%) la coronaria destra (CD) da origine alla branca
discendente posteriore e a secondo della sua lunghezza si hanno tre sottotipi:
1°(5%) quando la CD termina con la discendente posteriore; 1b(55%) la CD
vascolarizza la metà posteriore del ventricolo sinistro; 1c(17%) tutto il
ventricolo sinistro posteriore è irrorato dalla CD la quale termina al margine
cardiaco sinistro. Nel Tipo 2 (8%) la branca discendente posteriore
origina dalla circonflessa sinistra mentre nel Tipo 3 esistono due
discendenti posteriori, una dalla CD e l’altra dalla circonflessa sinistra. Una
terza coronaria o arteria del cono o arteria coronaria
accessoria destra con un proprio ostio si ha nel 46% dei casi (8% doppia,
1% tripla).
Collaterali
Esiste
un’estesa rete formata da collaterali sia omo- che intercoronariche in tutte le
regioni del cuore normale (Fig. 2). Esse uniscono rami arteriosi adiacenti
lungo tutto il loro percorso nel contesto della parete cardiaca assumendo un
caratteristico aspetto finemente ondulato per un possibile adattamento in
parallelo alla direzione del ciclo contrattile.
Le
anastomosi coronariche umane sono intramurali e hanno una struttura di tipo
capillare. Solo in due cuori, su diverse centinaia iniettati, si è osservata
un’anastomosi sulla superficie cardiaca in un cuore normale con un diametro di
di 100 mm. e in un
cuore con stenosi coronariche severe e anastomosi superficiali di diametro
variabile da 500 a 1000 micr. con
accenno di tunica media e membrana elastica frammentata.
Il
diametro delle collaterali nel cuore normale variava da meno di 20 a 350 micr.
(Indice anastomotico da 3. 4 a 6. 2 media 4. 7); nel cuore atrofico con arterie
coronarie normali l’indice è stato 2. 5-6. 4 media 3.7 mentre nel cuore
ipertrofico, sempre con coronarie indenni, i valori sono stati 4. 5-14. 0 media
7.4 e in cuori normali in pazienti ipossici 9.0-19.0 media 12.0 (Tab.1; Fig.
3).
In
presenza di stenosi aterosclerotiche con riduzione del diametro superiore al
70%, si è visto un aumento molto accentuato delle anastomosi in termini sia di
diametro (oltre i 1000 mm) che di lunghezza (diversi centimetri). Ogni grave riduzione del lume
era associata ad un ingrandimento collaterale il quale era massimo se
esistevano stenosi multiple. Le anastomosi erano omo o intercoronariche
strettamente correlate alle stenosi (anastomosi satelliti; Fig. 3-4) con un indice anastomotico
variabile da 5 a 33 media 16 in caso di stenosi unica e 22 se le stenosi erano
multiple. Il grado di ingrandimento delle collaterali non era correlato
all’esistenza di un infarto sia acuto che pregresso e allo stato del miocardio
in genere. Analogamente i casi di morte improvvisa e inattesa non hanno
mostrato correlazione alcuna con lo stato collaterale. Il particolare circolo
collaterale satellite a livello della placca aterosclerotica verrà descritto
più avanti.
Funzione
collaterale in base ai nostri dati
In
disaccordo con altri (Blumgart et al 1940) la riproduzione tridimensionale
plastica ha dimostrato che nel cuore umano le collaterali esistono. Presenti
già alla nascita, esse possono compensare nell’infanzia come si può vedere nei
casi con origine anomala della arteria coronaria sinistra con flusso ematico
deviato dall’aorta, mediante le anastomosi, nell’arteria polmonare a bassa
pressione. Tre le circostanze con incremento delle collaterali: ipertrofia
cardiaca e ipossia cronica con arterie coronarie normali e stenosi coronariche
critiche. Solo in cuori atrofici senza danno coronarico il diametro delle
collaterali è risultato minore del normale (Tab. 1). I vasi anastomotici
possono quindi ingrandirsi per iperplasia delle componenti della parete in
condizioni diverse e con differente significato funzionale. Si è già detto come
la parete delle collaterali sia di tipo capillare (Fig. 4) con modificazioni strutturali
insignificanti anche se l’ingrandimento è massimo, quando sono extramurali. È
discutibile se si debba parlare di “angiogenesi“, vale a dire formazione di
nuovi vasi dal momento che non vi è prova alcuna che nel miocardio normale si
abbia una neoformazione vasale quale si ha nel tessuto riparativo di
granulazione, raro nel muscolo cardiaco. Infatti, la riparazione cicatriziale
di un infarto o di altre necrosi miocardiche avviene per collagenizzazione dei
tubi sarcolemmatici senza neoformazione vasale (Baroldi et al. 1975). Il
tessuto di granulazione con proliferazione di nuovi vasi si forma ogni volta si abbia una ferita del miocardio
per qualsivoglia causa traumatica. Così, nella operazione di Vineberg, oggi
abbandonata e basata sul concetto di rivascolarizzare un miocardio presunto
ischemico mediante impianto nel tessuto miocardico dell’arteria mammaria
interna, si formavano collaterali a seguito della ferita chirurgica. Si è visto
tuttavia che la loro partecipazione alla ridistribuzione compensatoria del
flusso ematico era minima per la presenza delle collaterali native già
funzionanti. Mediante iniezione di un colorante (lisamina) nell’arteria
impiantata il colorante rimaneva nella zona d’impianto a causa del flusso
competitivo delle collaterali preesistenti e solo se si ostruiva l’arteria
coronaria principale il colore si estendeva alla zona ischemica (Mantini et al.
1968). Tuttavia, l’impianto dell’arteria mammaria interna è stato preso come
modello per promuovere la
rivascolarizzazione mediante l’azione di un fattore locale neoangiogenetico
capace di produrre nuove collaterali (Unger et al. 1990). Fenomeno ben poco
probabile e difficile da immaginare in un miocardio funzionante. È preferibile
parlare di angioiperplasia, ossia proliferazione delle componenti della parete con ingrandimento tridimensionale dei vasi
pre-esistenti come osservato nell’ipertrofia del cuore umano (Baroldi et al.
1967) e nell’ipertrofia sperimentale del ventricolo destro (Farb et al. 1993),
senza un aumento del loro numero. Angioiperplasia che si ha anche nei vasi
intramurali nelle malattie ipossiche croniche (vedi discussione sulla necrosi
infartuate del miocardio).
È
molto probabile che esistano meccanismi diversi che determinano una tale
angioiperplasia. Nell’ipertrofia/ipossia l’aumentata domanda di ossigeno
(Scheel et al. 1985, 1990) può indurre un incremento diffuso della dimensione
vasale mediante fattori di crescita endoteliali esistenti nei miociti (Speir et
al. 1988: Weiner et al. 1989; Sasaki et al. 1989; Sasayama et al. 1992). Un tale incremento collaterale si ha con
l’eparina (Fjita et al. 1988; Carroll et al. 1993; Quyyumi et al. 1993).
L’ingrandimento selettivo, satellitario delle collaterali in presenza di
stenosi indica che il gradiente pressorio e/o la velocità del flusso
collaterale (Flynn et al. 1993) e non l’ischemia, sono i fattori stimolanti
attraverso fattori di crescita delle cellule endoteliali (D’Amore et al. 1987;
Rajanayagam et al. 2000); il che spiegherebbe la correlazione fra flusso
collaterale e la concentrazione di fattori di crescita intracoronarico in
pazienti con stenosi in vasi differenti dimostrate all’angioplastica (Fleish et
al. 1999). Di fatto, nella stessa zona ischemica una singola collaterale molto
ingrandita coesiste con collaterali normali. In altri termini, non tutte le
collaterali ingrandiscono nell’intera area ischemica come dovrebbe essere se lo
stimolo fosse l’ischemia (Fig. 4) contraddicendo così il concetto che
l’ischemia per se è fattore collatero-genetico (Chilian et al. 1990).
