L'Io
e il Suo Cuore
Giorgio
Baroldi
e
Antonio
L’Abbate
Al Paziente e a coloro
che
l’assistono
L’iconografia è stata curata da Giuseppe Andrea L’Abbate
Si ringrazia la Sig. Elisabetta Spagnolo per l’eccellente assistenza
segretariale
INDICE
|
1. |
Introduzione a) A chi credere b) Epidemiologia della cardiopatia
coronarica |
|
2. |
Il cuore e la sua anatomia |
|
3. |
Definizione attuale di cardiopatia
coronarica |
|
4. |
L'aterosclerosi |
|
5. |
Riduzione del lume coronario a) Significato della riduzione del
lume coronario in rapporto alle modificazioni del circolo collaterale in
patologia |
|
6. |
I diversi aspetti clinici della
malattia coronarica e i suoi equivalenti clinico-funzionali a) Angina pectoris b) Il flusso coronario c) Meccanismi responsabili
dell’ischemia d) Ruolo del microcircolo
nell’ischemia e) Cascata ischemica e sue
complicanze f) Miocardio stordito e miocardio
ibernato g) I segnali clinici di ischemia e di
vitalità |
|
7. |
Diversi aspetti clinici della
malattia coronarica e i suoi equivalenti morfologici a) L’infarto miocardico acuto b) Morte improvvisa c) Insufficienza miocardica d) Complicanze miocardiche secondarie
all’infarto acuto |
|
8. |
Revisione critica alla teoria
corrente a) Riduzione del lume e suo
significato fisiopatologico nella coronopatia coronarica b) Occlusione coronarica e sua realtà
funzionale c) Embolia nella cardiopatia
coronarica |
|
9. |
I fattori di rischio cardiovascolare |
|
10. |
Conoscenza dei fatti e ricaduta
pratica operativa. a) Cosa ho imparato monitorando la
mia ischemia b) Personalità e cardiopatia
coronarica |
|
11. |
Teoria idraulica e stress adrenergico |
|
12. |
Linee guida a) La centralità del medico nel
programma di prevenzione b) Il rischio cardiovascolare globale |
|
13. |
Integrazione e trasferimento
dell’informazione sulla malattia a) I parametri di interesse nella
cardiopatia ischemica b) Tipologia dell’informazione c) Integrazione d) Supporto informatico e sistemi di
ausilio e) Sistemi disponibili |
|
14. |
L'io cura se stesso |
|
15. |
Aggiornamento postmoderno delle
regole della Scuola Salernitana |
|
16. |
Sequenza e tipo di esami di controllo a) Primo episodio esordiente con un
infarto miocardico b) Morte improvvisa c) Malattia coronarica cronica |
|
17. |
Cuore e cervello a) Pratiche alternative b) Esigenza di aiuto-emergenza |
|
18. |
La sanità nella crisi ecumenica |
|
19. |
La sanità nel nostro paese a) Abuso terapeutico b) Dipartimento Cardiologico c) Fisiologia del Dipartimento
(1) Assistenza
(2) Insegnamento
(3) Ricerca |
Qualche
decennio fa (1977) un filosofo (KR Popper) ed un neurofisiologo (JC Eccles)
hanno pubblicato "L'Io e il suo cervello" (The self and its brain)
per fare il punto fra astrazione del pensiero teoretico e il suo raccordo con
la realtà funzionale dell'organo che la contiene, il cervello. Un anatomo
patologo funzionale (G.B.) ed un patofisiologo clinico (A.L.) hanno ritenuto e
ritengono che la divulgazione, anche ai profani, della realtà
anatomo-funzionale del cuore sia altrettanto necessaria per due ragioni. Una é
che le malattie di questo organo sono la causa prima di morte nelle società del
benessere. L’altra é che per alcune malattie cardiache e in particolare per la
cardiopatia coronarica, che include l’angina pectoris, l’infarto e la morte
improvvisa, le cause sia del loro insorgere che delle loro complicazioni sono
ancora tutte da scoprire. Così, in un panorama di prevenzione e cura basato su
ipotesi spesso senza reale fondamento, l’”io" rimane continuamente
frastornato dal pressoché quotidiano annuncio di nuove scoperte in un'altalena
di affermazioni e smentite; plagiato dalla caterva di esami con i quali viene
aggredito, sentendosi il più delle volte solo perché gli specialisti che lo
circondano, sommersi dalla catena di montaggio tecnologica, perdono la realtà
del paziente stesso. Da taluno si ripete che la nostra conoscenza della
cardiopatia coronarica é come un bicchiere mezzo pieno, alludendo che questa
metà corrisponda a quanto conosciamo e quella vuota a quanto ancora ignoriamo. Dimenticando di precisare che il mezzo pieno non é tutto di verità bensì di
ipotesi troppo spesso intese o insegnate come fatti dimostrati. Di fronte a
malattie dalle molte incognite e misinterpretazioni nasce l'esigenza morale di
fare partecipi alla ricerca del vero, non solo gli addetti professionali alla cura
e prevenzione, ma anche e soprattutto i pazienti e quelli a rischio di
diventare tali, per non essere foglie trasportate dal vento di moda. Con il
diritto, ma anche il dovere, di apprendere com'é fatto il cuore e perché e come
si ammali con tutte le deformazioni del proprio io; così da rendersi conto se
l'informazione - o disinformazione - medica dei media sia o meno corretta o non
peggiori quel delicato equilibrio della sua personalità di malato. Un esempio
per tutti offerto dal telegiornale della nostra televisione pubblica che ha
annunciato la "scoperta" fondamentale di chirurghi tedeschi, seguiti
dopo poco tempo da chirurghi italiani, i quali hanno iniettato nelle arterie
coronarie di pazienti con infarto acuto cellule staminali o primordiali
pluripotenti che dovrebbero riparare e sostituire il miocardio necrotico,
ridando al cuore la sua integrità. Il tutto con un disegno animato di un cuore
pulsante tranne una zona scura, immota, corrispondente all'infarto che si
chiarificava tornando a battere dopo la iniezione delle suddette cellule. I
responsabili e i conduttori televisivi, sono in grado d'immaginare la reazione
di qualsiasi paziente a questo falso in atto scientifico? Falso in atto
scientifico in quanto questa ultima proposta terapeutica é ancora in fase
preliminare di sperimentazione con molti dubbi che i presupposti su cui
l'ipotesi si basa possano venire realizzati. Comunque anche se meritevole di
studio, una tale ipotesi va mantenuta nell'ambito dell'indagine scientifica
senza creare prematuramente illusioni terapeutiche come troppo spesso accade.
Premesso
che il diritto d'informazione comporta il più rigoroso dovere di evitare la
disinformazione, e premesso che molti sono gli esempi simili con i quali si
vorrebbe culturizzare la gente con la solita miscela di personaggi sorridenti e
di esperti interessati a difendere il proprio operato; ciò premesso dovrebbe
esistere un comitato etico scientifico che garantisca la correttezza
dell'informazione divulgativa medica, specie per malattie d'importanza sociale
la cui natura é per diversi aspetti ancora un'incognita. Con la mistificazione
di fondo che ogni medico sia uno scienziato, mentre, in genere, é un
professionista che può soltanto seguire il credo e le applicazioni tecnologiche
correnti, spesso in collusione - il termine appropriato é
"comparaggio" - con l'industria che lo corrompe affinché usi i suoi
prodotti per i quali ha investito cifre da capogiro. E' di questi giorni
l'ultimo scandalo in merito venuto alla ribalta dei media. Scandalo che verrà
rapidamente smorzato, come tanti altri per l'interesse dei politicanti, sia
quelli seduti in tutti i settori delle due camere che quelli troneggianti sui
banchi di governo. Ma ciò che difficilmente si sottolinea é che il comparaggio
non é soltanto una questione di danaro che fa lievitare i prezzi che il
paziente deve pagare, bensì, e questo é il danno ben più grave, del blocco
voluto in quanto interessato del progredire della conoscenza medica con
l'inevitabile ricaduta di una malasanità. La cosa più preoccupante è che pur
nell’ambito di un comportamento corretto dei medici, la ricerca clinica, cioè
quella condotta sui pazienti ricoverati in ospedale o ambulatoriali, è
tutt’oggi di fatto controllata, in quanto finanziata, quasi esclusivamente
dall’industria e finalizzata alla verifica dei nuovi prodotti farmacologici o
tecnologici, secondo i dettami imperanti della “medicina basata sull’evidenza”.
