L'Io e il Suo Cuore

 

 

 

Giorgio Baroldi

e

Antonio L’Abbate

 

 

 

 


 

 

Al Paziente e a coloro che

                       l’assistono


 

L’iconografia è stata curata da Giuseppe Andrea L’Abbate

 

 

Si ringrazia la Sig. Elisabetta Spagnolo per l’eccellente assistenza segretariale

 

 

 

 


INDICE

 

1.

Introduzione

a) A chi credere

b) Epidemiologia della cardiopatia coronarica

2.

Il cuore e la sua anatomia

3.

Definizione attuale di cardiopatia coronarica

4.

L'aterosclerosi

5.

Riduzione del lume coronario

a) Significato della riduzione del lume coronario in rapporto alle modificazioni del circolo collaterale in patologia

6.

I diversi aspetti clinici della malattia coronarica e i suoi equivalenti clinico-funzionali

a) Angina pectoris

b) Il flusso coronario

c) Meccanismi responsabili dell’ischemia

d) Ruolo del microcircolo nell’ischemia

e) Cascata ischemica e sue complicanze

f) Miocardio stordito e miocardio ibernato

g) I segnali clinici di ischemia e di vitalità

7.

Diversi aspetti clinici della malattia coronarica e i suoi equivalenti morfologici

a) L’infarto miocardico acuto

b) Morte improvvisa

c) Insufficienza miocardica

d) Complicanze miocardiche secondarie all’infarto acuto

8.

Revisione critica alla teoria corrente

a) Riduzione del lume e suo significato fisiopatologico nella coronopatia coronarica

b) Occlusione coronarica e sua realtà funzionale

c) Embolia nella cardiopatia coronarica

9.

I fattori di rischio cardiovascolare

10.

Conoscenza dei fatti e ricaduta pratica operativa.

a) Cosa ho imparato monitorando la mia ischemia

b) Personalità e cardiopatia coronarica

11.

Teoria idraulica e stress adrenergico

12.

Linee guida

a) La centralità del medico nel programma di prevenzione

b) Il rischio cardiovascolare globale

13.

Integrazione e trasferimento dell’informazione sulla malattia

a) I parametri di interesse nella cardiopatia ischemica

b) Tipologia dell’informazione

c) Integrazione

d) Supporto informatico e sistemi di ausilio

e) Sistemi disponibili

14.

L'io cura se stesso

15.

Aggiornamento postmoderno delle regole della Scuola Salernitana

16.

Sequenza e tipo di esami di controllo

a) Primo episodio esordiente con un infarto miocardico

b) Morte improvvisa

c) Malattia coronarica cronica

17.

Cuore e cervello

a) Pratiche alternative

b) Esigenza di aiuto-emergenza

18.

La sanità nella crisi ecumenica

19.

La sanità nel nostro paese

a) Abuso terapeutico

b) Dipartimento Cardiologico

c) Fisiologia del Dipartimento

    (1) Assistenza

    (2) Insegnamento

    (3) Ricerca

 

 


    Qualche decennio fa (1977) un filosofo (KR Popper) ed un neurofisiologo (JC Eccles) hanno pubblicato "L'Io e il suo cervello" (The self and its brain) per fare il punto fra astrazione del pensiero teoretico e il suo raccordo con la realtà funzionale dell'organo che la contiene, il cervello. Un anatomo patologo funzionale (G.B.) ed un patofisiologo clinico (A.L.) hanno ritenuto e ritengono che la divulgazione, anche ai profani, della realtà anatomo-funzionale del cuore sia altrettanto necessaria per due ragioni. Una é che le malattie di questo organo sono la causa prima di morte nelle società del benessere. L’altra é che per alcune malattie cardiache e in particolare per la cardiopatia coronarica, che include l’angina pectoris, l’infarto e la morte improvvisa, le cause sia del loro insorgere che delle loro complicazioni sono ancora tutte da scoprire. Così, in un panorama di prevenzione e cura basato su ipotesi spesso senza reale fondamento, l’”io" rimane continuamente frastornato dal pressoché quotidiano annuncio di nuove scoperte in un'altalena di affermazioni e smentite; plagiato dalla caterva di esami con i quali viene aggredito, sentendosi il più delle volte solo perché gli specialisti che lo circondano, sommersi dalla catena di montaggio tecnologica, perdono la realtà del paziente stesso. Da taluno si ripete che la nostra conoscenza della cardiopatia coronarica é come un bicchiere mezzo pieno, alludendo che questa metà corrisponda a quanto conosciamo e quella vuota  a quanto ancora ignoriamo. Dimenticando  di precisare che il mezzo pieno non é tutto di verità bensì di ipotesi troppo spesso intese o insegnate come fatti dimostrati. Di fronte a malattie dalle molte incognite e misinterpretazioni nasce l'esigenza morale di fare partecipi alla ricerca del vero, non solo gli addetti professionali alla cura e prevenzione, ma anche e soprattutto i pazienti e quelli a rischio di diventare tali, per non essere foglie trasportate dal vento di moda. Con il diritto, ma anche il dovere, di apprendere com'é fatto il cuore e perché e come si ammali con tutte le deformazioni del proprio io; così da rendersi conto se l'informazione - o disinformazione - medica dei media sia o meno corretta o non peggiori quel delicato equilibrio della sua personalità di malato. Un esempio per tutti offerto dal telegiornale della nostra televisione pubblica che ha annunciato la "scoperta" fondamentale di chirurghi tedeschi, seguiti dopo poco tempo da chirurghi italiani, i quali hanno iniettato nelle arterie coronarie di pazienti con infarto acuto cellule staminali o primordiali pluripotenti che dovrebbero riparare e sostituire il miocardio necrotico, ridando al cuore la sua integrità. Il tutto con un disegno animato di un cuore pulsante tranne una zona scura, immota, corrispondente all'infarto che si chiarificava tornando a battere dopo la iniezione delle suddette cellule. I responsabili e i conduttori televisivi, sono in grado d'immaginare la reazione di qualsiasi paziente a questo falso in atto scientifico? Falso in atto scientifico in quanto questa ultima proposta terapeutica é ancora in fase preliminare di sperimentazione con molti dubbi che i presupposti su cui l'ipotesi si basa possano venire realizzati. Comunque anche se meritevole di studio, una tale ipotesi va mantenuta nell'ambito dell'indagine scientifica senza creare prematuramente illusioni terapeutiche come troppo spesso accade.

    Premesso che il diritto d'informazione comporta il più rigoroso dovere di evitare la disinformazione, e premesso che molti sono gli esempi simili con i quali si vorrebbe culturizzare la gente con la solita miscela di personaggi sorridenti e di esperti interessati a difendere il proprio operato; ciò premesso dovrebbe esistere un comitato etico scientifico che garantisca la correttezza dell'informazione divulgativa medica, specie per malattie d'importanza sociale la cui natura é per diversi aspetti ancora un'incognita. Con la mistificazione di fondo che ogni medico sia uno scienziato, mentre, in genere, é un professionista che può soltanto seguire il credo e le applicazioni tecnologiche correnti, spesso in collusione - il termine appropriato é "comparaggio" - con l'industria che lo corrompe affinché usi i suoi prodotti per i quali ha investito cifre da capogiro. E' di questi giorni l'ultimo scandalo in merito venuto alla ribalta dei media. Scandalo che verrà rapidamente smorzato, come tanti altri per l'interesse dei politicanti, sia quelli seduti in tutti i settori delle due camere che quelli troneggianti sui banchi di governo. Ma ciò che difficilmente si sottolinea é che il comparaggio non é soltanto una questione di danaro che fa lievitare i prezzi che il paziente deve pagare, bensì, e questo é il danno ben più grave, del blocco voluto in quanto interessato del progredire della conoscenza medica con l'inevitabile ricaduta di una malasanità. La cosa più preoccupante è che pur nell’ambito di un comportamento corretto dei medici, la ricerca clinica, cioè quella condotta sui pazienti ricoverati in ospedale o ambulatoriali, è tutt’oggi di fatto controllata, in quanto finanziata, quasi esclusivamente dall’industria e finalizzata alla verifica dei nuovi prodotti farmacologici o tecnologici, secondo i dettami imperanti della “medicina basata sull’evidenza”. Un argomento cruciale per la medicina moderna a cui è dedicato un capitolo più avanti mentre qui,dal momento che si è prima accennato all’ultimo argomento di moda da contenere nei giusti limiti, va sottolineato come ogni giorno si legga e si veda gli eroici pionieri che iniettano attorno all’infarto cellule staminali e quel che è peggio come l’industria si sia appropriata del ghiotto impadronita dell’argomento producendo cellule staminali da vendere, con il solito tambureggiamento mediatico promozionale, anche nelle edicole dei giornali.

La necessità di una informazione critica del paziente, non soltanto sui problemi specifici legati alla malattia ma anche sulla filosofia della medicina moderna e sulle attribuzioni del controllo della salute dei cittadini, deriva poi dalla riconosciuta centralità del paziente in ogni decisione medica con possibilità di consenso o di veto dei singoli atti medici che lo riguardano. Orbene questa centralità chiaramente contrasta con la reale capacità di giudizio del paziente, affidata molto spesso ad una informazione poco comprensibile, non esauriente e sicuramente di parte.