Si
possono quindi distinguere due tipi di risposta angioiperplastica: una diffusa
che interessa tutti i vasi intramurali, collaterali incluse, nell’ipertrofia e
stati ipossici e l’altra satellitare topograficamente circoscritta alla stenosi
di un ramo coronarico principale extramurale. Pertanto due sono le funzioni che
si possono considerare:
1.
Quando
si ha un ingrandimento diffuso, in presenza di arterie coronarie normali, la
funzione è nutrizionale in quanto le collaterali fanno parte del letto
terminale. La loro struttura capillare, la loro disposizione spaziale spesso in
parallelo con le cellule miocardiche in ritmica contrazione e conseguente
adattamento a cavaturacciolo (Fig. 2) e flusso sistolico nel letto terminale
(Tillmans et al. 1974) indicano una funzione di tipo capillare, vale a dire la diffusione al miocardio delle
sostanze nutritive ad esso necessarie. L’ingrandimento in corso
d’ipertrofia/ipossia aumenta enormemente la superficie di scambio a compenso
dell’incremento della domanda energetica da parte del miocardio ipertrofico/ipossico.
L’inclusione del sistema collaterale nel letto
terminale invita ad alcuni ripensamenti sull’apporto di ossigeno e altre
sostanze dai capillari alle miocellule. Il modello geometrico di un capillare
per miocellula (Wearn et al. 1928) o di quattro capillari attorno ad ogni
singola miocellula (Ludwig 1971) va riconsiderato. In realtà, abbiamo una
superficie estesa di scambio molto maggiore con disposizione ubiquitaria
formata da una rete anastomotica che circonda le miocellule in ogni direzione. La
complessità geometrica del letto terminale spiega la capacità di soddisfare la
richiesta metabolica anche in cuori marcatamente ipertrofici. L’assenza di
relazione fra ipertrofia cardiaca ed estensione dell’infarto miocardio
contraddice l’opinione corrente di una ischemia relativa all’ipertrofia; come
nel cuore polmonare che può funzionare per molti anni senza un infarto isolato
del ventricolo destro anche quando associato a stenosi grave dell’arteria
coronaria destra (Baroldi 1971).
2.
La
seconda funzione delle collaterali è la ridistribuzioine del flusso ematico in
presenza di ostruzione coronarica. Il loro ingrandimento è proporzionale al
numero delle stenosi e l’aspetto morfologico visualizzato con i plastici
suggerisce un loro apporto di sangue al territorio reso ischemico dalla
ostruzione dell’arteria coronaria.
Un
fatto da sottolineare è l’alta variabilità dell’indice anastomotico e quindi di
collateralizzazione nei diversi gruppi esaminati (Tab. 1). Così l’occlusione di
una arteria coronaria nella medesima sede in casi diversi può venire
“compensata”da relativamente poche anastomosi molto aumentate di calibro
(visibili anche angiograficamente in vivo) o da moltissime anastomosi di
calibro relativamente piccolo (100-300 mm) non visibili
angiograficamente (Fig. 4). Nonostante l’affermazione che l’angiografia
coronarica permette di evidenziare vasi intramurali di 100 mm in diametro (Gensini et al. 1969), il confronto fra
cineangiografia coronarica e plastico coronarico dimostra la quasi totale
incapacità della prima a visualizzare il sistema intramiocadico.
Due
i fattori da ritenersi responsabili per la variabilità della risposta
collaterale coronarica. Uno, la progressione dell’aterosclerosi in differenti
rami coronarici extramurali a tempi diversi con ridistribuzione del flusso per
il variare dei gradienti pressori con l’instaurarsi di nuove stenosi critiche.
L’altro fattore è la necrosi infartuale a seguito della quale, già in tempi
brevi, non si riesce ad iniettare, sia con materiale radiopaco che plastico,
tutto il sistema arterioso intramurale della zona necrotica. Lo stiramento di
quest’ultima con compressione e trombosi secondaria dei vasi determina un’area
avascolare con la sola visione dei rami extramurali (vedi necrosi infartuale).
Nell’infarto cicatrizzato il quadro istologico è costituito da un tessuto
connettivo, ialino, denso ed avascolare, qualche volta attraversato e spesso
circondato da capillari giganti, a forma di plesso angiomatoso per altro già
visibili in fase di riparazione. L’obliterazione e sparizione dei vasi
intramurali, collaterali incluse, induce a ritenere che le anastomosi
sopravvissute debbano ulteriormente aumentare in diametro dal momento che il
gradiente pressorio fra l’arteria ostruita tributaria della zona infartuata e i
rami adiacenti connessi con le anastomosi, persiste. Sono queste le collaterali
molto ingrandite e visibili all’angiografia senza che questo significhi un
aumento del flusso compensatorio. La rete anastomotica satellite a livello di
placca aterosclerotica coronarica verrà descritta e discussa nel Capitolo 5.
Immagine angiografica
delle collaterali in vivo
In
molti studi in pazienti sottoposti a bypass chirurgico o angioplastica o
trombolisi intracoronarica dopo un infarto si è indagata la presenza di collaterali
in rapporto ad altre variabili funzionali. Una loro maggior frequenza è stata
osservata in casi con stenosi multiple senza tuttavia correlazione alcuna fra
numero delle stenosi/ presenza o assenza delle collaterali e anormalità
emodinamiche, come pressione endodiastolica del ventricolo sinistro o indice
cardiaco. Le alterazioni ventricolografiche se pur correlate all’aumento
numerico dei rami ostruiti, tuttavia non dipendevano dalla presenza delle
collaterali, suggerendo l’assenza di una loro protezione antischemica (Helfant
et al. 1970, Bodenheimer et al. 1977). Una riduzione di flusso si è vista in
territorio miocardio dipendente da collaterali in pazienti con occlusione della
discendente anteriore sinistra (Arani et al. 1984). Altri pazienti candidati al
bypass chirurgico con totale occlusione di una arteria coronaria associata a
collaterali hanno mostrato alterazioni emodinamiche (pressione post stenotica,
e iperemia da graft) uguali a quelle osservate in arteria con stenosi del 90%
senza collaterali. Analogamente, si aveva un aumento dell’asinergia
ventricolare sinistra in proporzione all’incremento della gravità
dell’ostruzione coronarica senza relazione alcuna alla presenza o meno delle
collaterali nell’immagine cineangiografica: 63% dei segmenti ipo-acinetici
associati ad occlusione coronarica cronica con collaterali rispetto al 45% con
stenosi <80%, 52% con stenosi dell’ 80-90% e 57% con stenosi del 90-99%
senza collaterali (Flameng et al. 1979). Mediante PET, in pazienti con angina
pectoris senza precedente infarto miocardico e persistente occlusione di una
arteria coronaria, flusso ematico, metabolismo ossidativo e glucosio erano uguali in segmenti
collaterali-dipendenti e non dipendenti, tutti con funzione contrattile
normale. Al contrario, in segmenti collaterali-dipendenti ma disfunzionanti si
aveva una riduzione del flusso e del metabolismo ossidativo e un aumento del
glucosio rispetto ai segmenti normali non collaterali dipendenti. Tuttavia,
quando si sono confrontati segmenti collaterali-dipendenti disfunzionanti e non
disfunzionanti, non si è rilevata una differenza di perfusione ematica. Il
flusso collaterale in zone da esso dipendenti aumenta notevolmente in quelle
non asinergiche dopo infusione endovenosa di dipiridamolo mentre è minimo in
quelle asinergiche. In uno studio con follow up di un numero limitato di
pazienti sottoposti ad angioplastica (8 pazienti) o bypass chirurgico (4
pazienti) 11 hanno mostrato una rivascolarizzazione adeguata a giudicare dalla
ripresa funzionale del miocardio asinergico (Vanoverschelde et al. 1993). In
altro studio con la PET in pazienti con angina da sforzo, normale funzione
ventricolare e occlusione di un ramo arterioso coronarico principale, il flusso
collaterale-dipendente nei pazienti a riposo era uguale a quello di volontari
sani. Dopo dipiridamolo un tale aumento di flusso era dimezzato rispetto a
quello delle zone normali (Mc Falls et al. 1993).