Un argomento cruciale per la medicina moderna a cui è dedicato un capitolo più
avanti mentre qui,dal momento che si è prima accennato all’ultimo argomento di
moda da contenere nei giusti limiti, va sottolineato come ogni giorno si legga
e si veda gli eroici pionieri che iniettano attorno all’infarto cellule
staminali e quel che è peggio come l’industria si sia appropriata del ghiotto
impadronita dell’argomento producendo cellule staminali da vendere, con il
solito tambureggiamento mediatico promozionale, anche nelle edicole dei
giornali.
La necessità di una
informazione critica del paziente, non soltanto sui problemi specifici legati
alla malattia ma anche sulla filosofia della medicina moderna e sulle
attribuzioni del controllo della salute dei cittadini, deriva poi dalla
riconosciuta centralità del paziente in ogni decisione medica con possibilità
di consenso o di veto dei singoli atti medici che lo riguardano. Orbene questa
centralità chiaramente contrasta con la reale capacità di giudizio del
paziente, affidata molto spesso ad una informazione poco comprensibile, non
esauriente e sicuramente di parte.
Lo
scrivere un aggiornamento culturale direttamente per il paziente in atto od in
fieri, é stato sollecitato dall'impressione di un'immobilità scientifica del
sapere raggrumato in un'unica monade dogmatica. Mentre in altri campi
scientifici la libertà del confronto di idee diverse, se non opposte, viene
garantita, nella cosidetta scienza medica ogni credo sviluppa certe
specializzazioni e tecnologie che comportano ponderosi impegni economici. Da
qui la difficoltà di poter uscire dalla monade, sopraffatti da troppi interessi,
con un discorso che riesca a riportare alla verità o comunque indicare il
giusto cammino da seguire. E quindi il dubbio se sia lecito o meno alterare la
mente di un paziente che non chiede altro che la pillola magica della
guarigione con attaccamento fideistico per chi lo cura spesso associato ad
un'innegabile "effetto placebo" (scomparsa, ad esempio, del dolore
anginoso somministrando sostanze inerti, benessere dopo un colloquio
tranquillizzante con il medico, etc). Ovvero offrire al paziente stesso la
possibilità di raccordare il suo io e tutte le reazioni indotte dalla malattia
con la realtà delle alterazioni che sono presenti nel suo cuore. Poter
distinguere di persona, e non grazie al verbo di chicchessia, quanto si conosce
da quello che crediamo di conoscere o che sottacciamo per mancanza di cultura e
di volontà a rivedere quanto in passato é già stato detto. Vale a dire
promuovere una contestazione, giustificata da fatti dimostrati non
controvertibili, a partenza dalla base e cioé da coloro che soffrono; non per
sovvertire ma per aiutare il procedere della conoscenza, apparentemente
inceppato dai tanti motivi già detti. Integrando due visioni, l'una
complementare all'altra, e cioé una visione anatomo-funzionale interprete
dell’equivalente clinico, il tutto affrontato con criterio scientifico. A
dimostrazione che il tavolo anatomico, dal Morgagni (1700) in avanti e
nonostante le più sofisticate, attuali tecniche di immagini cliniche, resta
ancora il punto di riferimento affidabile e non eludibile per dare concretezza
strutturale a queste ultime, ripercorrendo la storia di tutti gli eventi
patologici occorsi in vita. Senza di che si cade nell'ipotetico e nella
vaghezza che porta all'instabilità psicologica del malato. Nella esposizione
daremo diversi esempi della limitata capacità interpretativa dei molti esami
mediante i quali si diagnostica e si “terapeutizza”.
L'oggetto
della scienza o filosofia che dir si voglia, si tratti della verità
"universo" - oltre 700 anni da Aristarco di Samo (270 a.c.) alla
dimostrazione eliocentrica con Copernico e Galileo - o della verità
"cardiopatia coronarica", comporta una difficile e faticosa ricerca
della correlazione dei fenomeni, aiutata dalla ricerca tecnologica, evitando o
almeno attenuando l'influenza di certe ipotesi, barattate per vere per
interessi dell'industria che ha investito danaro e degli specialisti i quali
non possono non difendere tecniche apprese con un lungo tirocinio. E nel mezzo
c'é il paziente destinato a subire e a credere che quelle cellule staminali
saranno la sua salvezza, ignorante - perché tutti siamo ignoranti della cultura
che non ci appartiene - delle tante interazioni che la malattia mette in moto
con la possibilità di errori interpretativi e ricadute pratico-terapeutiche
inidonee. Per questo chi ha giurato con Ippocrate di aiutare il malato sente il
dovere morale di insegnarli l'essenziale per distinguere le immagini false
dalle vere per avere un proprio giudizio critico sull'Iter del suo io malato
anche perché oggi prevale un certo vanto delle tecniche invasive di una
cardiologia sempre più aggressiva od interventistica con il comprensibile
favore dei tecnologi in essa impegnati. Si crea così un giro dogmatico vizioso
che soltanto una maggiore cultura del paziente può interrompere una volta che
esso non sia più plagiabile. Consci che alcune pagine saranno di non facile
digestione intellettuale.
A chi
credere
Alla
base di ogni rapporto con qualsivoglia interlocutore c'é l'esigenza della
fiducia nella sua onestà. Quando poi si debba affidare il nostro io ad un
camice bianco per salvare la nostra vita o quantomeno per eliminare la paura di
perderla, la fiducia si trasforma facilmente in fede cieca ed assoluta nel
presunto salvatore. Un tempo, quando la medicina era più arte che tecnologia -
quando dovrebbe essere sempre e soltanto scienza - un tale rapporto era più
semplice in assenza delle eccessive interferenze dei media, i quali per
definizione devono fare "Titolo" magari a scapito della verità (a
quando un vero garante?). Allora, il vero ed unico interlocutore era il medico
di famiglia integrato negli affetti di quest'ultima, con l'allargamento al
consulto se proprio necessario; e il suo verbo era biblico, e la sua presenza
salvifica per acquietare le ansie.
Oggi,
con la stessa ansia e trepidazione, il malato o chi si ritiene tale, si trova
al cospetto di tanti volti anonimi che gli trasmettono quel frammento del suo
io che hanno indagato e ridotto a tanti fogli dalle parole astruse e cifre
incomprensibili che non si sanno decifrare, con l'eco di una voce che ha pur
detto una diagnosi e imposto una terapia. Diagnosi e terapia spesso
"invasiva", ovvero con interventi chirurgici o simil-chirurgici da un
lato e giornali e televisione che ogni giorno dicono di tutto e il suo contrario.
Così s'incrina quella fede che non ha più la voce biblica a sostenerla e non si
sa più a chi credere; diventando emigranti da un centro medico all'altro per
trovare la terra promessa della certezza. Nell'ansia di inseguire ovunque il
santuario della grazia rivelatrice che finisce per esaudirsi quando s'incontri
un volto simpatico in un ambiente confortevole; il che non vuol dire di avere
incontrato quella fiducia che si cerca, o almeno l'onestà di chi non si fa
travolgere dalle mode o dall'interesse.