    Lo scrivere un aggiornamento culturale direttamente per il paziente in atto od in fieri, é stato sollecitato dall'impressione di un'immobilità scientifica del sapere raggrumato in un'unica monade dogmatica. Mentre in altri campi scientifici la libertà del confronto di idee diverse, se non opposte, viene garantita, nella cosidetta scienza medica ogni credo sviluppa certe specializzazioni e tecnologie che comportano ponderosi impegni economici. Da qui la difficoltà di poter uscire dalla monade, sopraffatti da troppi interessi, con un discorso che riesca a riportare alla verità o comunque indicare il giusto cammino da seguire. E quindi il dubbio se sia lecito o meno alterare la mente di un paziente che non chiede altro che la pillola magica della guarigione con attaccamento fideistico per chi lo cura spesso associato ad un'innegabile "effetto placebo" (scomparsa, ad esempio, del dolore anginoso somministrando sostanze inerti, benessere dopo un colloquio tranquillizzante con il medico, etc). Ovvero offrire al paziente stesso la possibilità di raccordare il suo io e tutte le reazioni indotte dalla malattia con la realtà delle alterazioni che sono presenti nel suo cuore. Poter distinguere di persona, e non grazie al verbo di chicchessia, quanto si conosce da quello che crediamo di conoscere o che sottacciamo per mancanza di cultura e di volontà a rivedere quanto in passato é già stato detto. Vale a dire promuovere una contestazione, giustificata da fatti dimostrati non controvertibili, a partenza dalla base e cioé da coloro che soffrono; non per sovvertire ma per aiutare il procedere della conoscenza, apparentemente inceppato dai tanti motivi già detti. Integrando due visioni, l'una complementare all'altra, e cioé una visione anatomo-funzionale interprete dell’equivalente clinico, il tutto affrontato con criterio scientifico. A dimostrazione che il tavolo anatomico, dal Morgagni (1700) in avanti e nonostante le più sofisticate, attuali tecniche di immagini cliniche, resta ancora il punto di riferimento affidabile e non eludibile per dare concretezza strutturale a queste ultime, ripercorrendo la storia di tutti gli eventi patologici occorsi in vita. Senza di che si cade nell'ipotetico e nella vaghezza che porta all'instabilità psicologica del malato. Nella esposizione daremo diversi esempi della limitata capacità interpretativa dei molti esami mediante i quali si diagnostica e si “terapeutizza”.

    L'oggetto della scienza o filosofia che dir si voglia, si tratti della verità "universo" - oltre 700 anni da Aristarco di Samo (270 a.c.) alla dimostrazione eliocentrica con Copernico e Galileo - o della verità "cardiopatia coronarica", comporta una difficile e faticosa ricerca della correlazione dei fenomeni, aiutata dalla ricerca tecnologica, evitando o almeno attenuando l'influenza di certe ipotesi, barattate per vere per interessi dell'industria che ha investito danaro e degli specialisti i quali non possono non difendere tecniche apprese con un lungo tirocinio. E nel mezzo c'é il paziente destinato a subire e a credere che quelle cellule staminali saranno la sua salvezza, ignorante - perché tutti siamo ignoranti della cultura che non ci appartiene - delle tante interazioni che la malattia mette in moto con la possibilità di errori interpretativi e ricadute pratico-terapeutiche inidonee. Per questo chi ha giurato con Ippocrate di aiutare il malato sente il dovere morale di insegnarli l'essenziale per distinguere le immagini false dalle vere per avere un proprio giudizio critico sull'Iter del suo io malato anche perché oggi prevale un certo vanto delle tecniche invasive di una cardiologia sempre più aggressiva od interventistica con il comprensibile favore dei tecnologi in essa impegnati. Si crea così un giro dogmatico vizioso che soltanto una maggiore cultura del paziente può interrompere una volta che esso non sia più plagiabile. Consci che alcune pagine saranno di non facile digestione intellettuale.

 

A chi credere

    Alla base di ogni rapporto con qualsivoglia interlocutore c'é l'esigenza della fiducia nella sua onestà. Quando poi si debba affidare il nostro io ad un camice bianco per salvare la nostra vita o quantomeno per eliminare la paura di perderla, la fiducia si trasforma facilmente in fede cieca ed assoluta nel presunto salvatore. Un tempo, quando la medicina era più arte che tecnologia - quando dovrebbe essere sempre e soltanto scienza - un tale rapporto era più semplice in assenza delle eccessive interferenze dei media, i quali per definizione devono fare "Titolo" magari a scapito della verità (a quando un vero garante?). Allora, il vero ed unico interlocutore era il medico di famiglia integrato negli affetti di quest'ultima, con l'allargamento al consulto se proprio necessario; e il suo verbo era biblico, e la sua presenza salvifica per acquietare le ansie.

    Oggi, con la stessa ansia e trepidazione, il malato o chi si ritiene tale, si trova al cospetto di tanti volti anonimi che gli trasmettono quel frammento del suo io che hanno indagato e ridotto a tanti fogli dalle parole astruse e cifre incomprensibili che non si sanno decifrare, con l'eco di una voce che ha pur detto una diagnosi e imposto una terapia. Diagnosi e terapia spesso "invasiva", ovvero con interventi chirurgici o simil-chirurgici da un lato e giornali e televisione che ogni giorno dicono di tutto e il suo contrario. Così s'incrina quella fede che non ha più la voce biblica a sostenerla e non si sa più a chi credere; diventando emigranti da un centro medico all'altro per trovare la terra promessa della certezza. Nell'ansia di inseguire ovunque il santuario della grazia rivelatrice che finisce per esaudirsi quando s'incontri un volto simpatico in un ambiente confortevole; il che non vuol dire di avere incontrato quella fiducia che si cerca, o almeno l'onestà di chi non si fa travolgere dalle mode o dall'interesse.

    Il ricordo va alla infanzia nei lontanissimi anni 30 quando la moda era di togliere l'appendice a tutti e la paura dell'appendicite, anche per me ragazzo, aveva indotto l'ansietà ad ogni minimo dolore addominale, di dover subire il terrore della camera operatoria. Mesi di incubo, diluitosi con il tempo e con la constatazione che era rara la sua occorrenza. Oggi, con tutto il tam-tam di una divulgazione capillare di qualsivoglia malattia si é più abituati al mondo della salute. Tuttavia la paura permane, specie per le malattie più frequenti, infarto cardiaco e tumore maligno, abbinate ai tanti credi diagnostici e terapeutici, allargati al di fuori della medicina ufficiale in tante formule di medicina alternativa con ancor meno supporto scientifico. A chi credere, dunque? A chi ci assale con tutta la tecnologia possibile riducendoci ad uno spazio del computer senza realtà umana? O all'arte dello sciamano in camice bianco che somministra magiche pozioni o impone le mani taumaturgiche? La sola alternativa a tanta incertezza, che ci porta al plagio fideistico, é diminuire in noi stessi il divario fra il tanto che sentiamo, con le insorgenti e ricorrenti paure, e il poco che conosciamo; che ci fa dipendenti del credo altrui. Diminuire il divario é possibile se si accetta la fatica di conoscere cosa vogliano dire le tante parole che udiamo e ripetiamo senza una cultura in grado di arginare ogni novità ci venga somministrata; ben sapendo, come anche il profano con un minimo di memoria può confermare - l'illusione di Bella per usare un eufemismo al fine di intenderci - che i tanti entusiasmi erano solo tragiche bolle di sapone. Un ritorno quindi alla cultura che può compensare se non eliminare la sensazione di solitudine ridando fiducia alla parte malata di noi stessi uscendo dalle nebbie della non conoscenza e ancor più importante, facendoci coscientemente responsabili sul da farsi. E a stimolo della necessità di conoscere e a conforto di quanto una tale conoscenza può aiutare, merita ricordare come  uno dei primi cardiochirurghi (C.S. Beck) a proporre e ad attuare negli anni 1950 la rivascolarizzazione del cuore - con metodi risultati poi inutili se non dannosi - aveva osservato come il cuore dei pazienti che operava presentasse un aspetto talmente buono da non riuscire a capire perché si morisse per causa sua ("Too good to die"). D'altro lato esiste l'osservazione contraria quando si ha una deteriorazione anatomica cronica così grave da non comprendere come il cuore abbia potuto continuare a vivere (Too bad to live). Con la conclusione che sia la prima osservazione che sottolinea la buona integrità del cuore e quindi con grande possibilità di recupero una volta capito il perché della sua disfunzione; sia la seconda che dimostra l'enorme capacità di funzionare nonostante una grave deterioramento, sono fatti concreti che devono sostenere la speranza di ogni malato. Una speranza  che deve però mantenere la capacità di giudizio, in grado cioé di saper valutare come stanno i fatti. Così, ad esempio, la scienza medica e non certo le cosidette medicine alternative, é stata una delle cause principali capace di elevare da 30 anni a 80 anni la vita media nello spazio dell'ultimo secolo, almeno nei paesi a tecnologia e socialità avvanzati. Merito in gran parte dovuto alla eliminazione delle malattie infettive-batteriche con alta mortalità infantile. Negli ultimi decenni un ulteriore contributo si é avuto per aver ridotto la mortalità dovuta ad eventi acuti, come l'infarto cardiaco. Ma a questa faccia meritoria della moneta "scienza medica" corrisponde l'altra faccia del demerito di non aver saputo ancora eliminare la malattia con il risultato non molto esaltante, di aumentare la sua cronicità.

 

Epidemiologia della cardiopatia coronarica.