Fra
i non molti studi in vivo sull’argomento, sono stati citati i più significativi
nel rilevare contradizioni paradossali, senza tenere conto dell’effetto
compressorio sui vasi da parte del miocardio asinergico; imputando a una non
documentabile rivascolarizzazione la ripresa funzionale del miocardio dovuta
invece ad altre cause altrettanto non ancora documentabili. Da qui, i molti
editoriali (Cohen 1978; Gregg et al. 1980; Topol 1991; Sasayama et al. 1992) a
sottolineare le incertezze del ruolo delle collaterali nella malattia
coronarica. Così altri contributi hanno mostrato come la pre-esistenza di collaterali
preveniva la formazione di un aneurisma postinfartuale (Forman et al. 1986;
Habib et al. 1991) nonostante la loro incapacità a migliorare la funzione
ventricolare (Hirai et al. 1989); in pazienti con infarto miocardico acuto,
presenza di collaterali e trombolisi senza disostruzione, si è osservata una
riduzione dell’estensione dell’infarto mediante valutazione enzimatica (Habib
et al. 19991) e con miglioramento della funzione ventricolare giudicata dalla
frazione di eiezione (Williams et al. 1976; Nohara et al. 1983; Rogers et al.
1984; Schwartz et al. 1985; Saito et al. 1985; Habib et al. 1991). Una tale
miglioramento della funzione è stato visto dopo terapia trombolitica ritardata
(entro 12 ore) ma non dopo infusione intracoronarica di nitroglicerina (Rentrop
et al. 1989). D’altra parte, la ricanalizzazione dopo trombolisi
intracoronarica in pazienti con infarto acuto e presenza di collaterali non ha
migliorato la funzione ventricolare (Rogers et al. 1984; Saito et al. 1985).
Dopo
un lungo periodo di “cardiologia aggressiva “in questa era del catetere, è
tempo di rivedere tutte le ipotesi finora formulate sulla eziopatogenesi della
cardiopatia ischemica in base a tre considerazioni di fondo se si vuole
stabilire il reale significato morfo-funzionale dei parametri strutturali che
veniamo scoprendo: 1) Clinici e patologi vedono soltanto quanto già prodotto da
uno stadio avanzato della malattia. Considerazione già detta ma che merita di
essere ripetuta perché troppo spesso dimenticata; 2) Non è facile stabilire la
cronologia degli eventi distinguendo i primari dai secondari nel corso di una
malattia; 3) Il monitoraggio clinico della malattia ischemica, cogliendo i
fenomeni prima del suo insorgere, al suo inizio e durante il suo decorso fino
al termine ed esaminare istologicamente il cuore è stato possibile una sola
volta in letteratura (Baroldi et al. 1990). Precisando che non esiste alcun
modello sperimentale in grado di riprodurre questa malattia. Ciascuna di queste
considerazioni è essenziale se si vuole realmente capire il rapporto
causa-effetto di tutti gli eventi che costituiscono la sua ancora incompleta
storia naturale.
È
nostro convincimento che la malattia coronarica non è soltanto un problema
emodinamico bensì la somma di molti altri fattori spesso ignorati o
sottovalutati. Il dovere è di rivalutare la correlazione fra i diversi
parametri e discriminare fatti dalle parvenze da cui originano ipotesi false
che portano fuori strada. Si procederà nella nostra esposizione punto per
punto, o meglio gradino per gradino,
così come si è evoluta la nostra ricerca con in mente l’osservazione di
Wilson (1952): ”se uno dubita della necessità di un controllo continuo,
rifletta sulla seguente affermazione: è stato dimostrato in modo definitivo da
migliaia di esperimenti che il battere del tam-tam fa tornare il sole dopo
un’eclissi”.
CONCLUSIONI
DERIVATE DALLO STUDIO DEI PLASTICI CORONARICI
La
diagnosi d’ischemia si basa sulla percentuale della riduzione del lume nelle
arterie coronarie visualizzate mediante cineangiografia. Di conseguenza, ogni
sforzo è indirizzato a identificare e quantizzare tali stenosi. A parte le
difficoltà di ottenere un’esatta misurazione dati i molti errori nel giudicare
l’immagine angiografica, va tenuto presente che il flusso coronarico dipende da
tante variabili. Esso è direttamente proporzionale alla quarta potenza del
raggio del lume e inversamente proporzionale alla viscosità del sangue e alla
lunghezza del vaso. In particolare, la differenza pressoria a livello del
segmento stenosato è determinata dalla pressione a monte, la resistenza al
flusso del tratto ostruito, la resistenza periferica del distretto vasale
distale alla stenosi (Gregg 1950). In un sistema artificiale si è visto che un
aumento massimo della resistenza periferica può ridurre il flusso a livelli
minimi se non abolirlo anche in presenza di un lume normale. È quindi molto
difficile valutare l’effettiva riduzione di flusso specie se si includono altre
variabili come il tono vasale, il circolo collaterale e l’effetto sul flusso
della contrattilità miocardica vuoi normale che asinergica. L’attuale concetto
prevalente è che le arterie coronarie, almeno dal punto di vista fisiologico,
siano arterie terminali e che le collaterali dimostrate postmortem siano
comunque del tutto incapaci di proteggere da un attacco ischemico. Se quindi si
accetta questo preconcetto, il flusso
nutritivo al miocardio dipende esclusivamente dalla quantitàdi sangue che passa
nel lume residuo del ramo arterioso extramurale. L’assunto è che anche un lume
di pochi microns di diametro (90-99% di riduzione corrisponde rispettivamente
ad un lume di 400-40 mm) permetta un flusso adeguato che
può venire bloccato da un’occlusione trombotica con infarto o da un aumento
della domanda metabolica miocardica con dolore anginoso. Un assunto difficile
da accettare da quando per la prima volta si è visto un plastico che
tridimensionalmente mostrava l’ingrandimento collaterale satellite alla
stenosi. La somma dei calibri delle collaterali superava di gran lunga quello
del calibro residuo a livello della stenosi. Il che costringe a rivedere la
placca aterosclerotica non già come un elemento statico bensi un’ integrazione
di fattori dinamici e biomolecolari in continuo divenire.
La
questione di fondo è quindi se la ridistribuzione compensatoria del flusso
attraverso le collaterali possa o meno prevenire l’ischemia nel territorio del
ramo ostruito. Diverse osservazioni sotto gli occhi di chiunque inducono a
ritenere che esista un compenso tale da mettere in discussione il concetto
d’ischemia cronica. Con la premessa che già l’ingrandimento collaterale di per
se è prova di un aumento del loro flusso, i fatti seguenti confermano la sua
adeguatezza compensatoria:
1.
Soggetti
sani, deceduti per morte accidentale con occlusione coronarica senza precedenti
clinici di cardiopatia ischemica e senza fibrosi miocardica da infarto cicatrizzato.
2.
Pazienti
deceduti per malattia non cardiaca, senza compromissione cardiaca e fibrosi
miocardica estesa nonostante occlusioni o stenosi gravi coronariche anche
multiple. Su 217 di questi casi consecutivi con aterosclerosi coronarica, 46
avevano stenosi coronariche lievi e 171 severe in una o più arterie coronarie.
Un infarto è stato documentato nel 10% dei primi e nel 40% dei secondi.
(Baroldi et al. 1967). In particolare, la più parte dei casi con stenosi
superiore al 90% non aveva evidenza istologica alcuna d’infarto acuto o
pregresso. D’altra parte, anche angiograficamente è stato possibile documentare
occlusioni coronariche senza infarto (Ambrose et al. 1988).
3.
Casi
di aortite con stenosi subocclusiva o occlusiva dei due ostii coronarici senza
infarto (anastomosi extracardiache).
4.
Al
primo segnale di malattia ischemica in soggetti apparentemente sani la
stragrande maggioranza presenta una o più stenosi critiche o occlusioni dei
rami arteriosi subepicardici, preesistenti da mesi o anni, documentabili con la
cineangiografia. Lesioni coronariche che non hanno impedito di condurre una
vita normale, spesso stressante.