Il
ricordo va alla infanzia nei lontanissimi anni 30 quando la moda era di
togliere l'appendice a tutti e la paura dell'appendicite, anche per me ragazzo,
aveva indotto l'ansietà ad ogni minimo dolore addominale, di dover subire il
terrore della camera operatoria. Mesi di incubo, diluitosi con il tempo e con
la constatazione che era rara la sua occorrenza. Oggi, con tutto il tam-tam di
una divulgazione capillare di qualsivoglia malattia si é più abituati al mondo
della salute. Tuttavia la paura permane, specie per le malattie più frequenti,
infarto cardiaco e tumore maligno, abbinate ai tanti credi diagnostici e
terapeutici, allargati al di fuori della medicina ufficiale in tante formule di
medicina alternativa con ancor meno supporto scientifico. A chi credere, dunque?
A chi ci assale con tutta la tecnologia possibile riducendoci ad uno spazio del
computer senza realtà umana? O all'arte dello sciamano in camice bianco che
somministra magiche pozioni o impone le mani taumaturgiche? La sola alternativa
a tanta incertezza, che ci porta al plagio fideistico, é diminuire in noi
stessi il divario fra il tanto che sentiamo, con le insorgenti e ricorrenti
paure, e il poco che conosciamo; che ci fa dipendenti del credo altrui.
Diminuire il divario é possibile se si accetta la fatica di conoscere cosa
vogliano dire le tante parole che udiamo e ripetiamo senza una cultura in grado
di arginare ogni novità ci venga somministrata; ben sapendo, come anche il
profano con un minimo di memoria può confermare - l'illusione di Bella per
usare un eufemismo al fine di intenderci - che i tanti entusiasmi erano solo
tragiche bolle di sapone. Un ritorno quindi alla cultura che può compensare se
non eliminare la sensazione di solitudine ridando fiducia alla parte malata di
noi stessi uscendo dalle nebbie della non conoscenza e ancor più importante,
facendoci coscientemente responsabili sul da farsi. E a stimolo della necessità
di conoscere e a conforto di quanto una tale conoscenza può aiutare, merita
ricordare come uno dei primi
cardiochirurghi (C.S. Beck) a proporre e ad attuare negli anni 1950 la
rivascolarizzazione del cuore - con metodi risultati poi inutili se non dannosi
- aveva osservato come il cuore dei pazienti che operava presentasse un aspetto
talmente buono da non riuscire a capire perché si morisse per causa sua
("Too good to die"). D'altro lato esiste l'osservazione contraria
quando si ha una deteriorazione anatomica cronica così grave da non comprendere
come il cuore abbia potuto continuare a vivere (Too bad to live). Con la conclusione
che sia la prima osservazione che sottolinea la buona integrità del cuore e
quindi con grande possibilità di recupero una volta capito il perché della sua
disfunzione; sia la seconda che dimostra l'enorme capacità di funzionare
nonostante una grave deterioramento, sono fatti concreti che devono sostenere
la speranza di ogni malato. Una speranza
che deve però mantenere la capacità di giudizio, in grado cioé di saper
valutare come stanno i fatti. Così, ad esempio, la scienza medica e non certo
le cosidette medicine alternative, é stata una delle cause principali capace di
elevare da 30 anni a 80 anni la vita media nello spazio dell'ultimo secolo,
almeno nei paesi a tecnologia e socialità avvanzati. Merito in gran parte
dovuto alla eliminazione delle malattie infettive-batteriche con alta mortalità
infantile. Negli ultimi decenni un ulteriore contributo si é avuto per aver
ridotto la mortalità dovuta ad eventi acuti, come l'infarto cardiaco. Ma a
questa faccia meritoria della moneta "scienza medica" corrisponde
l'altra faccia del demerito di non aver saputo ancora eliminare la malattia con
il risultato non molto esaltante, di aumentare la sua cronicità.
Epidemiologia
della cardiopatia coronarica.
Incominciamo
questo programma di approfondimento con lo specificare l'epidemiologia, ovvero
la frequenza geografica della cardiopatia
coronarica o ischemica detta
anche l'epidemia propria delle società tecnologico-consumistiche, con una
mortalità e morbilità del 40% doppie rispetto al cancro e senza paragone con
qualsiasi altra malattia. E' sempre odioso il confronto fra malattie
predominanti e rare, poiché indipendentemente dalla loro frequenza provocano la
stessa sofferenza ed inabilità per chi ne é colpito. Tuttavia in termini di
estensione del danno sociale e di pianificazione sia dei finanziamenti per la
ricerca sia dell'assistenza, si é costretti a stabilire anche qui una scala di
valori. Tenendo conto come in genere si sottacia che la cardiopatia ischemica
ha un tipo di selettività particolarmente negativa in quanto, al contrario di
altre che insorgono ad ogni età e senza discriminazione, colpisce le persone
più preparate ed impegnate - negli Stati Uniti era detta la malattia dei medici
- in età, fra i 50 e 65 anni, vale a dire nel momento di massimo rendimento in
tutti i sensi (professionalità, capacità d'insegnamento, esperienza di ricerca)
con un danno umano e sociale incalcolabile. Si può dire con Morris che la
società crea queste persone e le distrugge nel momento più sbagliato. E questa
impennata dell'epidemia coronarica l'abbiamo vissuta di persona nel nostro
paese, vedendo la metamorfosi proprio della sala anatomica, da un predominio
fino al 1950 delle malattie infettive, specie tubercolosi (un infarto cardiaco
era una curiosità), a quello della cardiopatia coronarica in parallelo con la
metamorfosi, sopratutto al nord, del nuovo assetto consumistico con livelli
epidemiologici che hanno rapidamente raggiunto quelli nord-americani.
Come
per le epidemie infettive - per secoli piaga presente ovunque ora confinata
alla parte del mondo non sviluppato - ci si é difesi prima eliminando il
contagio fuggendo dalle persone infette e isolandole nei lazzaretti. Solo con
la scoperta degli agenti infettanti (batteri, virus, etc) si sono potute
scoprire le armi terapeutiche (vaccini, antibiotici, etc) per debellarle,
almeno nei paesi con efficiente organizzazione sanitaria, e con la restitutio
ad integrum nella maggior parte dei casi. La nostra epidemia, nonostante
l'individuazione ancora incompleta dei fattori di rischio - che sia chiaro non
sono la causa ma solo fattori predisponenti - e nonostante tutti i numerosi
tentativi terapeutici, é ancora lontana dall'essere debellata, essendo riusciti
solo a ridurre la mortalità dovuta ai quadri acuti (angina, infarto) mentre é
dubbia la riduzione della morte improvvisa. Con il risultato, poco
entusiasmante dopo circa mezzo secolo, che quando uno diventa paziente
“coronarico” lo rimane per tutta la sua vita, costretto a continuo controllo e
terapia. In sintesi la cardiopatia ischemica é ancora tutta da interpretare
vuoi come causa vuoi come essa evolve negli anni ed é tempo che il paziente o
il candidato identificabile dai suoi fattori di rischio, prenda coscienza del
problema, se non vuole essere in balia della disinformazione imparando, con un
po' di pazienza, a conoscere il suo cuore. Ad iniziare con l'apprendere le
nozioni di base della sua anatomia funzionale; con l'avvertimento che alcune
nozioni a prima vista troppo specialistiche e difficili vanno comunque
acquisite se si vuole - come si deve - arrivare ad un grado culturale tale da
permettere una partecipazione critica all'argomento.