    Incominciamo questo programma di approfondimento con lo specificare l'epidemiologia, ovvero la frequenza geografica della cardiopatia coronarica o ischemica detta anche l'epidemia propria delle società tecnologico-consumistiche, con una mortalità e morbilità del 40% doppie rispetto al cancro e senza paragone con qualsiasi altra malattia. E' sempre odioso il confronto fra malattie predominanti e rare, poiché indipendentemente dalla loro frequenza provocano la stessa sofferenza ed inabilità per chi ne é colpito. Tuttavia in termini di estensione del danno sociale e di pianificazione sia dei finanziamenti per la ricerca sia dell'assistenza, si é costretti a stabilire anche qui una scala di valori. Tenendo conto come in genere si sottacia che la cardiopatia ischemica ha un tipo di selettività particolarmente negativa in quanto, al contrario di altre che insorgono ad ogni età e senza discriminazione, colpisce le persone più preparate ed impegnate - negli Stati Uniti era detta la malattia dei medici - in età, fra i 50 e 65 anni, vale a dire nel momento di massimo rendimento in tutti i sensi (professionalità, capacità d'insegnamento, esperienza di ricerca) con un danno umano e sociale incalcolabile. Si può dire con Morris che la società crea queste persone e le distrugge nel momento più sbagliato. E questa impennata dell'epidemia coronarica l'abbiamo vissuta di persona nel nostro paese, vedendo la metamorfosi proprio della sala anatomica, da un predominio fino al 1950 delle malattie infettive, specie tubercolosi (un infarto cardiaco era una curiosità), a quello della cardiopatia coronarica in parallelo con la metamorfosi, sopratutto al nord, del nuovo assetto consumistico con livelli epidemiologici che hanno rapidamente raggiunto quelli nord-americani.

    Come per le epidemie infettive - per secoli piaga presente ovunque ora confinata alla parte del mondo non sviluppato - ci si é difesi prima eliminando il contagio fuggendo dalle persone infette e isolandole nei lazzaretti. Solo con la scoperta degli agenti infettanti (batteri, virus, etc) si sono potute scoprire le armi terapeutiche (vaccini, antibiotici, etc) per debellarle, almeno nei paesi con efficiente organizzazione sanitaria, e con la restitutio ad integrum nella maggior parte dei casi. La nostra epidemia, nonostante l'individuazione ancora incompleta dei fattori di rischio - che sia chiaro non sono la causa ma solo fattori predisponenti - e nonostante tutti i numerosi tentativi terapeutici, é ancora lontana dall'essere debellata, essendo riusciti solo a ridurre la mortalità dovuta ai quadri acuti (angina, infarto) mentre é dubbia la riduzione della morte improvvisa. Con il risultato, poco entusiasmante dopo circa mezzo secolo, che quando uno diventa paziente “coronarico” lo rimane per tutta la sua vita, costretto a continuo controllo e terapia. In sintesi la cardiopatia ischemica é ancora tutta da interpretare vuoi come causa vuoi come essa evolve negli anni ed é tempo che il paziente o il candidato identificabile dai suoi fattori di rischio, prenda coscienza del problema, se non vuole essere in balia della disinformazione imparando, con un po' di pazienza, a conoscere il suo cuore. Ad iniziare con l'apprendere le nozioni di base della sua anatomia funzionale; con l'avvertimento che alcune nozioni a prima vista troppo specialistiche e difficili vanno comunque acquisite se si vuole - come si deve - arrivare ad un grado culturale tale da permettere una partecipazione critica all'argomento.

 

Il cuore e la sua anatomia

    Anche il linguaggio ha le sue ondate di moda che i media diffondono con un'iterazione da provocare un fastidio intellettuale. Per cui fra "le manciate di minuti" "il pugno di secondi", "il bagno di folla", "la testimonianza", "quant'altro" "assolutamente si", ecc. ecc. invece dell' "immaginario collettivo" viene voglia di parlare  più banalmente di accezione comune. E nell'accezione comune, appunto, il cuore é da sempre la sede del sentimento positivo, ossia l'amore, mentre gli altri sentimenti negativi come l'odio e l'invidia non si sa bene dove collocarli. Nella sublimazione mitica di quest'organo - Apollinaire diceva "il mio cuore é simile ad una fiamma capovolta" - ha certamente giocato l'iconografia religiosa sul dato di fatto che tutti lo sentiamo aumentare i suoi battiti, spia delle nostre emozioni. E "va dove ti porta il cuore" - vale a dire il sentimento - é suggerimento pericoloso perché, se non guidato dalla ragione, il cuore non porta da nessuna parte o porta spesso all'errore. Guardiamolo quindi nella sua realtà di pompa muscolare essenziale per la nostra sopravvivenza e costruita mirabilmente per un massimo di rendimento che deve durare per tutta la vita e che non ha l'eguale nella nostra tecnologia più avvanzata; per distribuire quanto necessario ad ogni benché minima parte del corpo e recuperare quanto deve essere eliminato. Senza trasmettere sentimenti di sorta come dimostrato dalle molte migliaia di persone che, dopo trapianto cardiaco, seguitano a vivere i propri sentimenti di sempre  e non certo quelli di chi il cuore l'ha donato. Liberi sempre di mitizzare quest'organo anche se forse é tempo di riconsiderare certe credenze, accorgendosi che l'anima che "sente" ha più a che vedere con il cervello, organo del pensiero, il quale a sua volta fa "battere" il cuore. Argomento che verrà ripreso quando si parlerà del rapporto cuore/cervello in patologia.

    Il cuore, é quindi una pompa che distribuisce a tutti i tessuti del corpo in pochi secondi ioni e molecole  che se lasciati a se stessi, grazie ai movimenti browniani, impiegherebbero 100 anni per passare dalla testa ai piedi di un uomo. Pompa formata da quattro muscoli ("miocardio) due "circolari" disposti a doppia canna di fucile da caccia e due "elicoidali" che avviluppano i precedenti sia all'interno che all'esterno (Fig. 1). La spremitura delle due cavità d'eiezione o ventricoli avviene per azione concentrica (muscoli cilindrici) accoppiata ad un'azione ruotante ed accorciante (muscoli elicoidali) con un massimo di capacità espulsiva. Il tutto reso possibile da una disposizione in parallelo delle fibre muscolari miocardiche le quali si contraggono e si rilasciano ritmicamente per cui in fase di contrazione (o sistole) si ha la propulsione del sangue dal ventricolo sinistro nell'aorta e dal ventricolo destro nell'arteria polmonare mentre durante il rilasciamento (o diastole) i ventricoli si riempiono: il destro per il deflusso dal sistema venoso di tutto il corpo attraverso l'atrio corrispondente e il sinistro dai vasi polmonari che immettono sangue riossigenato (e quindi arterioso) nell'atrio sinistro dopo il passaggio nei polmoni. Apposite valvole impediscono il riflusso del sangue negli atrii e vasi connessi durante la contrazione o dalla aorta e polmonare nei ventricoli durante il rilasciamento ventricolare. Esiste inoltre un sistema cosidetto di conduzione formato da speciali cellule miocardiche connesse ad una "centralina" neurovegetativa che stimola il ciclo contrattile e ne regola il ritmo. Oltre a questo "pacemaker" (o stimolatore del battito cardiaco) si ha una ricca innervazione delle fibre miocardiche normali dalla quale dipende la loro forza e velocità di contrazione. Un complesso controllo del sistema neurovegetativo per adattare rapidamente la funzione cardiaca ad ogni evento che comporti un aumento del bisogno di sangue per qualsiasi parte del nostro organismo. Questo dà ragione delle molte differenze strutturali - qui inutili da elencare - fra un muscolo dedicato ad una spontanea attività continua e variabile come il miocardio e i muscoli volontari mediante i quali muoviamo, per un periodo determinato tutto il movibile del corpo sia come atto cosciente-volontario che come riflesso automatico. Nella Fig. 1a si é cercato di dare una sintesi visiva del cuore e dell'architettonica dei muscoli cardiaci in relazione al flusso ematico generale promosso dalla pompa. Un ulteriore passo di approfondimento é necessario perché anche il profano si renda conto del rapporto struttura/funzione. Si é detto come i fasci muscolari del cuore siano formati da cellule miocardiche disposte in parallelo (Fig. 1b). A loro volta ognuna di esse é costituita da un fascio di miofibrille, vero e proprio apparato contrattile. Nucleo ed altri elementi cellulari a parte, ogni miofibrilla é suddivisa in tanti sarcomeri separati da una linea Z e disposti nello stesso ordine regolare con gli altri sarcomeri di tutte le miofibrille della stessa cellula. Capire cos'é un sarcomero, vera unità contrattile, vuol dire capirne il ciclo, lasciando volutamente in disparte tutto il versante degli ioni e molecole - in breve la biochimica o biologia molecolare che dir si voglia - che costituiscono il carburante per il movimento. Il sarcomero é formato da filamenti più sottili (o actinici) impiantati e quindi solidamente attaccati alle due linee Z che lo delimitano senza congiunzione al centro; e da filamenti più spessi (o merosinici) disposti in parallelo e centralmente ai precedenti senza connessione con le linee Z. Ogni filamento "spesso" é un asse portante su cui scorrono avanti ed indietro i filamenti "sottili" grazie ad interdigitazioni "attive" biochimicamente che connettono i due tipi di filamenti attuando così il ciclo di contrazione (filamenti sottili che penetrano sovrapponendosi nell'altra  metà del sarcomero) e rilasciamento (filamenti sottili che tornano nella propria metà del sarcomero). In malattia questo ciclo si altera con modalità e per motivi diversi, incomprensibili senza queste nozioni sulla struttura e funzione del miocardio. Così come si deve avere un minimo di nozioni sulle altre componenti altrettanto essenziali come la vascolarizzazione e l'innervazione del cuore.