5.
Esperimenti
nel cane hanno confermato quanto osservato nell’uomo. L’occlusione di una
stenosi coronarica indotta qualche giorno prima non ha prodotto alcuna
disfunzione o danno cardiaco mentre è stato dimostrato un incremento del flusso
collaterale, di entità tale da proteggere il miocardio dalla riduzione di
flusso nutritivo provocato con l’occlusione (Khouri et al. 1968); aumento
collaterale comprovato anche recentemente (Mills et al. 2000). Da ricordare
come la stenosi graduale induce un’aumento del flusso collaterale in tempi
brevi; e che la riapertura del vaso, ostruito per 7-10 giorni, provoca un
immediato declino di tale flusso che torna a valori normali entro 3-24 ore e
che la riocclusione riporta in tempi molto brevi a valori prima della
riapertura (Khouri et al. 1971; Gregg 1980).
Da
questi dati di fatto si deve concludere che la malattia coronarica quando
insorge ha spesso un danno coronarico aterosclerotico grave protetto dalle
collaterali almeno all’insorgere del primo segno di malattia; né esiste una
sola conferma che l’inizio sia dovuto ad insufficienza acuta del circolo
anastomotico, il quale, per mancanza di tunica media delle collaterali non può
essere sede di spasmo. Da sottolineare che all’insorgenza della malattia non
abbiamo a che fare come semplicisticamente si crede con assenza o presenza di
collaterali normali, ma con collaterali molto ingrandite per riadattamento funzionale
al relativamente lento progredire dell’ostruzione aterosclerotica e non solo
aterosclerotica. Si devono infine ricordare quei casi che sottoposti a legatura
chirurgica di un’arteria coronaria sezionata da ferita da arma da taglio al
torace per arrestare l’emorragia, non si è avuto un infarto miocardico
(Pagenstecher 1901; Bradbury 1942;
Zerbini 1943; Bean 1944; Carleton et al. 1954; Parmley et al. 1958); il che
permette di stabilire che anche le collaterali normali possono avere una
funzione compensatoria immediata, almeno nell’uomo.
L’invito
ai clinici e ai patologi è di riconsiderare il ruolo delle collaterali e a
riconoscere l’inaffidabilità a tutt’oggi della cineangiografia a valutarle per
limitatezza del metodo. non in grado di visualizzare la complessità del sistema
intramiocardico, anastomosi incluse sia per difetto risolutivo dell’immagine
sia per la forzata selettività monovasale d’iniezione. Il che significa una
competitività fra flusso radiopaco e quello non radiopaco contemporaneamente iniettati
con il risultato di evidenziare solo le anastomosi maggiori senza che questo,
come già accennato, abbia un significato funzionale protettivo.
Infine
la coronaroangiografia, come ogni angiografia, da una visione bidimensionale da
non permettere di riconoscere origine e terminazione dei vasi e loro
connessioni anastomotiche data la sovrapposizione delle immagini vasali.
Inoltre, in un paziente con un flusso retrogrado più o meno ritardato
attraverso collaterali satelliti intercoronariche non necessariamente significa
una difettosa ridistribuzione di flusso nutritivo. Il tratto distale
all’ostruzione può diventare un canale praticamente escluso dalla circolazione,
altre essendo le vie distributive ematiche. In altre parole, l’assenza di
flusso retrogrado e una ridotta pressione a valle di una stenosi critica non
vuole dire in modo incontrovertibile che il circolo collaterale non esiste.
Esistenza dimostrata quando si facciano ripetute inflazioni occlusive con il
palloncino durante angioplastica (vedi avanti). D’altra parte, il flusso
collaterale può venire abolito dalla compressione extravasale dei vasi
intramurali in presenza di asinergia miocardica con iperdistensione o
contrazione miocitaria.
La
logica conclusione è che le grandi anastomosi viste angiograficamente e la
distinzione fra assenza o povertà di collaterali e loro presenza non hanno
alcun valore né diagnostico né prognostico come confermano gli studi
agiografici prima riferiti e spesso male interpretati. Pertanto, il significato
di una maggiore estensione della fibrosi nel 68% delle biopsie transmurali in
assenza di collaterali contro il 29% in loro presenza (Schwarz et al. 1982) è
molto discutibile. Non solo, vanno citati reperti angiografici a sostegno di
quanto si viene dicendo come il fatto che una maggiore collateralizzazione si
ha con stenosi critiche multiple o ad infarto pregresso; o la stessa mancanza
di correlazione fra tipo ed estensione del danno miocardico e collaterali nel
nostro studio patologico e quella riscontrata fra indici emodinamici, numero ed
estensione dei segmenti asinergici, fattori metabolici e presenza o assenza di
collaterali cineangiograficamente evidenziate (Helfant et al. 1970; Bodenheimer
et al. 1977; Cohn et al. 1980: Vanoverschelde et al. 1993).
Più
avanti si descriverà la sparizione dei vasi intramurali comprese le anastomosi
nelle zone infartuate: sparizione in rapporto all’estensione dell’infarto.
Fenomeno sottovalutato e difficile, se non impossibile, da evidenziare
clinicamente una volta che si tenga conto, come vedremo, dei diversi tipi di
necrosi che si hanno in corso d’infarto. Comunque, quest’ultimo comporta una
scomparsa delle anastomosi in esso incluse e un ingrandimento delle
sopravissute visibili alla angiografia in vivo e postmortem (Spain et al. 1963).
Un fatto dimostrato anche sperimentalmente (Reimer et al. 1979) e dai seguenti
studi clinici: la ricanalizzazione mediante trombolisi in pazienti con infarto
miocardico acuto (IMA) è meno frequente (28%) se le collaterali sono presenti
con un’iniezione ottimale del tratto distale del ramo occluso tributario
dell’infarto rispetto (55%) alla loro assenza (Araie et al. 1990); in pazienti
IMA con occlusione totale del ramo tributario la frequenza collaterale (33%)
saliva al 90% fra 10-14 giorni dall’inizio dei sintomi se l’occlusione
persisteva. Al contrario si aveva un decremento collaterale dal 38 al 7% nei
pazienti con riperfusione mantenuta (Rentrop et al. 1989); in un terzo studio
in pazienti IMA con occlusione persistente nel 52% non si sono viste collaterali
se esaminati entro le sei ore dall’inizio del quadro clinico mentre quasi tutti
i pazienti le avevano se indagati dopo 1-45 giorni (Schwartz et al. 1984). La
scomparsa delle collaterali in pazienti con riperfusione mantenuta può indicare
che una nuova ridistribuzione del flusso si è realizzata a seguito dell
riapertura del vaso occluso.
Le
diverse tecnologie dell’immagine clinica evolvono con una tale rapidità da
auspicare in un prossimo futuro una precisa comprensione del rapporto fra
disfunzione e l’alterazione strutturale che la produce. Si è già accennato alla
difficoltà attuale di un confronto fra dati cineangiografici e morfopatologici
e merita citare altri lavori a completamento delle conclusioni sulla realtà
compensatoria delle anastomosi coronariche umane. Così la presenza di
collaterali è associata alla prevenzione dell’aneurisma postinfartuale, alla
riduzione dell’estensione dell’infartò, al miglioramento della funzione
contrattile (Rigo et al. 1979), alla persistenza nel contesto dell’infarto di
miocardio vitale (Sabia et al. 1992), all’aumento del flusso collaterale
retrogrado in circa 90 minuti dall’occlusione acuta di una stenosi critica
mediante angioplastica (Rentrop et al. 1985, 1988). Ancora, funzione
ventricolare e decorso clinico dipendente dalla sede dell’ostruzione e grado di
flusso collaterale dopo occlusione con il palloncino angioplastico (Rentrop et
al. 1989); miglioramento della funzione ventricolare se il 50% del letto vasale
irrorato dalle collaterali (valutato mediante ecocardiografia di contrasto) in
pazienti con IMA positivamente angioplastizzati (78%) mentre i trattati senza
successo non ricuperavano la funzione ventricolare (Sabia et al. 1992);
ripetute occlusioni coronariche successive mediante angioplastica in pazienti
con angina cronica e stenosi critica (> 70%)della branca discendente
anteriore con normale funzione ventricolare,
hanno indotto un adattamento progressivo all’ischemia con riduzione dei
sintomi e delle alterazioni ecgrafiche ischemiche per ripristino del flusso
collaterale (meccanismo di precondizionamento all’ischemia; Deutsch et al.