Il cuore e la sua anatomia
Anche
il linguaggio ha le sue ondate di moda che i media diffondono con un'iterazione
da provocare un fastidio intellettuale. Per cui fra "le manciate di
minuti" "il pugno di secondi", "il bagno di folla",
"la testimonianza", "quant'altro" "assolutamente
si", ecc. ecc. invece dell' "immaginario collettivo" viene
voglia di parlare più banalmente di
accezione comune. E nell'accezione comune, appunto, il cuore é da sempre la
sede del sentimento positivo, ossia l'amore, mentre gli altri sentimenti
negativi come l'odio e l'invidia non si sa bene dove collocarli. Nella
sublimazione mitica di quest'organo - Apollinaire diceva "il mio cuore é
simile ad una fiamma capovolta" - ha certamente giocato l'iconografia
religiosa sul dato di fatto che tutti lo sentiamo aumentare i suoi battiti,
spia delle nostre emozioni. E "va dove ti porta il cuore" - vale a
dire il sentimento - é suggerimento pericoloso perché, se non guidato dalla
ragione, il cuore non porta da nessuna parte o porta spesso all'errore.
Guardiamolo quindi nella sua realtà di pompa muscolare essenziale per la nostra
sopravvivenza e costruita mirabilmente per un massimo di rendimento che deve
durare per tutta la vita e che non ha l'eguale nella nostra tecnologia più
avvanzata; per distribuire quanto necessario ad ogni benché minima parte del
corpo e recuperare quanto deve essere eliminato. Senza trasmettere sentimenti
di sorta come dimostrato dalle molte migliaia di persone che, dopo trapianto
cardiaco, seguitano a vivere i propri sentimenti di sempre e non certo quelli di chi il cuore l'ha
donato. Liberi sempre di mitizzare quest'organo anche se forse é tempo di riconsiderare
certe credenze, accorgendosi che l'anima che "sente" ha più a che
vedere con il cervello, organo del pensiero, il quale a sua volta fa
"battere" il cuore. Argomento che verrà ripreso quando si parlerà del
rapporto cuore/cervello in patologia.
Il
cuore, é quindi una pompa che distribuisce a tutti i tessuti del corpo in pochi
secondi ioni e molecole che se lasciati
a se stessi, grazie ai movimenti browniani, impiegherebbero 100 anni per
passare dalla testa ai piedi di un uomo. Pompa formata da quattro muscoli
("miocardio) due "circolari" disposti a doppia canna di fucile
da caccia e due "elicoidali" che avviluppano i precedenti sia
all'interno che all'esterno (Fig. 1). La spremitura delle due cavità d'eiezione
o ventricoli avviene per azione concentrica (muscoli cilindrici) accoppiata ad
un'azione ruotante ed accorciante (muscoli elicoidali) con un massimo di
capacità espulsiva. Il tutto reso possibile da una disposizione in parallelo
delle fibre muscolari miocardiche le quali si contraggono e si rilasciano
ritmicamente per cui in fase di contrazione (o sistole) si ha la propulsione del sangue dal ventricolo sinistro
nell'aorta e dal ventricolo destro nell'arteria polmonare mentre durante il
rilasciamento (o diastole) i
ventricoli si riempiono: il destro per il deflusso dal sistema venoso di tutto
il corpo attraverso l'atrio corrispondente e il sinistro dai vasi polmonari che
immettono sangue riossigenato (e quindi arterioso) nell'atrio sinistro dopo il
passaggio nei polmoni. Apposite valvole impediscono il riflusso del sangue
negli atrii e vasi connessi durante la contrazione o dalla aorta e polmonare
nei ventricoli durante il rilasciamento ventricolare. Esiste inoltre un sistema
cosidetto di conduzione formato da speciali cellule miocardiche connesse ad una
"centralina" neurovegetativa che
stimola il ciclo contrattile e ne regola il ritmo. Oltre a questo
"pacemaker" (o stimolatore del battito cardiaco) si ha una ricca
innervazione delle fibre miocardiche normali dalla quale dipende la loro forza
e velocità di contrazione. Un complesso controllo del sistema neurovegetativo
per adattare rapidamente la funzione cardiaca ad ogni evento che comporti un
aumento del bisogno di sangue per qualsiasi parte del nostro organismo. Questo
dà ragione delle molte differenze strutturali - qui inutili da elencare - fra
un muscolo dedicato ad una spontanea attività continua e variabile come il
miocardio e i muscoli volontari mediante i quali muoviamo, per un periodo
determinato tutto il movibile del corpo sia come atto cosciente-volontario che
come riflesso automatico. Nella Fig. 1a si é cercato di dare una sintesi visiva
del cuore e dell'architettonica dei muscoli cardiaci in relazione al flusso
ematico generale promosso dalla pompa. Un ulteriore passo di approfondimento é
necessario perché anche il profano si renda conto del rapporto
struttura/funzione. Si é detto come i fasci muscolari del cuore siano formati
da cellule miocardiche disposte in parallelo (Fig. 1b). A loro volta ognuna di
esse é costituita da un fascio di miofibrille, vero e proprio apparato
contrattile. Nucleo ed altri elementi cellulari a parte, ogni miofibrilla é
suddivisa in tanti sarcomeri separati da una linea Z e disposti nello stesso
ordine regolare con gli altri sarcomeri di tutte le miofibrille della stessa
cellula. Capire cos'é un sarcomero, vera unità contrattile, vuol dire capirne
il ciclo, lasciando volutamente in disparte tutto il versante degli ioni e
molecole - in breve la biochimica o biologia molecolare che dir si voglia - che
costituiscono il carburante per il movimento. Il sarcomero é formato da
filamenti più sottili (o actinici)
impiantati e quindi solidamente attaccati alle due linee Z che lo delimitano
senza congiunzione al centro; e da filamenti più spessi (o merosinici) disposti in parallelo e centralmente ai precedenti
senza connessione con le linee Z. Ogni filamento "spesso" é un asse
portante su cui scorrono avanti ed indietro i filamenti "sottili"
grazie ad interdigitazioni "attive" biochimicamente che connettono i
due tipi di filamenti attuando così il ciclo di contrazione (filamenti sottili
che penetrano sovrapponendosi nell'altra
metà del sarcomero) e rilasciamento (filamenti sottili che tornano nella
propria metà del sarcomero). In malattia questo ciclo si altera con modalità e
per motivi diversi, incomprensibili senza queste nozioni sulla struttura e
funzione del miocardio. Così come si deve avere un minimo di nozioni sulle
altre componenti altrettanto essenziali come la vascolarizzazione e
l'innervazione del cuore.
Senza
prendere in considerazione le vene cardiache, ci si limiterà al sistema
arterioso dal momento che é il grande imputato dei quadri più importanti della
patologia cardiaca. Innanzitutto va
detto che le arterie del cuore si chiamano coronarie perché circondano e quindi
"coronano" quest'organo sia in senso trasversale che longitudinale
per ramificarsi sulla sua superficie e penetrare poi con loro rami nella parete muscolare. Si distinguono così
due sistemi, uno extramurale formato dai rami principali e loro diramazioni
superficiali ed uno intramurale o intramiocardico da rami nel contesto
parietale. Il metodo migliore per avere una visione tridimensionale di questi
vasi é la loro iniezione dall'aorta - dalla quale originano - con sostanze
plastiche le quali danno un esatto profilo del lume vasale e delle sue
eventuali ostruzioni. Dal momento che
tutti i pazienti nei quali é stata eseguita una cineangiografia delle arterie
coronarie leggono nel rendiconto che questo o quel vaso sono ostruiti, non é
inutile conoscere i loro nomi e la loro
disposizione anatomica sulla superficie del cuore (Fig. 2). La figura 2a mostra
in particolare i plastici di arterie coronarie di due cuori normali, con la
visualizzazione anche dei rami intramiocardici a dimostrazione dell'enorme
ricchezza di questi ultimi praticamente poco dimostrabili con la
cineangiografia nel vivente. Si noti la verticalità dei rami, specie nel
ventricolo sinistro e setto, che penetrano nel miocardio per arborizzarsi lungo
tutto il loro decorso intramurale e terminare nel "letto" capillare,
vale a dire nei piccoli vasi a parete
estremamente sottile in quanto costituita da sole cellule endoteliali; il che
facilita lo scambio di sostanze con l'interstizio/cellule d'organo, nel nostro
caso, cellule miocardiche. Un settore importante della vascolarizzazione
intramurale sono le anastomosi o collaterali delle arterie coronarie.