    Senza prendere in considerazione le vene cardiache, ci si limiterà al sistema arterioso dal momento che é il grande imputato dei quadri più importanti della patologia cardiaca. Innanzitutto va detto che le arterie del cuore si chiamano coronarie perché circondano e quindi "coronano" quest'organo sia in senso trasversale che longitudinale per ramificarsi sulla sua superficie e penetrare poi con loro rami  nella parete muscolare. Si distinguono così due sistemi, uno extramurale formato dai rami principali e loro diramazioni superficiali ed uno intramurale o intramiocardico da rami nel contesto parietale. Il metodo migliore per avere una visione tridimensionale di questi vasi é la loro iniezione dall'aorta - dalla quale originano - con sostanze plastiche le quali danno un esatto profilo del lume vasale e delle sue eventuali  ostruzioni. Dal momento che tutti i pazienti nei quali é stata eseguita una cineangiografia delle arterie coronarie leggono nel rendiconto che questo o quel vaso sono ostruiti, non é inutile conoscere i loro nomi e la  loro disposizione anatomica sulla superficie del cuore (Fig. 2). La figura 2a mostra in particolare i plastici di arterie coronarie di due cuori normali, con la visualizzazione anche dei rami intramiocardici a dimostrazione dell'enorme ricchezza di questi ultimi praticamente poco dimostrabili con la cineangiografia nel vivente. Si noti la verticalità dei rami, specie nel ventricolo sinistro e setto, che penetrano nel miocardio per arborizzarsi lungo tutto il loro decorso intramurale e terminare nel "letto" capillare, vale a dire nei piccoli vasi  a parete estremamente sottile in quanto costituita da sole cellule endoteliali; il che facilita lo scambio di sostanze con l'interstizio/cellule d'organo, nel nostro caso, cellule miocardiche. Un settore importante della vascolarizzazione intramurale sono le anastomosi o collaterali delle arterie coronarie.

    Da più di due secoli si discute se queste anastomosi o collaterali esistano nel cuore umano. Intendendo con questi termini vasi che congiungono fra loro rami della stessa o di differenti arterie. In altre parole il discorso cambia se un'arteria é, come si dice in gergo, "terminale" ovvero senza collegamenti con altre arterie oppure é "anastomizzata" con i vasi arteriosi contigui. Situazione anatomica d'importanza fondamentale quando si debba stabilire  il comportamento del flusso ematico. Nel primo caso, se il ramo si occlude il tessuto dipendente non più nutrito morirà; nel secondo, l'occlusione determinerà un flusso ematico collaterale attraverso le anastomosi in grado di mantenere il nutrimento del tessuto e quindi la sua vitalità e funzione. Immaginiamo un campo di grano irrorato da un unico canale ed uno da più canali congiunti fra loro. Una volta occluso l'unico canale avremo il deserto, mentre l'occlusione unica o anche plurima nel secondo sistema avrà a disposizione vie rapidamente vicarianti in grado di portare acqua al terreno che rimarrà così fertile. Nonostante i molti studi anatomici precedenti, alcuni dei quali tuttavia già sufficienti a comprovare l'esistenza di queste anastomosi, la vera e completa dimostrazione della loro presenza in ogni regione cardiaca, ma soprattutto della loro numerosità, si é avuta con la riproduzione tridimensionale mediante iniezione di sostanze plastiche nelle arterie coronarie di cuori umani normali (Fig. 3). In questa sede bastano tre precisazioni. Primo che la collateralità nell'essere umano é tutta a livello dei rami intramiocardici, tenuto conto che di oltre un migliaio di cuori iniettati solo in due cuori si sono viste anastomosi fra rami secondari superficiali; il che é la norma nel cane, mentre il maiale e il coniglio hanno una disposizione di tipo umano. Secondo, che la parete di questi vasi é di tipo capillare da cui consegue la terza precisazione che queste anastomosi vanno incluse nel letto terminale o capillare, aumentando così enormemente la superficie di scambio biomolecolare. Molto di più di quanto calcolato con un rapporto di un capillare per cellula miocardica, permettendo così di capire la grande capacità funzionale del cuore anche in condizioni di iperlavoro cronico (ad esempio, ipertensione) con aumento della massa miocardica (ipertrofia compensatoria) con il preconcetto sbagliato, ma difficile da smuovere, che tale massa sia in deficit ematico.

    Le altre componenti del miocardio sono i vasi linfatici  che servono al ricambio o drenaggio del liquido interstiziale fra le cellule miocardiche, la matrice collagena, una specie di reticolo fibroso che le congiunge fra loro e con le altre strutture che compongono il miocardio e i nervi. Ognuna di queste componenti, é stata più o meno studiata e le si sono attribuite responsabilità patogene. Ma fra queste, é l'innervazione cardiaca che merita attenzione prioritaria. Hic sunt leones, per dirla come, in antico, si alludeva geograficamente all'ignota Africa. Il sistema nervoso del cuore per quanto riguarda il plesso aortico, i nervi cardiaci e i gangli pericoronarici non sono così ignoti. I "leones" sono nell'interno del miocardio, con una vera difficoltà a studiare la loro disposizione e la loro fisiopatologia la quale gioca con ogni probabilità un ruolo essenziale in molti se non in tutti i disordini cardiaci. Rimandando ad ulteriori approfondimenti nei prossimi capitoli, può al momento essere sufficiente ricordare che il controllo neurovegetativo di tutte le componenti cardiache, soprattutto vasi e miocardio, é dato dal sistema nervo vago in competizione con il sistema nervo simpatico.

    Sono queste le nozioni di anatomia normale utili alla comprensione dei rapporti causa-effetto in patologia cardiaca. Nozioni essenziali che permettono al paziente o ai soggetti a rischio di rendersi conto del passaggio dalla normalità alla malattia descrivendo i vari quadri patologici delle arterie coronariche e del miocardio e capire così come la malattia "coronarica" s'instauri ed evolva, cercando il significato fisiopatologico di ogni fenomeno nella sequenza degli eventi. E per dare respiro al lettore apriamo una parentesi storica di come la disfunzione cardiaca intuita da Ippocrate venisse da lui valutata. Nell'isola di Coo la sua Scuola Medica, suddivisa in reparti a secondo della malattia, era una collina formata da più gradoni l'accesso ai quali era dato da una scala centrale. La capacità di lavoro del cuore era giudicata in proporzione al numero dei gradini fatti e ritenuta normale se la salita alla cima avveniva senza sintomi di affanno o fatica eccessivi. Un test da sforzo preistorico. E dopo molti secoli, e nonostante un'inimmaginabile ottimizzazione tecnologica, non é ancora chiaro se il cedimento del cuore sia dovuto allo squilibrio dei quattro elementi (aria, terra, fuoco, acqua), come Ippocrate avrà discusso con i suoi discepoli sotto il suo ippocastano o se dipenda da un ridotto apporto di sangue al miocardio o ad una alterazione biomolecolare propria della miocellula indipendente dall'entità del flusso ematico come si sta discutendo nelle nostre aule. Un esempio che sottolinea da un lato la genialità anticipatrice di certe intuizioni senza molta conoscenza della realtà anatomo-funzionale di un organo e dall'altro come sia lento il procedere della conoscenza. Noi apparteniamo alla generazione che più di ogni altra ha subito in pochi decenni un'accelerazione tecnologica esponenziale, dal pallottoliere al computer con tutto quello che esso vuol dire. E lo stesso salto di qualità dall'albero di Ippocrate alla tomografia ad emissione di positroni si ha dalle epistole del Morgagni (1700 d.c.), prima documentazione anatomica delle malattie, alle loro attuali classificazione e definizione, spesso incomplete e fatte solo di ipotesi; le quali per Huxley "sono la tragedia della scienza: una splendida ipotesi uccisa da un orrendo fatto". Vediamo quindi i fatti rispetto alla definizione corrente della cardiopatia coronarica.

 

 

Definizione attuale di cardiopatia coronarica

    Se un paziente o un soggetto timoroso di diventarlo chiede agli esperti cosa si debba intendere per cardiopatia coronarica o ischemica, il coro risponderà a voce o per iscritto, senza ombra di dubbio, che l'aterosclerosi coronarica, evocata dal colesterolo "cattivo", restringe il lume di una o più arterie cardiache riducendo il flusso di sangue al miocardio (ischemia) con dolore anginoso, ovvero totale occlusione del lume per rottura della placca aterosclerotica più suoi frustoli portati dalle corrente (emboli) che vanno ad occludere i piccoli rami nel contesto del muscolo cardiaco; il tutto causa di infarto o morte improvvisa. E' la cosidetta "teoria unificante" dell'accademia ufficiale (Fig. 4) con la quale si giustifica il tipo di terapia in atto, spiegandoci come ogni quadro acuto sia dovuto a rottura della placca aterosclerotica. Ma a fronte di tante parole come placca, aterosclerosi, trombo, emboli, infarto, morte improvvisa, il profano non può afferrare e collegare i concetti e deve arrendersi all'ipse dixit dei troppi profeti sul podio televisivo o in cattedra o più semplicemente in camice bianco. Dal momento che ognuna di queste parole non ha per lui significato alcuno, sprovveduto com'é del minimo culturale che permetta d'intendere la dinamica del processo che subisce. Si tratta in altri termini di poter toccare con mano dove sia la verità così da giustificare ogni determinato sussidio terapeutico che gli venga proposto. Primo argomento da apprendere é cosa sia l'aterosclerosi che tutti citano nel lessico quotidiano senza o quasi cognizione di sorta.