1990; Cribier et al. 1992; Sand et al. 2000) anche in assenza di una precedente
dimostrazione delle anastomosi (Sakata et al. 1997). Questa capacità di
adattamento miocardico dipende dalle anastomosi e non dall’infusione
intracoronarica di adenosina (Billinger et al. 1999) anche se il ripristino
funzionale contrattile non è correlato all’aumento del flusso collaterale
(Barilli et al. 1999).
Le
ultime osservazioni indicano che l’occlusione meccanica acuta di una stenosi
critica mediante rigonfiamento del palloncino produce un arresto transitorio
del flusso collaterale retrogrado che in breve tempo si ristabilisce. Dal
momento che l’incremento in diametro e lunghezza delle collaterali richiede
alcuni giorni per instaurarsi nell’esperimento (Khouri et al. 1968) se ne
deduce che anastomosi ingrandite preesistevano alla occlusione con il
palloncino e che, per alcune ragioni ancora da chiarire (spasmo dei rami
principali o compressione del sistema collaterale satellitare attorno alla
placca), esse con questa tecnica molto traumatica spariscano immediatamente
dopo l’occlusione angioplastica per tornare poco dopo a funzionare con
abolizione del dolore cardiaco e normalizzazione dell’elettrocardiogramma. Un
tale precondizionamento si è ottenuto sperimentalmente anche in assenza di
stenosi preesistenti. Mediante occlusioni per 2 minuti ripetute ogni 30 minuti,
notte e giorno, per 2-9 giorni, si è ottenuto un aumento del diametro e del flusso
(mediante indici di flusso) collaterali tali da prevenire o ridurre l’asinergia
miocardica e la iperemia reattiva dopo occlusione temporanea ripetuta e di
durata di 5-120 secondi di un’arteria coronaria normale (Yamamoto et al. 1984).
In
fine, va qui anticipato quanto descritto nel Cap. 5, vale a dire la vascolarizzazione della placca in stadio avanzato
e che costituisce attorno ad essa un sistema satellite locale che anastomizza
rami secondari a monte e a valle della stenosi a loro volta connessi con i vasi
intraintimali neoformati collegati con il lume residuo. Una tale rete
anastomotica la cui occlusione da angioplastica, come prima accennato, può
spiegare alcune apparenti contradizioni.
Il
limite di questo studio con plastici delle arterie coronarie è che se si è
potuto avere un controllo istologico del miocardio, è mancata la possibilità, a
causa della corrosione del cuore, di studiare la natura dell’occlusione
coronarica, identificare il tipo di
danno miocardico e quantificarlo rispetto alla massa totale dll’organo e
stabilire l’evolvere strutturale della placca aterosclerotica e sue complicanze
nei diversi quadri della malattia coronarica. Il che ha obbligato ad
intraprendere altre ricerche mirate.
Natura,
localizzazione, età dell’occlusione coronarica
Il
gradino susseguente fu quello di stabilire natura e struttura dell’occlusione
coronarica vista con i plastici. Dalla collezione dei casi dell’Armed Forces
Institute of Pathology, Washington D.C. 208 infarti acuti, 116 morti improvvise
inattese e 112 attese sono stati selezionati con i seguenti criteri.
1.
Infarti
cardiaci acuti fatali con documentazione clinica ed istologica dalla fase
dell’infiltrazione polimorfonucleata a quella della riparazione finale ma con
residui di miocardio necrotico ancora presenti.
2.
Morte
coronarica “improvvisa inattesa” in meno di 30 minuti in soggetti
apparentemente sani con reperti all’autopsia limitati all’aterosclerosi
coronarica di ogni grado e necrosi miocardica acuta e cicatrizzata
3.
Morte
coronarica “improvvisa attesa” in pazienti con storia clinica di malattia
coronarica.
·
L’unica
occlusione acuta era costituita da un trombo
·
Il
trombo era presente in meno del 50% dei casi
·
Il
trombo era, in genere, localizzato in una stenosi critica (>70%) antica
La conclusione è stata che il trombo
si forma in un ramo ostruito da un processo cronico e da tempo bypassato dalle
collaterali come dimostrato dallo studio con i plastici. Da qui l’ipotesi che
il trombo sia un fenomeno secondario senza effetti come visto anche con
l’esperimento (Khouri et al. 1968). Altri dati dimostrati in questa ricerca
sono stati la mancanza di correlazione fra età dell’infarto (Mallory et al.
1939) e quella del trombo (Irniger 1963) in circa la metà dei casi con trombo
occlusivo presente (Tab. 2); la rarità della rottura della placca che comunque
avveniva sempre a livello di stenosi critiche; un’infiammazione
linfo-monocitaria avventizio-intimale a livello di placca.
Da questi risultati appariva chiaro
che la cosiddetta malattia coronarica è un problema molto più complesso che non
la semplice ostruzione di un tubo; con l’esigenza di ricerche sistematiche e
comparative nei diversi quadri clinici della malattia, in pazienti con malattie
non cardiache e in controlli sani deceduti per incidente.
CAPITOLO 2
STUDIO PATOLOGICO COMPARATIVO
Gli
obiettivi erano innanzitutto di confrontare le diverse variabili nelle sindromi
coronariche acute e croniche per stabilire il significato funzionale delle
alterazioni riscontrate e correlate a livello vasale e miocardico e quindi
valutare frequenza ed entità delle stesse variabili indagate con lo stesso
metodo in popolazioni di pazienti senza malattia coronarica e con malattie da
considerare come “modelli sperimentali umani“ dal momento che presentano
alterazioni comparabili a quelle della malattia coronarica.
Infarto miocardico
acuto (IMA)
Duecento
casi consecutivi d’infarto acuto, 100 della Facoltà di Medicina
dell’Universitàdi Milano, Italia (Baroldi et al. 1974) e 100 del General
Hospital, Toronto, Canada (Silver et al. 1980) con la certezza clinica ed istologica
che si trattasse d’infarto senza altre malattie e/o danno iatrogeno. In tutti,
la diagnosi clinica è stata fatta in unità di cura coronarica in base alle
alterazioni elettrocardiografiche ed enzimatiche senza altre malattie cardiache
o di altri organi o sistemi; l’infarto non era una complicazione di manovre
cliniche o chirurgiche e i pazienti non erano stati trattati con chirurgia
d’emergenza, angioplastica o tentativi rianimatori eccessivi. In tutti la
necrosi infartuate è stata documentata dalle alterazioni istologiche tipiche ad
iniziare dalla infiltrazione di polimorfonucleati primo segnale certo d
‘infarto miocardico.
I
casi nei quali l’infarto acuto era il primo segno di malattia coronarica sono
stati distinti da quelli nei quali l’infarto acuto si è verificato in pazienti
con malattia coronarica cronica nota. Inoltre, in base al reperto di una
fibrosi miocardica monofocale superiore al 10% della massa ventricolare
sinistra si è fatta diagnosi d’infarto cardiaco silente qualora non ci fosse riscontro
d’infarto pregresso nella storia clinica. Si sono così suddivisi i casi in due
gruppi: 1) soggetti senza storia clinica di malattia coronarica e senza fibrosi
miocardica estesa i quali hanno avuto il loro primo segnale d’infarto mentre
erano in condizioni normali e pertanto definiti 1°episodio e 2) i casi con fibrosi miocardica
estesa con o senza storia clinica di malattia coronarica definiti invece come 2°episodio
o più semplicemente cronici.