Da
più di due secoli si discute se queste anastomosi
o collaterali esistano nel cuore
umano. Intendendo con questi termini vasi che congiungono fra loro rami della
stessa o di differenti arterie. In altre parole il discorso cambia se
un'arteria é, come si dice in gergo, "terminale" ovvero senza
collegamenti con altre arterie oppure é "anastomizzata" con i vasi
arteriosi contigui. Situazione anatomica d'importanza fondamentale quando si
debba stabilire il comportamento del
flusso ematico. Nel primo caso, se il ramo si occlude il tessuto dipendente non
più nutrito morirà; nel secondo, l'occlusione determinerà un flusso ematico
collaterale attraverso le anastomosi in grado di mantenere il nutrimento del
tessuto e quindi la sua vitalità e funzione. Immaginiamo un campo di grano
irrorato da un unico canale ed uno da più canali congiunti fra loro. Una volta
occluso l'unico canale avremo il deserto, mentre l'occlusione unica o anche
plurima nel secondo sistema avrà a disposizione vie rapidamente vicarianti in
grado di portare acqua al terreno che rimarrà così fertile. Nonostante i molti
studi anatomici precedenti, alcuni dei quali tuttavia già sufficienti a
comprovare l'esistenza di queste anastomosi, la vera e completa dimostrazione
della loro presenza in ogni regione cardiaca, ma soprattutto della loro
numerosità, si é avuta con la riproduzione tridimensionale mediante iniezione
di sostanze plastiche nelle arterie coronarie di cuori umani normali (Fig. 3).
In questa sede bastano tre precisazioni. Primo che la collateralità nell'essere
umano é tutta a livello dei rami intramiocardici, tenuto conto che di oltre un
migliaio di cuori iniettati solo in due cuori si sono viste anastomosi fra rami
secondari superficiali; il che é la norma nel cane, mentre il maiale e il
coniglio hanno una disposizione di tipo umano. Secondo, che la parete di questi
vasi é di tipo capillare da cui consegue la terza precisazione che queste
anastomosi vanno incluse nel letto terminale o capillare, aumentando così
enormemente la superficie di scambio biomolecolare. Molto di più di quanto
calcolato con un rapporto di un capillare per cellula miocardica, permettendo
così di capire la grande capacità funzionale del cuore anche in condizioni di
iperlavoro cronico (ad esempio, ipertensione) con aumento della massa
miocardica (ipertrofia compensatoria) con il preconcetto
sbagliato, ma difficile da smuovere, che tale massa sia in deficit ematico.
Le
altre componenti del miocardio sono i vasi
linfatici che servono al ricambio o
drenaggio del liquido interstiziale fra le cellule miocardiche, la matrice collagena, una specie di
reticolo fibroso che le congiunge fra loro e con le altre strutture che
compongono il miocardio e i nervi.
Ognuna di queste componenti, é stata più o meno studiata e le si sono
attribuite responsabilità patogene. Ma fra queste, é l'innervazione cardiaca
che merita attenzione prioritaria. Hic sunt leones, per dirla come, in antico,
si alludeva geograficamente all'ignota Africa. Il sistema nervoso del cuore per
quanto riguarda il plesso aortico, i nervi cardiaci e i gangli pericoronarici
non sono così ignoti. I "leones" sono nell'interno del miocardio, con
una vera difficoltà a studiare la loro disposizione e la loro fisiopatologia la
quale gioca con ogni probabilità un ruolo essenziale in molti se non in tutti i
disordini cardiaci. Rimandando ad ulteriori approfondimenti nei prossimi
capitoli, può al momento essere sufficiente ricordare che il controllo
neurovegetativo di tutte le componenti cardiache, soprattutto vasi e miocardio,
é dato dal sistema nervo vago in
competizione con il sistema nervo
simpatico.
Sono
queste le nozioni di anatomia normale utili alla comprensione dei rapporti
causa-effetto in patologia cardiaca. Nozioni essenziali che permettono al
paziente o ai soggetti a rischio di rendersi conto del passaggio dalla
normalità alla malattia descrivendo i vari quadri patologici delle arterie
coronariche e del miocardio e capire così come la malattia
"coronarica" s'instauri ed evolva, cercando il significato
fisiopatologico di ogni fenomeno nella sequenza degli eventi. E per dare
respiro al lettore apriamo una parentesi storica di come la disfunzione
cardiaca intuita da Ippocrate venisse da lui valutata. Nell'isola di Coo la sua
Scuola Medica, suddivisa in reparti a secondo della malattia, era una collina
formata da più gradoni l'accesso ai quali era dato da una scala centrale. La
capacità di lavoro del cuore era giudicata in proporzione al numero dei gradini
fatti e ritenuta normale se la salita alla cima avveniva senza sintomi di
affanno o fatica eccessivi. Un test da sforzo preistorico. E dopo molti secoli,
e nonostante un'inimmaginabile ottimizzazione tecnologica, non é ancora chiaro
se il cedimento del cuore sia dovuto allo squilibrio dei quattro elementi
(aria, terra, fuoco, acqua), come Ippocrate avrà discusso con i suoi discepoli
sotto il suo ippocastano o se dipenda da un ridotto apporto di sangue al miocardio
o ad una alterazione biomolecolare propria della miocellula indipendente
dall'entità del flusso ematico come si sta discutendo nelle nostre aule. Un
esempio che sottolinea da un lato la genialità anticipatrice di certe
intuizioni senza molta conoscenza della realtà anatomo-funzionale di un organo
e dall'altro come sia lento il procedere della conoscenza. Noi apparteniamo
alla generazione che più di ogni altra ha subito in pochi decenni
un'accelerazione tecnologica esponenziale, dal pallottoliere al computer con
tutto quello che esso vuol dire. E lo stesso salto di qualità dall'albero di
Ippocrate alla tomografia ad emissione di positroni si ha dalle epistole del
Morgagni (1700 d.c.), prima documentazione anatomica delle malattie, alle loro
attuali classificazione e definizione, spesso incomplete e fatte solo di
ipotesi; le quali per Huxley "sono la tragedia della scienza: una
splendida ipotesi uccisa da un orrendo fatto". Vediamo quindi i fatti
rispetto alla definizione corrente della cardiopatia coronarica.
Definizione attuale di cardiopatia
coronarica
Se
un paziente o un soggetto timoroso di diventarlo chiede agli esperti cosa si
debba intendere per cardiopatia coronarica o ischemica, il coro risponderà a
voce o per iscritto, senza ombra di dubbio, che l'aterosclerosi coronarica,
evocata dal colesterolo "cattivo", restringe il lume di una o più
arterie cardiache riducendo il flusso di sangue al miocardio (ischemia) con dolore anginoso, ovvero
totale occlusione del lume per rottura della placca aterosclerotica più suoi
frustoli portati dalle corrente (emboli)
che vanno ad occludere i piccoli rami nel contesto del muscolo cardiaco; il
tutto causa di infarto o morte improvvisa. E' la cosidetta "teoria
unificante" dell'accademia ufficiale (Fig. 4) con la quale si giustifica
il tipo di terapia in atto, spiegandoci come ogni quadro acuto sia dovuto a
rottura della placca aterosclerotica. Ma a fronte di tante parole come placca,
aterosclerosi, trombo, emboli, infarto, morte improvvisa, il profano non può afferrare
e collegare i concetti e deve arrendersi all'ipse dixit dei troppi profeti sul
podio televisivo o in cattedra o più semplicemente in camice bianco. Dal
momento che ognuna di queste parole non ha per lui significato alcuno,
sprovveduto com'é del minimo culturale che permetta d'intendere la dinamica del
processo che subisce. Si tratta in altri termini di poter toccare con mano dove
sia la verità così da giustificare ogni determinato sussidio terapeutico che
gli venga proposto. Primo argomento da apprendere é cosa sia l'aterosclerosi
che tutti citano nel lessico quotidiano senza o quasi cognizione di sorta.