 

L'aterosclerosi

    E' luogo comune etichettare come aterosclerotica una presunta capacità intellettuale ridotta  nell'anziano ovvero ritenere l'aterosclerosi sinonimo di demenza senile. Luogo comune che, come tanti altri, va sfatato. L'aterosclerosi é processo patologico già riscontrabile in età giovanile e che non ha niente a che vedere con la vecchiaia fisiologica. In quest'ultima la parete vasale in toto perde in elasticità e motilità con dilatazione del lume (arteriosclerosi) mentre l'aterosclerosi é una progressione degenerativa che tende a ridurre a tratti il lume fino ad obliterarlo; e, come tutti i processi cronici, é retaggio del passare degli anni, non necessariamente della vecchiaia. Ma deve essere chiaro che patologia é una cosa - che la scienza (e si sottolinea la parola scienza) medica ha come fine di eliminarla - e la vecchiaia un'altra. Anche se quest'ultima é ancora un'incognita proprio perché il sovrapporsi delle malattie croniche inquina i mutamenti fisiologici dovuti all'età. Capitolo aperto dunque che il continuo aumento dell'età media con l'incremento percentuale della popolazione anziana costringe ad approfondire; rivedendo molti concetti per il trasformarsi della malattia stessa negli anni e l'esigenza di sempre più superare gli schemi fissi dei trattati, già obsoleti appena pubblicati.

    L'aterosclerosi é processo antico dimostrato nei residui arteriosi di mummie egiziane. Con  la notazione che queste ultime rappresentano classi sociali le più elevate e non la popolazione generale, senza quindi poter stabilire se anche le classi meno abbienti ne fossero affette. Fatto da tenere presente quando si discuterà la causa e l'evolvere di questo processo. L'altra osservazione é che l'aterosclerosi ha manifestazioni diverse nelle differenti arterie dal momento che ognuna ha un suo regime di flusso con risposta diversificata dei suoi elementi strutturali (endotelio, cellule muscolari lisce, fibre elastiche, etc.) alla variabilità delle forze emodinamiche agenti sulla sua parete (Fig. 5). E le arterie coronarie disposte sulla superficie del cuore sono il miglior esempio per chiarire il concetto prima espresso. Chiedendo anche qui al lettore profano, comprensibilmente più desideroso di rapide conclusioni che di prolisse spiegazioni, la sua paziente attenzione perché senza pazienza ed attenzione si rimane degli incolti incapaci di aiutare se stessi e gli altri.

    Già dalle prime autopsie, nel 1700, Morgagni si era reso conto di un indurimento e restringimento del lume delle arterie del cuore e ne aveva dedotto un rapporto di causa-effetto con la malattia di questo organo. Da allora, e specie nell'ultimo secolo, l'aterosclerosi di queste arterie é stata al centro dell'attenzione. Soprattutto da quando l'epidemia moderna si é imposta come primo fattore di mortalità e morbidità, la placca aterosclerotica é diventata l'asse portante dell'universo "cardiopatia coronarica". Vediamo di dare un'immagine comprensibile di questa alterazione e del substrato sul quale essa si forma ed evolve.

    L'ispessimento intimale fisiologico é un utilissimo esempio di come una struttura si modifichi, o meglio si adatti alla funzione. Un'arteria é normalmente formata da tre tuniche. La prima, interna, endoteliale é una sottile lamina di larghe cellule appunto endoteliali, piatte per l'azione della pressione del liquido ematico che per cosi dire le schiaccia. Se infatti si elimina la forza pressoria esse tendono a diventare cubiche. Questa tunica é completata da un altrettanto sottile strato sottoendoteliale amorfo. La tunica intermedia o media é formata da fibre muscolari lisce, disposte prevalentemente in circolo ma anche con andamento elicoidale, con il compito di modulare il tono e il lume vasale rispetto alle esigenze di richiesta di un maggiore o minore flusso ematico. La tunica esterna o avventiziale é costituita da tessuto fibroso-reticolare che contiene sia vasi che nervi che nutrono e regolano rispettivamente la parete vasale stessa. Questa, senza entrare nel dettaglio,  l'anatomia normale delle arterie che irrorano gli organi, cuore incluso, dette muscolari  in quanto dotate di tunica media. Le arterie coronarie umane, disposte sulla superficie del cuore, hanno invece una tunica endoteliale tanto ispessita da superare, già dopo i 15-20 anni, lo spessore della media. Si tratta di un'ispessimento già presente a focolai alla nascita, specie in sede di biforcazione dei rami, che si diffonde a tutta l'intima e che inizia per proliferazione di miocellule lisce provenienti dalla tunica media e di tessuto elastico; ispessimento che con gli anni diventa fibroso. Il tutto senza riduzione del lume (Fig. 6). Due i fattori responsabili di questo fenomeno. Il primo é sicuramente legato al tipo particolare della dinamica di flusso esistente nel circolo arterioso superficiale del cuore. Quando quest'ultimo eietta sangue in tutto il sistema arterioso il deflusso avviene in modo continuo dal ramo d'organo principale a tutti i vasi dipendenti. Nel cuore invece si ha un andamento difasico dal momento che nell'eiezione, e quindi contrazione, il riempimento ematico si arresta nei rami coronarici superficiali in quanto il miocardio contratto comprime occludendo tutti o gran parte dei rami intramiocardici. Si ha quindi un arresto sistolico con un massimo di pressione con tensione ed espansione della parete dei vasi liberi, cioé non contenuti da tessuto compatto, in superficie. Questo sovraccarico delle diverse forze agenti sulla parete sono una delle cause dell'ispessimento intimale prima descritto per l'adattabilità fisiologica delle strutture. Ma se le forze pressorie sono senz'altro un cofattore importante, tuttavia non sembrano sufficienti da sole ad esserne la causa. Infatti, nel cane, nel quale si ha un'analoga situazione anatomica e funzionale, le arterie coronarie non presentano ispessimento intimale alcuno (Fig. 6E). Il che fa presumere nell'essere umano il concorso del sistema nervoso adrenergico nel controllo del lume vasale (mediante contrazione o rilasciamento delle fibre muscolari lisce della tunica media) in rapporto agli effetti del flusso difasico a sua volta correlati ai frequenti eccitamenti neurogeni della funzione vascolare e cardiaca a seguito dei molti stimoli esterni; essendo stato dimostrato che la proliferazione delle cellule muscolari lisce é sollecitata dal sistema adrenergico.

    Si ripete spesso che l'essere umano ha l'età delle sue arterie alludendo all'aterosclerosi. Uno dei tanti preconcetti, più giornalistici che scientifici, di cui é piena la storia della medicina. In realtà la placca aterosclerotica compare già fra la seconda e terza decade, ha un massimo di gravità e numero di arterie coronariche colpite fra i 50 e i 60 anni senza un incremento significativo con l'aumentare dell'età. Questo visto in soggetti normali deceduti per accidente, in assenza di malattia cardiaca o di altro organo o sistema. Punto importante nella discussione, come si vedrà, sia sulla evoluzione del processo aterosclerotico che della placca coronarica. Aterosclerosi nel parlare comune significa colesterolo alto, sopratutto quello "cattivo", a bassa densità (LDL) obbligando ognuno di noi a seguire il suo livello per portarlo o tenerlo nei limiti. Ci hanno insegnato infatti che il colesterolo con le sue lipoproteine passa attraverso l'endotelio, si deposita nell'intima e ha così inizio - non si capisce bene se associato o meno a piccoli trombi piastrinici - il formarsi della placca con proliferazione di cellule reattive, cellule muscolari lisce comprese, e trasformazione fibrosa. Questo formarsi della placca é dedotto dalle alterazioni ottenute mediante una dieta ipercolesterolica massiva in animali che non presentano mai un'aterosclerosi spontanea. Siamo andati a verificare se un analogo iter formativo si ha nella placca coronarica umana mediante diverse migliaia di sezioni istologiche di queste arterie sistematicamente prese nei tratti vasali dove si ha una maggior frequenza della placca aterosclerotica sia in soggetti normali che in pazienti con i vari aspetti (vedi più avanti) della malattia coronarica. Studio che ha permesso di ricostruire la storia naturale di questa lesione che inizia con una proliferazione nodulare di cellule muscolari lisce aggettante nel lume senza grassi o colesterolo o trombi o piastrine. Il nodulo miocellulare si trasforma in tessuto fibroso al di sotto del quale, con il tempo, si accumulano dei "proteoglicani" o sostanze mucopolisaccardiche nel cui contesto compaiono poi lipo-proteine - colesterolo e sali di calcio. Il continuo riformarsi e il rimaneggiamento di questi fenomeni spiega il progredire della placca in senso tridimensionale con il risultato di ostruire il lume del vaso. A questo si devono aggiungere altri eventi da intendersi come complicazioni quali neoformazione vasale nell'intima aterosclerotica, emorragia, infiltrati-infiammatori perinervosi avventiziali e possibile formazione di trombi più o meno occlusivi sempre in sede di grave stenosi.