Malattia coronarica
cronica
Questo
gruppo comprende 50 pazienti morti dopo 25 giorni dall’intervento chirurgico di
bypass aortocoronarico eseguito a Toronto per documentata malattia coronarica
con angina pectoris. La causa di morte è stata in tutti l’insufficienza
cardiaca.
Morte improvvisa
coronarica
Il
termine “improvviso“ può esprimere due concetti. Uno cronologico nel senso di
una morte che avviene rapidamente e l’altro conoscitivo in quanto viene meno
ogni preludio sintomatologico e si ha per così dire una morte a ciel sereno del
tutto inattesa. Fin dal 1707 nel suo trattato Lancisi ha dato una definizione
ancora attuale dei differenti tipi di morte: “Huiusmodi vero absoluta cessatio
motuum animalium et abscessio animae a corpore, quanquam cogitatione citius
perpetua contingant, nihilominus tamen, vulgaris consuetudinis clariorisque
doctrinae gratia, mors distinguitur in naturalem, immaturam et violentam;
singulae vero in lentas et subitaneas. in praevisas ac praesensas, denique in
improvisas, insensiles atque inopinatas “Il che in sintesi distingue, il
distacco dell’anima dal corpo secondo il parlare comune e per esigenze
dell’insegnamento, in naturale, prematura e violenta ciascuna suddivisa in
lenta e improvvisa oltre a prevista e presentita ovvero impreveduta,
asintomatica e inattesa.
Questa
classificazione anticipatrice del Lancisi, merita un ulteriore approfondimento.
Innanzi tutto i termini “violento e naturale“ sono ambigui in quanto tutto ciò
che accade nella storia dell’essere umano è naturale ed è forse preferibile
fare un’ ulteriore precisazione distinguendo i seguenti tipi di morte:
1. Morte fisiologica o genetica al termine della vita la cui durata
è programmata dal genoma. Con la non facile necessità di discriminare fra
mutamenti fisiologici dell’età e le alterazioni delle malattie croniche proprie
della vecchiaia.
2. Morte patologica dovuta a malattie, malnutrizione e
carestia incluse.
3. Morte accidentale o violenta da trauma o ogni equivalente
(ferite, avvelenamento, etc.) in soggetti sani o apparentemente tali.
4. Morte inspiegata quando anche i reperti autoptici
non riescono a dare una spiegazione della natura e causa di morte.
Da
ricordare il commento del Lancisi (1574): ”Non utilis modo, sed maxime
necessaria Medicis videtur scientia praecognitionis repentinarum mortium, cum
nostrae Praeceptor Artis (Hippocrate) dare ostendat, eum non solum culpa
vacaturum, verum etiam boni Medici nomen atque admirationem consecuturum qui,
cum omnes sanos facere non possit, futura saltem praesentiat atque predicat“,
che sottolinea l’importanza, per la buona fama di un medico, saper predire,
quando non si può fare altro, ciò che accadrà. Un invito valido ancora ai
giorni nostri di precisare la frequenza e la natura della morte improvvisa in
ogni malattia.
Molte
le definizioni riportate in letteratura dalle quali stralciamo le più
significative a mostrare i diversi punti di vista:
· Fine rapida e imprevista di una malattia acuta o cronica la quale, in genere, è rimasta allo stato latente o sintomatologicamente del tutto silente (Brouardel et al. 1901).
· Un individuo morto per causa naturale, non confinato nella sua casa o in ospedale o altra istituzione, in grado di svolgere una vita normale nell’ambito della sua comunità nelle ultime 24 ore prima della sua morte (Kuller et al. 1975).
· Morte entro 1-24 ore (Fulton et al. 1969).
· Morte istantanea in 30 secondi, morte improvvisa entro 24 ore (Friedman et al. 1973).
· S’intende per improvvisa una morte anomala e inattesa che è insorta all’improvviso in presenza o meno di testimoni ma che comunque resta un mistero inspiegabile (James 1973)
· Morte in presenza di testimoni entro 1 ora dall’inizio dei sintomi (Goldstein 1982).
· Un evento naturale e quindi non traumatico, occorso entro 1 ora dall’inizio dei sintomi in persona precedentemente sana. L’uso del termine “improvviso“ in altro modo, così da includere soggetti che muoiono nelle 24 ore, va dichiarato esplicitamente (Hackel et al. 1993).
Nel definire la morte improvvisa il primo dubbio è se sia
veramente necessario porre un limite cronologico. Il tempo di sopravvivenza,
ossia quello che decorre fra l’inizio dell’episodio terminale e il decesso,
viene considerato un parametro discriminativo in molte delle definizioni
precedenti. Ora, conoscere e tenere conto del tempo di sopravvivenza è
essenziale per cercare di delineare la sequenza dei diversi meccanismi
etiopatogenetici e distinguere variabili secondarie dalle primarie. Tuttavia
includere o escludere i casi in base a questo parametro è ingiustificato se non
fuorviante. In questa era di rapida ospedalizzazione d’emergenza pensare a un
limite di 24 ore è pressoché inutile dal momento che si riesce in genere a
praticare un’esauriente indagine clinica. D’altro lato una morte entro 30
secondi è documentabile in circostanze limitate e reperti clinici sufficienti si
possono avere in tempi brevi a secondo della possibilità o meno di poter essere
ospedalizzati. Pertanto, nella selezione dei nostri casi il parametro “tempo di
sopravvivenza“, anche se accuratamente valutato e incluso nelle variabili da
correlare, non fa parte dei criteri selettivi.
Due sono le nozioni caratterizzanti la morte improvvisa. La
prima, è il mistero clinico e la seconda la sua occorrenza sia in soggetti
apparentemente sani ovvero in una delle varie fasi di malattia nota. Una
distinzione non sempre tenuta in conto e purtuttavia fondamentale per
comprendere questo fenomeno. La morte improvvisa in un atleta del tutto sano va
tenuta distinta da quella che accade in un paziente cronico affetto da malattia
coronarica e il loro confronto può aiutarci a capire. In altre parole uno
studio corretto deve tenere separati casi 1° episodio e casi cronici per poter
stabilire quali siano gli eventi complicativi, magari iatrogeni, i quali
possono denaturare la storia naturale di una malattia. Su questa base la nostra
definizione è:
La morte improvvisa è evento rapido (senza limiti
cronologici specifici) e inatteso o imprevedibile sia oggettivamente che
soggettivamente, che accade senza valutazione clinica alcuna in soggetti
apparentemente sani (morte improvvisa primaria o inattesa o imprevedibile) o in
pazienti durante una fase apparentemente benigna nel corso della malattia
(morte improvvisa secondaria o attesa o prevedibile), come ad esempio la
frequente morte improvvisa in casi di infarto cardiaco acuto associato a
disfunzione ventricolare e/o insufficienza cardiaca (Solomon et al 2005). Tenendo presente che ogni nostra definizione di quanto ancora non
si conosce è definizione di lavoro per aiutarci a procedere nel cammino della
conoscenza. Allo stato attuale, gli unici dati obiettivi provengono dai reperti
autoptici, in un gruppo selezionato dai reperti elettrocardiografici
d’emergenza e dal follow up in soggetti resuscitati.
La maggior parte delle morti improvvise cardiache presenta
un’aterosclerosi delle arterie coronarie ritenuta responsabile d’ischemia
miocardica causa dell’arresto di cuore. Pertanto la definizione corrente è di morte
improvvisa coronarica che a sua volta potrà essere inattesa o attesa
secondo quanto detto prima. Già nel 1761 Morgagni aveva correlato le
alterazioni ostruttive delle arterie coronarie al dolore toracico.
Nel nostro studio (Baroldi et al. 1979) abbiamo incluso 208
casi consecutivi di morte improvvisa e inattesa coronarica dell’Istituto di
Medicina Legale dell’Università di Milano selezionati in base ai seguenti criteri:
1. Fuori dall’ospedale e in presenza di
testimoni.