L'aterosclerosi
E'
luogo comune etichettare come aterosclerotica una presunta capacità
intellettuale ridotta nell'anziano
ovvero ritenere l'aterosclerosi sinonimo di demenza senile. Luogo comune che,
come tanti altri, va sfatato. L'aterosclerosi é processo patologico già
riscontrabile in età giovanile e che non ha niente a che vedere con la
vecchiaia fisiologica. In quest'ultima la parete vasale in toto perde in
elasticità e motilità con dilatazione del lume (arteriosclerosi) mentre
l'aterosclerosi é una progressione degenerativa che tende a ridurre a tratti il
lume fino ad obliterarlo; e, come tutti i processi cronici, é retaggio del
passare degli anni, non necessariamente della vecchiaia. Ma deve essere chiaro
che patologia é una cosa - che la scienza (e si sottolinea la parola scienza)
medica ha come fine di eliminarla - e la vecchiaia un'altra. Anche se
quest'ultima é ancora un'incognita proprio perché il sovrapporsi delle malattie
croniche inquina i mutamenti fisiologici dovuti all'età. Capitolo aperto dunque
che il continuo aumento dell'età media con l'incremento percentuale della
popolazione anziana costringe ad approfondire; rivedendo molti concetti per il
trasformarsi della malattia stessa negli anni e l'esigenza di sempre più
superare gli schemi fissi dei trattati, già obsoleti appena pubblicati.
L'aterosclerosi
é processo antico dimostrato nei residui arteriosi di mummie egiziane. Con la notazione che queste ultime rappresentano
classi sociali le più elevate e non la popolazione generale, senza quindi poter
stabilire se anche le classi meno abbienti ne fossero affette. Fatto da tenere
presente quando si discuterà la causa e l'evolvere di questo processo. L'altra
osservazione é che l'aterosclerosi ha manifestazioni diverse nelle differenti
arterie dal momento che ognuna ha un suo regime di flusso con risposta
diversificata dei suoi elementi strutturali (endotelio, cellule muscolari
lisce, fibre elastiche, etc.) alla variabilità delle forze emodinamiche agenti
sulla sua parete (Fig. 5). E le arterie coronarie disposte sulla superficie del
cuore sono il miglior esempio per chiarire il concetto prima espresso.
Chiedendo anche qui al lettore profano, comprensibilmente più desideroso di
rapide conclusioni che di prolisse spiegazioni, la sua paziente attenzione
perché senza pazienza ed attenzione si rimane degli incolti incapaci di aiutare
se stessi e gli altri.
Già
dalle prime autopsie, nel 1700, Morgagni si era reso conto di un indurimento e
restringimento del lume delle arterie del cuore e ne aveva dedotto un rapporto
di causa-effetto con la malattia di questo organo. Da allora, e specie
nell'ultimo secolo, l'aterosclerosi di queste arterie é stata al centro
dell'attenzione. Soprattutto da quando l'epidemia moderna si é imposta come
primo fattore di mortalità e morbidità, la placca aterosclerotica é diventata
l'asse portante dell'universo "cardiopatia coronarica". Vediamo di
dare un'immagine comprensibile di questa alterazione e del substrato sul quale
essa si forma ed evolve.
L'ispessimento
intimale fisiologico é un utilissimo esempio di come una struttura si
modifichi, o meglio si adatti alla funzione. Un'arteria é normalmente formata
da tre tuniche. La prima, interna, endoteliale
é una sottile lamina di larghe cellule appunto endoteliali, piatte per l'azione
della pressione del liquido ematico che per cosi dire le schiaccia. Se infatti
si elimina la forza pressoria esse tendono a diventare cubiche. Questa tunica é
completata da un altrettanto sottile strato sottoendoteliale amorfo. La tunica
intermedia o media é formata da fibre
muscolari lisce, disposte prevalentemente in circolo ma anche con andamento
elicoidale, con il compito di modulare il tono e il lume vasale rispetto alle
esigenze di richiesta di un maggiore o minore flusso ematico. La tunica esterna
o avventiziale é costituita da
tessuto fibroso-reticolare che contiene sia vasi che nervi che nutrono e
regolano rispettivamente la parete vasale stessa. Questa, senza entrare nel
dettaglio, l'anatomia normale delle
arterie che irrorano gli organi, cuore incluso, dette muscolari in quanto dotate
di tunica media. Le arterie coronarie umane, disposte sulla superficie del
cuore, hanno invece una tunica endoteliale tanto ispessita da superare, già
dopo i 15-20 anni, lo spessore della media. Si tratta di un'ispessimento già
presente a focolai alla nascita, specie in sede di biforcazione dei rami, che
si diffonde a tutta l'intima e che inizia per proliferazione di miocellule
lisce provenienti dalla tunica media e di tessuto elastico; ispessimento che
con gli anni diventa fibroso. Il tutto senza riduzione del lume (Fig. 6). Due i
fattori responsabili di questo fenomeno. Il primo é sicuramente legato al tipo
particolare della dinamica di flusso esistente nel circolo arterioso
superficiale del cuore. Quando quest'ultimo eietta sangue in tutto il sistema
arterioso il deflusso avviene in modo continuo dal ramo d'organo principale a
tutti i vasi dipendenti. Nel cuore invece si ha un andamento difasico dal
momento che nell'eiezione, e quindi contrazione, il riempimento ematico si
arresta nei rami coronarici superficiali in quanto il miocardio contratto
comprime occludendo tutti o gran parte dei rami intramiocardici. Si ha quindi
un arresto sistolico con un massimo di pressione con tensione ed espansione
della parete dei vasi liberi, cioé non contenuti da tessuto compatto, in
superficie. Questo sovraccarico delle diverse forze agenti sulla parete sono
una delle cause dell'ispessimento intimale prima descritto per l'adattabilità
fisiologica delle strutture. Ma se le forze pressorie sono senz'altro un
cofattore importante, tuttavia non sembrano sufficienti da sole ad esserne la
causa. Infatti, nel cane, nel quale si ha un'analoga situazione anatomica e
funzionale, le arterie coronarie non presentano ispessimento intimale alcuno
(Fig. 6E). Il che fa presumere nell'essere umano il concorso del sistema
nervoso adrenergico nel controllo del lume vasale (mediante contrazione o
rilasciamento delle fibre muscolari lisce della tunica media) in rapporto agli
effetti del flusso difasico a sua volta correlati ai frequenti eccitamenti
neurogeni della funzione vascolare e cardiaca a seguito dei molti stimoli
esterni; essendo stato dimostrato che la proliferazione delle cellule muscolari
lisce é sollecitata dal sistema adrenergico.
Si
ripete spesso che l'essere umano ha l'età delle sue arterie alludendo
all'aterosclerosi. Uno dei tanti preconcetti, più giornalistici che scientifici,
di cui é piena la storia della medicina. In realtà la placca aterosclerotica
compare già fra la seconda e terza decade, ha un massimo di gravità e numero di
arterie coronariche colpite fra i 50 e i 60 anni senza un incremento
significativo con l'aumentare dell'età. Questo visto in soggetti normali
deceduti per accidente, in assenza di malattia cardiaca o di altro organo o
sistema. Punto importante nella discussione, come si vedrà, sia sulla
evoluzione del processo aterosclerotico che della placca coronarica.