    Questa storia naturale della placca aterosclerotica nelle arterie coronarie dell'uomo e della donna - intendendo per storia naturale tutto il decorso spontaneo dall'origine e senza interventi esterni di alcun tipo - é totalmente diversa da quella sperimentale. Da qui molta confusione nel definire questo processo sovrapponendo o sostituendo i dati sperimentali con quelli propri alla realtà umana. In altre parole la placca in discussione, nella grande maggioranza della nostra popolazione inizia per iperplasia delle miocellule lisce (placca mioiperplastica) da probabile eccesso di stimolazione neuro-simpatica, senza infiltrazione primitiva  di colesterolo, o piastrine o altro (Fig. 7a,7b); mentre nell'esperimento ipercolesterolemico ed in alcuni relativamente rari quadri umani di ipercolesterolemia famigliare o acquisita, si ha una diversa storia naturale che inizia con infiltrazione lipo-proteica subendoteliale preceduta o seguita da aggregazione fibrino-piastrinico (placca ipercolesterolica); Fig. 7a E). Due quadri del tutto differenti e che impongono, come vedremo, diversi rapporti causali e altrettanto diversi approcci preventivo-terapeutici.

 

I Conclusione. Il tanto evocato colesterolo, buono o cattivo che sia, non è la causa della placca aterosclerotica quale vediamo nelle arterie coronarie umane. Placca che si forma con modalità diverse – non per infiltrazione attraverso l’endotelio del complesso lipoproteico/colesterolo – e con una sua evoluzione ostruente il lume vasale nella quale il colesterolo compare come una componente secondaria e per così dire passiva. Questa inversione di veduta, spiega come circa la metà dei pazienti con infarto ha valori normali di colesterolo.E sorprende come un esperto,da anni al corrente di questa inversione,non ne faccia cenno nella solita rivista divulgativa,ripetendo il classico ritornello della placca sperimentale da ipercolesterolo.Plagio subconscio dell’effetto maggioranza alla quale si deve sottostare a giustificazione dell’enorme macchina di montaggio preventivo-terapeutico ?Ricordando che ogni verita’ è scoperta a se stante e non risultato di maggioranza la quale nell’evolvere del pensiero scientifico è sempre risultata perdente

 

Riduzione del lume coronarico

    La storia é raramente un processo lineare per i molti eventi che ne modificano l'iter, spesso con ricorsi alternativi. Analogamente, anche la storia naturale di ogni processo patologico, e quindi anche della placca, é percorso che risulta in aspetti diversi per l'interazione degli eventi che si succedono e si autoinfluenzano. Il comune denominatore é tuttavia una crescente riduzione del lume dell'arteria. Riduzione che può associarsi al prevalere a tratti di questo o quell'aspetto con diversificazioni lungo tutto il decorso del vaso (Fig. 8). Aspetti che non sono una peculiarità solo anatomica bensì espressione di eventi dinamici che possono avere valore interpetativo quando si consideri il rapporto placca-malattia. In questo senso  tre sono gli aspetti storiografici della placca da tenere presenti. Il primo é la sua neovascolarizzazione in aumento con il procedere della riduzione del lume, vale a dire con l'incremento patologico dallo spessore dell'intima. Come già detto, quest'ultima, anche quando ispessita fisiologicamente, non é vascolarizzata e la sua parte interna si nutre per via transendoteliale direttamente dal sangue che scorre nel lume. Ad un certo grado d'ispessimento aterosclerotico si ha un'estesa neoformazione di vasi che collegano rami avventiziali al di sopra e al di sotto della placca stenotica con arteriole e plessi vasali intimali  a loro volta connessi con il lume residuo del vaso. Struttura vascolare che permette di circuitare il flusso ematico prestenotico al tratto vasale poststenotico. Anticipiamo che questa struttura neoformata é un primo sistema a rete anastomotica che baipassa la stenosi, mantenendo l'irrorazione a valle (Fig. 9). Non solo questa vascolarizzazione anche se non distinguibile con la cineangiografia nel paziente, può tuttavia spiegare immagini radiopache angiograficamente anomale interpretate come segnale di complicanze (rottura/trombosi) pericolosi. Il secondo aspetto importante é l'infiltrato infiammatorio linfo-plasmacellulare che nella storia naturale compare solo dopo l'accumulo di proteoglicani e non delle lipoproteine. Infiltrato quindi che insorge non all'inizio bensì ad un preciso stadio relativamente tardivo dell'evolversi della placca e visibile anche quando si ha una riduzione minimale del lume; e con la caratteristica di localizzarsi attorno ai nervi della tunica avventiziale esterna in contatto con la tunica media miocellulare (neurite mediale) (Fig. 10). Il terzo aspetto é l'emorragia riscontrabile nell'intima aterosclerotica. E' l'evento più raro riscontrato in placche gravemente ostruttive in rami tributari di una zona con infarto acuto; quadro che verrà discusso più avanti.

 

Significato della riduzione del lume coronarico in rapporto alle modificazioni del circolo collaterale in patologia

    La maggior parte, se non la totalità dei medici e cardiologi ritiene che ad un certo grado “critico” di riduzione del lume (stenosi vasale) corrisponda – come quando si comprime un tubo di gomma in un punto del suo decorso – una riduzione del flusso ematico al miocardio (ischemia) e suo danno anatomo/funzionale. Il che equivale a credere che non esistano compensi di flusso tali da annullare l’ischemia, e che solo la riapertura della stenosi o il baipassarla possano ridare al miocardio il sangue del quale ha bisogno. Vediamo, quindi, se un tale credo è reale o è il risultato dell’incapacità di visualizzare nella loro completezza i circoli collaterali con la cineangiografia coronarica.

    Al circolo anastomotico attorno alla placca si deve aggiungere il circolo anastomotico o collaterale coronarico fra i rami intramurali. Si é descritta l'anatomia normale del circolo anastomotico del sistema arterioso del cuore. La domanda é se e quando questi rami anastomotici si modificano in corso di patologia cardiaca. In tre condizioni si é potuto dimostrare e quantificare, in termini di diametro vasale, un aumento molto notevole di questo circolo:

1) In rapporto alla riduzione del lume arterioso coronarico (Fig. 11). Con il progredire dell'ostruzione vasale si ha un aumento di diametro e lunghezza delle normali anastomosi preesistenti. Aumento che interessa solo una parte delle anastomosi che collegano i rami adiacenti con lume normale al tratto di arteria sottostante alla ostruzione. Si ha quindi una modificazione caratteristica (circolo collaterale satellite) in relazione strettamente topografica con la lesione stenosante di un ramo. Modificazione talmente marcata da cambiare tutta la normale fisionomia del circolo arterioso del cuore. I diametri di queste collaterali superano (anche molto oltre il millimetro) quelli normali (inferiori a circa  un quinto di millimetro). Il numero di queste anastomosi giganti aumenta con l'aumentare del numero dei vasi ostruiti. Si ha quindi un riproporzionamento di questo sistema che coinvolge sia le collaterali fra arterie diverse (intercoronariche) o fra rami di una stessa arteria (omocoronariche). In altre parole, con l'aggravarsi nel tempo dell'aterosclerosi coronarica per coinvolgimento di altri rami, esiste un potenziamento anatomico delle collaterali tale da poter presumere una ridistribuzione del flusso ematico nel contesto (non in superficie perché praticamente inesistenti in questa sede) del muscolo cardiaco. Questo aumento strutturale delle anastomosi indica già di per sé un maggior flusso determinato dal gradiente pressorio, cioé dalla differenza fra un vaso indenne a pressione normale (e quindi alta) ad uno a bassa pressione nel tratto sottostante all'ostruzione. E' questo il momento fisico che ridistribuisce il flusso ematico intramiocardico e non la riduzione del sangue in tutto il territorio del ramo stenotico in quanto l'incremento collaterale é satellitare e non diffuso, con una riserva praticamente inesauribile di anastomosi normali pronta a compensare ulteriori riduzioni dei lumi dei rami coronarici arteriosi (Fig. 11C). Spiegando così come ogni cuore con aterosclerosi coronarica ostruttiva abbia un proprio quadro di sviluppo anastomotico. A completamento va detto che altri rari processi occlusivi cronici delle arterie coronarie (infiammazione reumatica, coronaropatia del cuore trapiantato, etc) hanno lo stesso tipo di risposta collaterale. Risposta che si può avere anche in assenza di malattia coronarica ostruttiva. Esistono, infatti, due condizioni nelle quali, nonostante l'assenza di lesioni ostruttive coronariche si ha un aumento di diametro anche notevole delle anastomosi. Aumento però diffuso a tutto il sistema (e non satellitare come con le stenosi) in analogia all'incremento di tutta la vascolarità intramurale: nell'ipertrofia, vale a dire  quando si ha un aumento  della  massa muscolare tutte le volte che il cuore deve lavorare di più o nell'ipossia cronica come ad esempio nell'anemia. Per dare un'idea di questo riproporzionamento delle collaterali basti dire come da un diametro medio nel cuore normale di 200 millesimi di millimetro si passi a 221 nell'ipertrofia, 249 nell'ipossia (sempre con arterie coronarie normali), 347 nella stenosi grave (superiore al 70% di riduzione del lume) unica, a 467 nelle stenosi gravi multiple, con diametri massimi che sono rispettivamente di 350,500,450,1250 e 2000. Nella tabella che segue riportiamo in esteso i dati per averne una visione più completa:

 

Valori medi del diametro delle anastomosi

 

Arterie coronarie

Diametro  massimo

Diametro medio

Indice anastomotico medio

Normali in cuore normale

280(180-350)

200(150-200)

4.7(3.4-6.2)

+ ipertrofia

350(200-500)

221(130-350)

7.4(4.5-14.0)

+ ipossia

395(299-395)

249(180-140)

12.4(8.9-19.3)

Ostruzione lieve

320(250-425)

209(165-225)

5.7(4.8-7.1)

severa subocclusiva

685(350-1250)

347(200-450)

14.3(7.5-23.0)

severa multipla

786(280-2000)

467(100-600)

20.5(4.8-38.0)

 

 

NB Indice anastomotico espressione delle dimensioni e numero delle anastomosi uguali o superiori a 100 in millesimo di millimetro.