2. Storia personale e famigliare
attendibile mediante questionario prestabilito completato dai testimoni, membri
della famiglia e amici.
3. Morte avvenuta in corso di vita
normale e in attività usuale, in assenza di qualsivoglia trattamento medico e
senza assunzione di farmaci di ogni genere, con storia clinica negativa per una
malattia che potesse avere un rapporto con la morte, assenza di interventi
terapeutici o rianimativi in fase terminale.
4. Nessun reperto significativo a
carico degli altri organi all’autopsia.
5. Uniche lesioni cardiache postmortem,
aterosclerosi delle arterie coronarie con placche stenosanti il lume vasale di
ogni grado, necrosi o fibrosi miocardica, ipertrofia cardiaca.
6. Test negativo per intossicazione o
avvelenamento.
Il motivo principale di selezionare soggetti in assenza di
trattamento ed apparentemente sani è stato sia di evitare concomitanti
alterazioni iatrogene sia di poter osservare il fenomeno al suo insorgere senza
o con le minori interferenze possibili con altre malattie o complicazioni
secondarie o fattori cronici. La critica maggiore al metodo selettivo adottato
è la relativa attendibilità della storia clinico-famigliare per la fonte non
professionalmente qualificata e portata a valutazioni soggettive spesso
deformanti. Comunque, analogamente a quanto fatto per l’infarto acuto, i casi
sono stati suddivisi in 1° episodio di malattia coronarica e cronici
rispettivamente per l’assenza o la presenza di una fibrosi miocardica superiore
al 10% della massa miocardica del ventricolo sinistro.
In questo studio si è voluto evitare di proposito ogni
intervento terapeutico terminale. Più recentemente, sono stati studiati con lo
stesso metodo 25 casi di morte improvvisa/inattesa coronarica del Dade County
Medical Examiner Department, University of Florida, Miami, USA. Questi casi
venivano trasferiti in ambulanza con indagine elettrocardiografica in fase
terminale. Si è così potuto raffrontare casi con o senza intervento
rianimativo.
Studio di altre malattie non coronariche e casi
normali accidentali
Al fine di stabilire il significato funzionale delle
variabili morfologiche e patomorfologiche riscontrate nella malattia coronarica
in generale e nella morte improvvisa/inattesa coronarica in particolare, sono
state esaminate sempre con lo stesso metodo altre condizioni coronariche e non,
da confrontare con la prima. I quadri seguenti sono stati studiati in quanto le
stesse variabili sono reperibili in assenza di malattia coronarica ovvero
possono presentare lesioni definite ischemizzanti senza danno ischemico.
Morte improvvisa/inattesa in malattia di Chagas
silente
Questa condizione include 34 soggetti apparentemente sani
che erano siero positivi al test per la malattia di Chagas eseguito postmortem.
Gli unici reperti riscontrati sono stati una necrosi a bande di contrazione e
miocardite linfocitaria (Baroldi et al. 1997).
Emorragia cerebrale da rottura di aneurisma
Emorragia intracranica da rottura di aneurisma di un’arteria
cerebrale in 27 pazienti non cardiaci. Necrosi a bande di contrazione è stato
il solo reperto cardiaco in presenza di arterie coronarie normali (Baroldi et
al. 1997).
Cuore umano trapiantato
46 pazienti con trapianto cardiaco ortotopico sopravvissuti
da meno di una settimana a oltre un anno. La denervazione totale in questi
cuori implica una aumentata sensibilità alle catecolamine con necrosi a bande
di contrazione del miocardio (Baroldi et al. 2003).
Immunodeficienza acquisita (AIDS)
Questo gruppo è formato da 38 pazienti costituenti un
modello di malattia prolungata, con infezioni opportunistiche di vario genere e
intensa terapia lungo tutto il decorso e tentativi rianimatori in fase
terminale (Baroldi et al. 1988).
Insufficienza cardiaca congestizia
Sono stati studiati 144 cuori escissi al trapianto cardiaco
da pazienti (63 con malattia coronarica cronica, 63 con cardiomiopatia
dilatativa, 18 con valvulopatia cronica) sottoposti a trapianto cardiaco per
insufficienza congestizia irreversibile. L’escissione chirurgica ha il
vantaggio di escludere ogni effetto delle complicanze terminali (Baroldi et al.
1998).
Popolazione normale morta per accidente (MA)
97 soggetti dello stesso Istituto di Medicina Legale
dell’Università di Milano esaminati come controlli dei casi di morte
improvvisa/inattesa (Baroldi et al. 1979).
Intossicati cronici da cocaina morti per eccesso di dose
26 casi senza malattie particolari con cuore e arterie
coronarie normali (Fineschi et al. 1997).
Intossicazione da ossido di carbonio
26 soggetti tutti senza alterazioni autoptiche importanti
con cuore e arterie coronarie normali (Fineschi et al. 2000)
Trauma cranico
45 casi normali morti fuori dall’ospedale senza
aterosclerosi coronarica stenosante (Baroldi et al. 1997).
Elettrocuzione
21 soggetti normali senza aterosclerosi coronarica morti
fuori dall’ospedale (Baroldi et al. 2001).
Da sottolineare che nessuno dei soggetti di questi 5 gruppi
normali è stato sottoposto a manovre rianimative.
Malattie non cardiache
Questo gruppo comprende 100 pazienti morti per malattie non
cardiache di varia natura nell’Ospedale Universitario di Milano (Baroldi et al.
1967).
METODO
PER L’ESAME DEL CUORE
In
tutti i casi l’autopsia è stata eseguite fra le 14-24 ore dopo la morte con il
corpo mantenuto a 4° C.
Tutti
gli organi, l’aorta e le sue diramazioni principali sono stati attentamente
esaminati. Il cuore appena rimosso dal torace, veniva accuratamente lavato,
pesato e i suoi diametri trasversale (dal margine sinistro al destro lungo il
solco atrioventricolare) e longitudinale (dall’aorta all’apice) misurati.
Appeso in un bagno di formalina neutra al 10% per 24 ore al fine di indurire
l’organo con questa fissazione limitata, si procedeva prima alla sezione
traversa a tre mm d’intervallo lungo tutto il percorso extramurale o
subepicardico delle arterie coronarie e loro diramazioni. Sistematicamente
veniva prelevato un segmento del vaso, con o senza lesioni, all’origine del
tronco principale dell’arteria coronaria sinistra (ACS), della branca
discendente anteriore sinistra (DAS), della branca circonflessa sinistra (CS),
della coronaria destra (CD) della branca discendente posteriore (DP), del
secondo tratto distale della DAS e del margine e tratto posteriore della CD.
Inoltre, ogni segmento con stenosi visibile ad occhio nudo era prelevato
anch’esso per l’esame istologico. Tutti i segmenti venivano poi rimessi in
formalina per completare la fissazione e decalcificati quando necessario.
Il
cuore, mediante un’affettatrice, era sezionato in toto in fette trasversali di
1 cm parallele al solco atrioventricolare posteriore procedendo dall’apice alla
base fino all’altezza della punta del muscolo papillare sinistro, circa 3-4 cm
dal solco suddetto. Dopo un’ulteriore fissazione di altre 24 ore, le fette
cardiache venivano attentamente esaminate (e ogni alterazione annotata) e
fotografate e ingrandite così da permettere una misurazione planimetrica di
ogni danno riscontrato e calcolarne in percento l’estensione rispetto alla
massa ventricolare sinistra includente l’intero setto interventricolare.
Inoltre, lo spessore della parete ventricolare sinistra è stata misurata sulla
fetta più prossimale. Un controllo istologico garantiva della precisione
valutativa delle aree lese.
In
ogni cuore si faceva un esame istologico mediante prelievi sistematici a tutto
spessore della parete cardiaca, ampi circa 2 cm, in una fetta distale ed in una
prossimale, in sede anteriore, laterale e posteriore dei due ventricoli, dei
loro papillari anteriori e posteriori, e setto interventricolare anteriore e
posteriore, oltre ai prelievi mirati delle zone macroscopicamente risultate
lese. Una media di 40 sezioni miocardiche in zone cardiache diverse sono state
controllate istologicamente e, quando possibile, ogni variabile sia miocardica
che coronarica è stata quantizzata. Le colorazioni impiegate sono state
l’ematossilina-cosina e se necessario la pentacromica di Movat, Weigert
elastica, Mallory e PAS.