Aterosclerosi nel parlare comune significa colesterolo alto, sopratutto quello
"cattivo", a bassa densità (LDL) obbligando ognuno di noi a seguire
il suo livello per portarlo o tenerlo nei limiti. Ci hanno insegnato infatti
che il colesterolo con le sue lipoproteine passa attraverso l'endotelio, si
deposita nell'intima e ha così inizio - non si capisce bene se associato o meno
a piccoli trombi piastrinici - il formarsi della placca con proliferazione di
cellule reattive, cellule muscolari lisce comprese, e trasformazione fibrosa.
Questo formarsi della placca é dedotto dalle alterazioni ottenute mediante una
dieta ipercolesterolica massiva in animali che non presentano mai
un'aterosclerosi spontanea. Siamo andati a verificare se un analogo iter
formativo si ha nella placca coronarica umana mediante diverse migliaia di
sezioni istologiche di queste arterie sistematicamente prese nei tratti vasali
dove si ha una maggior frequenza della placca aterosclerotica sia in soggetti
normali che in pazienti con i vari aspetti (vedi più avanti) della malattia
coronarica. Studio che ha permesso di ricostruire la storia naturale di questa
lesione che inizia con una proliferazione nodulare di cellule muscolari lisce
aggettante nel lume senza grassi o colesterolo o trombi o piastrine. Il nodulo
miocellulare si trasforma in tessuto fibroso al di sotto del quale, con il
tempo, si accumulano dei "proteoglicani" o sostanze
mucopolisaccardiche nel cui contesto compaiono poi lipo-proteine - colesterolo
e sali di calcio. Il continuo riformarsi e il rimaneggiamento di questi
fenomeni spiega il progredire della placca in senso tridimensionale con il
risultato di ostruire il lume del vaso. A questo si devono aggiungere altri
eventi da intendersi come complicazioni quali neoformazione vasale nell'intima
aterosclerotica, emorragia, infiltrati-infiammatori perinervosi avventiziali e
possibile formazione di trombi più o meno occlusivi sempre in sede di grave
stenosi.
Questa
storia naturale della placca aterosclerotica nelle arterie coronarie dell'uomo
e della donna - intendendo per storia naturale tutto il decorso spontaneo
dall'origine e senza interventi esterni di alcun tipo - é totalmente diversa da
quella sperimentale. Da qui molta confusione nel definire questo processo
sovrapponendo o sostituendo i dati sperimentali con quelli propri alla realtà
umana. In altre parole la placca in discussione, nella grande maggioranza della
nostra popolazione inizia per iperplasia delle miocellule lisce (placca mioiperplastica) da probabile
eccesso di stimolazione neuro-simpatica, senza infiltrazione primitiva di colesterolo, o piastrine o altro (Fig.
7a,7b); mentre nell'esperimento ipercolesterolemico ed in alcuni relativamente
rari quadri umani di ipercolesterolemia famigliare o acquisita, si ha una diversa
storia naturale che inizia con infiltrazione lipo-proteica subendoteliale
preceduta o seguita da aggregazione fibrino-piastrinico (placca ipercolesterolica); Fig. 7a E). Due quadri del tutto
differenti e che impongono, come vedremo, diversi rapporti causali e
altrettanto diversi approcci preventivo-terapeutici.
I Conclusione. Il tanto evocato
colesterolo, buono o cattivo che sia, non è la causa della placca
aterosclerotica quale vediamo nelle arterie coronarie umane. Placca che si
forma con modalità diverse – non per infiltrazione attraverso l’endotelio del
complesso lipoproteico/colesterolo – e con una sua evoluzione ostruente il lume
vasale nella quale il colesterolo compare come una componente secondaria e per
così dire passiva. Questa inversione di veduta, spiega come circa la metà dei
pazienti con infarto ha valori normali di colesterolo.E sorprende come un
esperto,da anni al corrente di questa inversione,non ne faccia cenno nella
solita rivista divulgativa,ripetendo il classico ritornello della placca
sperimentale da ipercolesterolo.Plagio subconscio dell’effetto maggioranza alla
quale si deve sottostare a giustificazione dell’enorme macchina di montaggio
preventivo-terapeutico ?Ricordando che ogni verita’ è scoperta a se stante e
non risultato di maggioranza la quale nell’evolvere del pensiero scientifico è
sempre risultata perdente
Riduzione
del lume coronarico
La
storia é raramente un processo lineare per i molti eventi che ne modificano
l'iter, spesso con ricorsi alternativi. Analogamente, anche la storia naturale
di ogni processo patologico, e quindi anche della placca, é percorso che
risulta in aspetti diversi per l'interazione degli eventi che si succedono e si
autoinfluenzano. Il comune denominatore é tuttavia una crescente riduzione del
lume dell'arteria. Riduzione che può associarsi al prevalere a tratti di questo
o quell'aspetto con diversificazioni lungo tutto il decorso del vaso (Fig. 8).
Aspetti che non sono una peculiarità solo anatomica bensì espressione di eventi
dinamici che possono avere valore interpetativo quando si consideri il rapporto
placca-malattia. In questo senso tre
sono gli aspetti storiografici della placca da tenere presenti. Il primo é la
sua neovascolarizzazione in aumento con il procedere della riduzione del lume,
vale a dire con l'incremento patologico dallo spessore dell'intima. Come già
detto, quest'ultima, anche quando ispessita fisiologicamente, non é
vascolarizzata e la sua parte interna si nutre per via transendoteliale
direttamente dal sangue che scorre nel lume. Ad un certo grado d'ispessimento
aterosclerotico si ha un'estesa neoformazione di vasi che collegano rami
avventiziali al di sopra e al di sotto della placca stenotica con arteriole e
plessi vasali intimali a loro volta
connessi con il lume residuo del vaso. Struttura vascolare che permette di
circuitare il flusso ematico prestenotico al tratto vasale poststenotico.
Anticipiamo che questa struttura neoformata é un primo sistema a rete
anastomotica che baipassa la stenosi, mantenendo l'irrorazione a valle (Fig.
9). Non solo questa vascolarizzazione anche se non distinguibile con la
cineangiografia nel paziente, può tuttavia spiegare immagini radiopache
angiograficamente anomale interpretate come segnale di complicanze
(rottura/trombosi) pericolosi. Il secondo aspetto importante é l'infiltrato
infiammatorio linfo-plasmacellulare che nella storia naturale compare solo dopo
l'accumulo di proteoglicani e non delle lipoproteine. Infiltrato quindi che
insorge non all'inizio bensì ad un preciso stadio relativamente tardivo
dell'evolversi della placca e visibile anche quando si ha una riduzione
minimale del lume; e con la caratteristica di localizzarsi attorno ai nervi
della tunica avventiziale esterna in contatto con la tunica media miocellulare
(neurite mediale) (Fig. 10). Il terzo
aspetto é l'emorragia riscontrabile nell'intima aterosclerotica. E' l'evento
più raro riscontrato in placche gravemente ostruttive in rami tributari di una
zona con infarto acuto; quadro che verrà discusso più avanti.
Significato della riduzione del lume
coronarico in rapporto alle modificazioni del circolo collaterale in patologia
La
maggior parte, se non la totalità dei medici e cardiologi ritiene che ad un
certo grado “critico” di riduzione del lume (stenosi vasale) corrisponda – come quando si comprime un tubo di
gomma in un punto del suo decorso – una riduzione del flusso ematico al
miocardio (ischemia) e suo danno
anatomo/funzionale. Il che equivale a credere che non esistano compensi di
flusso tali da annullare l’ischemia, e che solo la riapertura della stenosi o
il baipassarla possano ridare al miocardio il sangue del quale ha bisogno.