 

    E' opportuno anticipare fino da ora che la dimostrazione dell'aumento delle collaterali in corso di cardiopatia coronarica é la scoperta chiave per aprire il forziere di questa malattia e capirne il contenuto. E il lettore "paziente" chieda al suo cardiologo o medico curante cosa sono le collaterali (o anastomosi), se esistono nel cuore e a cosa servono. Vedrà un volto con un'espressione o semi stupita di chi non sa bene di che cosa si parli o sicura nell'affermare che non esistono o comunque rare ed insignificanti, solo perché la cineangiografia o non le fa vedere o se ne evidenzia qualcuna la malattia insorge ugualmente. Ignorando gli studi che con altre metodiche le hanno dimostrate, ma che conviene dimenticare se non si vuole rimangiare tutto il proprio credo su cui si basa l'azione terapeutica e l'industria ad essa connessa. Ritorneremo sull'argomento, ma un punto va sottolineato: che proprio la visione delle collaterali con i plastici coronarici ci ha costretto a rivedere tutto il problema e a ribaltare i concetti così come la scienza ha ribaltato il credo dell'inquisizione che voleva la terra al centro anziché alla periferia nella sua incapacità di intuire cosa fosse l'universo. E ogni problema, anche medico é un universo che va conosciuto ribaltando tutti gli errori interpretativi. Ma ne riparleremo a ragion veduta quando si saranno apprese altre nozioni che sono importanti nel contesto dell'universo che ci sforziamo di capire e far capire.

 

 

 

II Conclusione. Contrariamente al credo corrente basato sull’immagine cineangiografica insufficiente a visualizzare la parte più importante – il circolo intramiocardico – del sistema arterioso del cuore, esistono ovunque e in numero incalcolabile anastomosi o collaterali normali che congiungono tutti i rami fra loro. Anastomosi che aumentano enormemente in calibro e lunghezza in presenza di una grave riduzione del lume, così da riempire il tratto del ramo a valle dell’ostruzione. Questo lo si ha sempre ogni volta che esista una tale ostruzione, a dimostrazione dell’incapacità cineangiografica che vede e non vede; e quando vede è pur sempre un quadro incompleto. La documentata esistenza del circolo collaterale costringe a ristudiare i diversi aspetti  della malattia coronarica per stabilire se a questo incremento anatomico di circolo collaterale corrisponda un aumento di flusso compensatorio capace di annullare gli effetti ischemici indotti dalla riduzione del lume.

 

 

   

 

 

 

I diversi aspetti clinici della malattia coronarica e i suoi equivalenti clinico-funzionali

    Un soggetto normale può diventare un paziente "coronarico" con le modalità già dette, che s'instaurano e spesso si esauriscono acutamente, o si mantengono per un lasso di tempo molto più lungo. Le manifestazioni acute sono oggi accumunate dai clinici sotto l’unica dizione di  sindromi coronariche acute che include: a) angina instabile  ossia dolore (angina) cardiaco di durata limitata (meno di venti minuti) che insorge in modo imprevisto e imprevedibile a riposo; b) infarto miocardico, ovvero necrosi (o morte) di una parte del miocardio accompagnato, ma non sempre, da un prolungato dolore e c) morte improvvisa per arresto di cuore pressoché immediato senza o con non ben definiti sintomi premonitori. A queste sindromi acute va aggiunta una sindrome cronica intesa, in genere, come angina stabile (in opposizione a quella instabile) o angina da sforzo in cui il dolore cardiaco si associa pressochè costantemente e quindi in modo prevedibile, allo sforzo fisico o a stimoli emozionali. Tuttavia per cardiopatia ischemica cronica s’intende anche il ripetersi nel tempo non solo di episodi anginosi ma anche dell’infarto e della morte improvvisa dalla quale, in fortunate condizioni, si può essere recuperati mediante defibrillazione. La terapia ha notevolmente ridotto la mortalità in corso di episodio acuto con un incremento del quadro cronico che esita nell'insufficienza cardiaca, ossia un'incapacità ingravescente del cuore a svolgere la sua funzione di pompa. Da qui la progressiva riduzione del flusso di sangue e sua stagnazione nei vari organi, fino all'arresto del cuore. Più avanti cercheremo di riassumere quanto risulta al tavolo anatomico e al microscopio, sempre mantenendoci all'essenziale per facilitare la comprensione degli eventi così che ognuno possa capire quello che si usa chiamare lo stato dell'arte.

 

Angina pectoris

    Il dolore cardiaco o angina pectoris, cioé un dolore al centro del petto, dietro lo sterno (da cui dolore retrosternale) più o meno durevole, é noto da tempo, (Morgagni nel 1700 l'aveva già correlato al cuore). Ma se ci si chiede come esso origini la risposta é vaga essendo limitata ad un generico coinvolgimento dei nervi cardiaci più sulla base di presunzioni che su dati di fatto. Ciò non toglie che il dolore sia un importante segnale d'allarme anche se non sempre è presente e non sempre è di origine cardiaca. L’estensione del significato di angina al processo di ischemia miocardica è giustificata dal fatto che, per definizione, a questo sintomo si attribuisce una genesi esclusivamente ischemica, anche se va sottolineato che l'angina non è l'unico segno di ischemia né la sua presenza è obbligatoria e che esistono sintomi del tutto sovrapponibili all’angina ma che traggono origine da malattie cardiache diverse dall’ischemia o addirittura da malattie extra-cardiache.

 

Il flusso coronarico

       L'ischemia miocardica è la conseguenza di uno squilibrio tra la domanda energetica da parte del muscolo cardiaco, indispensabile alla conservazione della struttura e alla funzione contrattile della cellula miocardica, e la sua offerta garantita dal flusso di sangue coronarico. Per comprendere i molteplici meccanismi all’origine dell’ischemia è pertanto essenziale comprendere, almeno per sommi capi, l’interazione tra flusso coronarico e metabolismo miocardico.

       In condizioni normali il metabolismo miocardico è esclusivamente aerobico, ovvero dipendente dall'apporto di ossigeno, necessario a liberare l'energia chimica contenuta nei substrati energetici. A differenza del cervello che utilizza come “carburante” il glucosio, il cuore “va” prevalentemente ad acidi grassi. In assenza di ossigeno il miocardio utilizza la via anaerobica, attingendo agli scarsi depositi intracellulari di glucosio presenti sotto forma di glicogeno. Tuttavia, quest’ultima soluzione permette la produzione di scarse quantità di energia ed è rapidamente inibita dall’ischemia stessa.

       Da quanto detto si comprende come la funzione e la sopravvivenza del miocardio siano strettamente dipendenti dall'ossigeno trasportato dal sangue arterioso. Un insufficiente apporto di ossigeno potrà dipendere da una scarsa concentrazione di ossigeno nel sangue (ipossia), come avviene per esempio nell’anemia o a grandi altezze, o più frequentemente, da una riduzione assoluta o relativa del flusso coronarico (ischemia). Relativa significa sproporzionata in difetto rispetto alla domanda miocardica. Con la precisazione che ipossia non è sinonimo d’ischemia, in quanto con quest’ultima oltre all’ossigeno si riducono i substrati energetici e altri elementi (neuroormoni, etc) essenziali per la funzione cardiaca.

       La richiesta di ossigeno da parte del miocardio è proporzionale al suo lavoro (espresso dal numero di battiti al minuto, dalla pressione sviluppata, dalla quantità di sangue spinta nel circolo ecc.). Al pari di altri distretti, anche in quello coronarico il flusso si adatta continuamente alla domanda rimanendo sempre contenuto entro il valore minimo necessario a soddisfarla. Questo adattamento è pressoché istantaneo e avviene grazie a una complessa modulazione delle resistenze, disposte a vari livelli del circolo coronarico, che si realizza attraverso variazioni del tono dei vasi, ovvero al grado di contrazione (tunica media) della loro parete e quindi della loro sezione. Grazie a questo meccanismo la relazione tra flusso e consumo di ossigeno è una relazione lineare (Fig. 12); durante esercizio fisico il flusso raggiunge valori 4-5 volte superiori a quelli in condizioni di riposo al pari di quanto fa il consumo di ossigeno. Questo adattamento non è soltanto quantitativo ma anche distributivo; la riduzione del tono arteriolare intramurale è infatti responsabile del reclutamento di quella porzione della rete capillare che in condizioni di bassa domanda energetica è funzionalmente, ma non anatomicamente, esclusa.