Nei
casi di morte improvvisa/inattesa il sistema di conduzione è stato asportato
secondo il metodo di Lev e sono state eseguite 2-3 sezioni istologiche dei 5
blocchi del sistema e del nodo del seno.
Nei
100 casi del General Hospital di Toronto, si è proceduto ad iniezione
intracoronarica di mestruo radiopaco alla pressione di 120 mm Hg con immagini
radiografiche anteroposteriori, e oblique anteriori del ventricolo sinistro e
destro.
ANALISI DELLE ARTERIE CORONARIE EXTRAMURALI
Variabili
fisiche
In
tutte le sezioni istologiche delle arterie coronarie extramurali sono state
valutate le seguenti variabili:
Aggregati piastrinici
formati da piccoli elementi rotondi
e spesso in dissoluzione senza fibrina dimostrabile. La loro frequenza è
stata calcolata in 3328 sezioni di miocardio di soggetti deceduti per morte
improvvisa/inattesa coronarica e in 1552 sezioni di soggetti sani deceduti per
accidente (Baroldi et al. 1980).
Trombi o emboli fibrino-piastrinici formatisi in situ (trombi) o per
distacco da trombo prossimale (emboli)
· Stasi vasale. La quantificazione istologica del sangue nel miocardio non è facile per diversi fattori artefattuali. Per avere una stima anche se approssimativa della stasi intramurale si è convenuto di diagnosticare una stasi sia arteriosa che venosa, se più di 5 vasi arteriosi o venosi della sezione erano ripieni di globuli rossi.
· Iperplasia mediale obliterante. Con questa definizione si indica una trasformazione della tunica media dei rami intramurali che mostra fasci longitudinali di cellule muscolari lisce con riduzione del lume, senza ispessimento intimale e dell’elastica interna ed esterna. Questa alterazione si trasforma progressivamente in fibrosi della parete. Questo quadro è stato considerato minimo se solo un vaso presentava tale alterazione in 18 delle aree esaminate istologicamente, moderato con 2 vasi e severo se più di due vasi (Baroldi et al. 1986).
ANALISI DEL DANNO MIOCARDICO
Le
differenti forme di danno miocardico sono state distinte in:
· Necrosi miocardica acuta che comprende la necrosi infartuale quantificata in percento della massa ventricolare sinistra (vedi sopra); la miocitolisi coagulativa o necrosi di Zenker o necrosi a bande di contrazione o più semplicemente necrosi da catecolamine; e la miocitolisi colliquativa. Questi due ultimi tipi di danno sono stati valutati in base al numero di focolai presenti e considerati minime se meno di 5 focolai erano presenti in una sezione istologica, moderate se lo stesso numero di focolai era presente in 2-3 sezioni istologiche ed estesa se in quattro o più sezioni. In ricerche più recenti la necrosi da catecolamine è stata quantificata in base al numero di focolai e di cellule necrotiche x 100 mm2 per ogni sezione; mentre la miocitolisi colliquativa è stata suddivisa nei seguenti gradi: 0, assente; 1, piccoli gruppi di cellule necrotiche; 2, meno e 3 più del 50% delle cellule miocardiche con totale o subtotale scomparsa delle miofibrille nella metà interna della sezione istologica della parete cardiaca.
· Fibrosi miocardica. La fibrosi miocardica è stata classificata come recente quando presentava fibroblasti e vasi e antica quando costituita prevalentemente da un tessuto connettivale denso ipo-acellulare e avascolare. Giudicata minima se esistevano pochi focolai nella sezione istologica, moderata quando la sua estensione era inferiore al 10% ed estesa quando superiore al 10% della massa ventricolare sinistra. Più di recente, è stata calcolata in percento dell’area totale di ogni sezione istologica mediante un oculare ortogonalmente suddiviso in quattro aree. Dal momento che una fibrosi può trasformarsi in tessuto adiposo (Baroldi et al. 1997), questo è l’unico metodo affidabile per misurare l’estensione di una fibrosi miocardica. Inoltre, per una comparazione fra gruppi diversi, si è formulato un “indice di fibrosi“: totale area fibrotica/totale area istologica in millimetri quadri x 100. Tale indice permette di stabilire su ogni sezione la percentuale di miocardio istologicamente vitale. In assenza di una storia clinica documentata si è convenuto di accettare come segno d’infarto pregresso una fibrosi superiore del 10% della massa ventricolare sinistra e stabilire così una suddivisione fra casi 1° episodio e cronici.
· Ipertrofia cardiaca. Nel nostro materiale il peso cardiaco è stato suddiviso in classi di 100 gr. (< 200, 200-299, 300-399, etc.). Tuttavia, per evitare indici in rapporto al peso corporeo e all’altezza, si è adottata la distinzione di Linzbach fra ipertrofia fisiologica (< 500 gr) e patologica (> 500 gr) sempre per facilitare un confronto fra le varie condizioni studiate. Un cuore è stato definito atrofico se di peso inferiore a 250 gr per l’uomo e 200 gr per la donna, mentre i valori normali sono stati rispettivamente 300 e 250 gr (Silver MM 1991).
· Disorganizzazione delle cellule miocardiche (disarray). La disorganizzazione architettonica delle cellule cardiache è tipica della cardiomiopatia ipertrofica (Teare 1958). La sua presenza è stata valutata patologica quando superava il 20% dell’area istologica.
ANALISI STATISTICA
Tutte
le variabili sono state inserite in una scheda per analisi computerizzata (IBM
370/168) non parametrica (Bishop et al. 1980). Mediante modello log-lineare si
è indagata la significatività delle associazioni di 1° ordine e di ordine
superiore (Baroldi et al. 1988). Per evitare un’ inutile ripetizione nel testo
il termine “significativo“ indica un valore di P <0.05.
CAPITOLO 3
STORIA NATURALE DELLA PLACCA
ATEROSCLEROTICA CORONARICA UMANA E FORME CORRELATE DI DANNO MIOCARDICO
Prima
esigenza è stata quella di tentare di ricostruire la storia naturale della
placca aterosclerotica coronarica umana da un punto di vista morfologico
confrontando pazienti affetti da malattia coronarica con altre condizioni. Dal
momento che differenti vasi arteriosi hanno struttura, controllo nervoso ed
emodinamica diversi, ognuno va studiato indipendentemente senza assimilare,
come accade, la placca aortica con quella coronarica o cerebrale o altre. Ad
esempio, in una comparazione fra 40 cuori con infarto miocardico acuto senza
malattie cerebrali e 41 casi d’infarto/emorragia cerebrale senza malattie
cardiache, la frequenza di stenosi critiche è stata dell’88% per le arterie
coronarie e 10% nelle arterie cerebrali nel primo gruppo e 53% e 14%
rispettivamente nel secondo. Da notare la gravità aterosclerotica coronarica e
la eccezionalmente bassa frequenza di stenosi severe nelle arterie cerebrali in
ambedue i gruppi (Fig. 5; Antoci et al. 1980).
Le
arterie coronarie umane si possono suddividere in due sistemi funzionalmente
divergenti per quanto riguarda l’interazione flusso/contrazione miocardica: extramurale
o subepicardico e intramurale o intramiocardico. Pertanto
queste arterie sono un valido modello per
indagare il rapporto fra dinamica di flusso e modificazioni strutturali
e aterogenesi.
Nel
sistema extramurale che ramifica sulla superficie del cuore si deve distinguere
fra a) ispessimento intimale fisiologico; b) ispessimento
obliterativo intimale non aterosclerotico; c) ispessimento intimale
segmentario ostruttivo aterosclerotico. Tre aspetti strutturali del tutto
differenti fra loro.
Ispessimento intimale
fisiologico