Vediamo, quindi, se un tale credo è reale o è il risultato dell’incapacità di
visualizzare nella loro completezza i circoli collaterali con la
cineangiografia coronarica.
Al
circolo anastomotico attorno alla placca si deve aggiungere il circolo
anastomotico o collaterale coronarico fra i rami intramurali. Si é descritta
l'anatomia normale del circolo anastomotico del sistema arterioso del cuore. La
domanda é se e quando questi rami anastomotici si modificano in corso di
patologia cardiaca. In tre condizioni si é potuto dimostrare e quantificare, in
termini di diametro vasale, un aumento molto notevole di questo circolo:
1) In rapporto alla riduzione del lume
arterioso coronarico (Fig. 11). Con il progredire dell'ostruzione vasale si ha
un aumento di diametro e lunghezza delle normali anastomosi preesistenti.
Aumento che interessa solo una parte delle anastomosi che collegano i rami
adiacenti con lume normale al tratto di arteria sottostante alla ostruzione. Si
ha quindi una modificazione caratteristica (circolo
collaterale satellite) in relazione strettamente topografica con la lesione
stenosante di un ramo. Modificazione talmente marcata da cambiare tutta la
normale fisionomia del circolo arterioso del cuore. I diametri di queste
collaterali superano (anche molto oltre il millimetro) quelli normali
(inferiori a circa un quinto di
millimetro). Il numero di queste anastomosi giganti aumenta con l'aumentare del
numero dei vasi ostruiti. Si ha quindi un riproporzionamento di questo sistema
che coinvolge sia le collaterali fra arterie diverse (intercoronariche) o fra rami di una stessa arteria (omocoronariche). In altre parole, con
l'aggravarsi nel tempo dell'aterosclerosi coronarica per coinvolgimento di
altri rami, esiste un potenziamento anatomico delle collaterali tale da poter
presumere una ridistribuzione del flusso ematico nel contesto (non in
superficie perché praticamente inesistenti in questa sede) del muscolo
cardiaco. Questo aumento strutturale delle anastomosi indica già di per sé un
maggior flusso determinato dal gradiente pressorio, cioé dalla differenza fra
un vaso indenne a pressione normale (e quindi alta) ad uno a bassa pressione nel
tratto sottostante all'ostruzione. E' questo il momento fisico che
ridistribuisce il flusso ematico intramiocardico e non la riduzione del sangue
in tutto il territorio del ramo stenotico in quanto l'incremento collaterale é
satellitare e non diffuso, con una riserva praticamente inesauribile di
anastomosi normali pronta a compensare ulteriori riduzioni dei lumi dei rami
coronarici arteriosi (Fig. 11C). Spiegando così come ogni cuore con
aterosclerosi coronarica ostruttiva abbia un proprio quadro di sviluppo
anastomotico. A completamento va detto che altri rari processi occlusivi
cronici delle arterie coronarie (infiammazione reumatica, coronaropatia del
cuore trapiantato, etc) hanno lo stesso tipo di risposta collaterale. Risposta
che si può avere anche in assenza di malattia coronarica ostruttiva. Esistono,
infatti, due condizioni nelle quali, nonostante l'assenza di lesioni ostruttive
coronariche si ha un aumento di diametro anche notevole delle anastomosi.
Aumento però diffuso a tutto il sistema (e non satellitare come con le stenosi)
in analogia all'incremento di tutta la vascolarità intramurale:
nell'ipertrofia, vale a dire quando si
ha un aumento della massa muscolare tutte le volte che il cuore
deve lavorare di più o nell'ipossia cronica come ad esempio nell'anemia. Per
dare un'idea di questo riproporzionamento delle collaterali basti dire come da
un diametro medio nel cuore normale di 200 millesimi di millimetro si passi a
221 nell'ipertrofia, 249 nell'ipossia (sempre con arterie coronarie normali),
347 nella stenosi grave (superiore al 70% di riduzione del lume) unica, a 467
nelle stenosi gravi multiple, con diametri massimi che sono rispettivamente di
350,500,450,1250 e 2000. Nella tabella che segue riportiamo in esteso i dati
per averne una visione più completa:
Valori
medi del diametro delle anastomosi
|
Arterie coronarie |
Diametro massimo |
Diametro medio |
Indice anastomotico medio |
|
Normali in cuore normale |
280(180-350) |
200(150-200) |
4.7(3.4-6.2) |
|
+ ipertrofia |
350(200-500) |
221(130-350) |
7.4(4.5-14.0) |
|
+ ipossia |
395(299-395) |
249(180-140) |
12.4(8.9-19.3) |
|
Ostruzione lieve |
320(250-425) |
209(165-225) |
5.7(4.8-7.1) |
|
severa subocclusiva |
685(350-1250) |
347(200-450) |
14.3(7.5-23.0) |
|
severa multipla |
786(280-2000) |
467(100-600) |
20.5(4.8-38.0) |
NB Indice anastomotico
espressione delle dimensioni e numero delle anastomosi uguali o superiori a 100
in millesimo di millimetro.
E'
opportuno anticipare fino da ora che la dimostrazione dell'aumento delle
collaterali in corso di cardiopatia coronarica é la scoperta chiave per aprire
il forziere di questa malattia e capirne il contenuto. E il lettore
"paziente" chieda al suo cardiologo o medico curante cosa sono le
collaterali (o anastomosi), se esistono nel cuore e a cosa servono. Vedrà un
volto con un'espressione o semi stupita di chi non sa bene di che cosa si parli
o sicura nell'affermare che non esistono o comunque rare ed insignificanti,
solo perché la cineangiografia o non le fa vedere o se ne evidenzia qualcuna la
malattia insorge ugualmente. Ignorando gli studi che con altre metodiche le
hanno dimostrate, ma che conviene dimenticare se non si vuole rimangiare tutto
il proprio credo su cui si basa l'azione terapeutica e l'industria ad essa
connessa. Ritorneremo sull'argomento, ma un punto va sottolineato: che proprio la
visione delle collaterali con i plastici coronarici ci ha costretto a rivedere
tutto il problema e a ribaltare i concetti così come la scienza ha ribaltato il
credo dell'inquisizione che voleva la terra al centro anziché alla periferia
nella sua incapacità di intuire cosa fosse l'universo. E ogni problema, anche
medico é un universo che va conosciuto ribaltando tutti gli errori
interpretativi. Ma ne riparleremo a ragion veduta quando si saranno apprese
altre nozioni che sono importanti nel contesto dell'universo che ci sforziamo
di capire e far capire.
II Conclusione. Contrariamente al credo
corrente basato sull’immagine cineangiografica insufficiente a visualizzare la
parte più importante – il circolo intramiocardico – del sistema arterioso del
cuore, esistono ovunque e in numero incalcolabile anastomosi o collaterali
normali che congiungono tutti i rami fra loro. Anastomosi che aumentano
enormemente in calibro e lunghezza in presenza di una grave riduzione del lume,
così da riempire il tratto del ramo a valle dell’ostruzione. Questo lo si ha
sempre ogni volta che esista una tale ostruzione, a dimostrazione
dell’incapacità cineangiografica che vede e non vede; e quando vede è pur
sempre un quadro incompleto. La documentata esistenza del circolo collaterale
costringe a ristudiare i diversi aspetti
della malattia coronarica per stabilire se a questo incremento anatomico
di circolo collaterale corrisponda un aumento di flusso compensatorio capace di
annullare gli effetti ischemici indotti dalla riduzione del lume.