Da circa mezzo secolo, la cardiologia sperimentale ha consegnato al clinico un modello di circolo coronarico che per la sua semplicità ed efficacia è stato adottato senza riserve e sopravvive intatto nella metodologia diagnostica odierna. In breve, il modello prevede un circuito arterioso la cui ramificazione in livelli successivi comporta un aumento progressivo dell’area di sezione che permette di contenere le resistenze totali entro limiti trascurabili (resistenze anatomiche o strutturali). Su questo sistema s’inserisce una resistenza attiva (quelle passive o extra-vascolari fanno capo a forze esterne ai piccoli vasi (arteriole) intra-miocardici, che ne condizionano la geometria) localizzate distalmente e sotto il diretto controllo del metabolismo miocardico locale (resistenza metabolica). L’adattamento immediato di questa resistenza alla domanda metabolica permette il rapido e preciso adattamento del flusso coronarico alle continue variazioni del lavoro cardiaco. Infine l’indipendenza del flusso coronarico dalle variazioni della pressione aortica (autoregolazione coronarica) è garantita, per un ampio intervallo di valori, da un’altra resistenza, detta miogenica. Questa riflette una proprietà intrinseca dei vasi coronarici di opporsi all’aumento di pressione con un aumento del tono e viceversa, salvaguardando così i capillari da pericolosi sbalzi di pressione capaci di compromettere il delicato sistema di scambi tra sangue e tessuto.

       Per quanto riguarda la distribuzione delle resistenze coronariche e quindi del flusso nello spessore della parete ventricolare sinistra (distribuzione transmurale) va ricordata la presenza di un gradiente transmurale di resistenze con valori decrescenti dagli strati più esterni a quelli più interni, opposto a quello della pressione extra-vascolare intramiocardica. I valori più bassi di resistenza nello strato più interno, legati ad una maggiore vascolarità, permettono così di controbilanciare la maggiore pressione extravascolare. Grazie a questa inomogenea distribuzione delle resistenze, in condizioni normali viene garantita una perfusione omogenea in tutto lo spessore della parete; tuttavia in condizioni patologiche, ed in particolare nel caso di una ridotta pressione intracoronarica, il prevalere della pressione extravascolare su quella intravascolare porta ad un collasso della vascolatura degli strati più interni della parete che è il presupposto fisiopatologico per lo sviluppo dell'ischemia e dell'infarto sottoendocardici.

       La capacità del letto vascolare di ridurre il tono vascolare fino alla vasodilatazione massima è generalmente chiamata "riserva coronarica", ed esprime l'aumento potenziale del flusso coronarico a partire da una condizione di riposo; quantizzato come un flusso massimo 4 o 6 volte quello basale. La possibilità da parte del miocardio di ususfruire dell'intera riserva coronarica è legata prevalentemente all'integrità strutturale e funzionale non soltanto dei grossi vasi epicardici ma anche a quella del microcircolo coronario intramiocardico.

In questo modello l’inserimento di una stenosi coronarica impone al tratto prossimale del circuito una resistenza che è proporzionale alla sua severità e che va ad aggiungersi a quella anatomica. L’effetto limitante di questa resistenza aggiuntiva sulla perfusione viene compensato da una riduzione equivalente della resistenza metabolica, a scapito tuttavia della disponibilità massima di flusso. La figura 13 riporta il diagramma classico che riassume efficacemente il ruolo e i limiti del controllo microcircolatorio sul flusso coronarico, mediato dalla modulazione delle resistenze arteriolari e che costituisce la base concettuale di gran parte della diagnostica dell’ischemia miocardica. In accordo con il modello, l’ischemia si manifesta soltanto quando la domanda metabolica eccede la disponibilità di flusso coronarico e necessariamente coincide con l’azzeramento delle resistenze arteriolari e della riserva di flusso.

La stretta correlazione tra severità della stenosi e riduzione del flusso massimo e della riserva di flusso proposta dalla cardiologia sperimentale (inficiata soltanto dalla presenza di una circolazione collaterale) ha trovato difficilmente riscontro nella pratica clinica. La discrepanza tra il modello sperimentale e quello clinico viene comunemente attribuita alla difficoltà di valutare la reale severità della stenosi, non tanto per problemi tecnici quanto per la presenza di variabili biologiche assenti nell’animale, come la complessità della geometria della stenosi, la diffusione dell’aterosclerosi ai segmenti contigui di riferimento, considerati a torto normali nella valutazione angiografica della stenosi, la difficoltà di apprezzare o comunque quantizzare la circolazione collaterale e non ultima la frequente patologia dell’endotelio.

Nel modello di circolo coronarico prima descritto, l’endotelio era considerato un rivestimento interno della parete vasale deputato a contribuire all’incoagulabilità del sangue senza altra funzione. Solo di recente si è scoperto che l’endotelio è una sorta di meccano-sensore della velocità del sangue che scorre lungo la parete vascolare e allo stesso tempo un attuatore chimico in grado di modificare il tono e quindi le resistenze del vaso, attraverso la produzione di un gas con potenti proprietà vasodilatanti, il monossido di azoto o NO. L’aumento della velocità nel singolo vaso ne riduce la resistenza e viceversa.

Se inserito nel modello iniziale, questo meccanismo ne modifica le caratteristiche in modo sostanziale. Infatti, ogni aumento di flusso, secondario ad una riduzione delle resistenze arteriolari, comporta la propagazione della vasodilatazione a monte con un effetto di amplificazione sull’aumento di flusso (figura 14). L’assenza del contributo endoteliale diventa quindi motivo sufficiente per spiegare una ridotta capacità di vasodilatazione del circolo coronarico senza necessità di dover far ricorso a meccanismi più complessi. Una provata o ipotetica «disfunzione endoteliale» diventa così la panacea capace di spiegare aspetti oscuri della fisiopatologia coronarica, a partire da tutte quelle condizioni in cui alterazioni della perfusione non si associno ad una stenosi coronarica né ad alterazioni emodinamiche in grado di giustificarle.

Oltre all’effetto sul flusso, l’endotelio ne ha un secondo sulla pressione intravascolare che è altrettanto se non più importante del primo. Per comprendere questo secondo aspetto è necessario ricordare che le resistenze della porzione a monte delle arterie del circolo coronarico, generalmente ignorate in quanto ritenute trascurabili, sono in effetti il 10-20% delle resistenze totali in condizioni di riposo. La presenza di queste resistenze comporta necessariamente una caduta progressiva della pressione intravascolare dall’ostio coronarico alle arteriole, tanto maggiore quanto più alto è il flusso. Semplici calcoli dimostrano che in queste condizioni valori di flusso pari a quelli ottenuti con la vasodilatazione massima delle arteriole comportano una caduta della pressione distale fino a valori prossimi allo zero, incompatibili con la pervietà vascolare e gli scambi di acqua e soluti tra sangue e miocardio. Tutto questo in effetti non avviene grazie alla vasodilatazione endotelio-mediata. In altri termini, anche se l’endotelio esercita un controllo locale sul tono coronarico, garantendo così una velocità di flusso costante all’interno di ciascun vaso, esso finisce per essere un importante meccanismo di propagazione «contro-corrente» della vasodilatazione e allo stesso tempo di controllo a distanza della pressione intravascolare, non più affidato al solo meccanismo miogenico, ossia dell’effetto del miocardio sui vasi.

Sulla base di queste considerazioni una disfunzione endoteliale dovrebbe comportare, in assenza di stenosi, una riduzione della capacità massima di flusso e allo stesso tempo una riduzione della pressione distale in tutte le condizioni associate ad un aumento di flusso. In uno scenario di ipotensione distale è ragionevole ipotizzare il collasso delle unità vascolari a più alta pressione di apertura a meno di un qualche intervento correttivo che attraverso una riduzione del flusso ripristini valori di pressione sufficienti, anche se a scapito di una compromissione dell’accoppiamento flusso-metabolismo che è alla base dell’integrità anatomo-funzionale del miocita.

       In sintesi, oltre al controllo del tono vascolare (interfaccia attiva tra sangue e tonaca muscolare) attraverso la produzione di una serie di sostanze vasodilatatrici, di cui NO è soltanto un esempio, e vasocostrittrici, l'endotelio ostacola l'aggregazione piastrinica, blocca la cascata coagulativa, attiva i meccanismi fibrinolitici locali, inibisce la crescita delle cellule muscolari sottostanti. Alla attivazione dell’endotelio da parte di una serie di fattori patologici di natura biologica o fisica consegue l’aumento del tono vascolare, l'attivazione dei processi di coagulazione e trombosi (fino all'occlusione del vaso e la sua esclusione dalla circolazione) e, se lo stimolo persiste nel tempo, la crescita delle cellule muscolari sottostanti e la loro migrazione verso il lume.

       Infine è oggi ben documentato che tutti i fattori di rischio di malattie cardiovascolari (dal fumo, all’ipercolesterolemia, all’ipertensione arteriosa,al diabete,all’obesità ecc) sono in grado di attivare l’endotelio nel senso su descritto. Questa risposta endoteliale, che verosimilmente è parte di un processo evolutivo essenziale alla sopravvivenza e finalizzato all’arresto dell’emorragia e al sequestro di tessuti danneggiati, potrebbe rappresentare l’anello di congiunzione, da tempo ricercato, tra fattori di rischio e patologia cardiovascolare.

 

Meccanismi responsabili dell’ischemia

       Come già ricordato, l'ischemia miocardica è la conseguenza di uno squilibrio di ossigeno – e non solo di ossigeno - prodotto da più di una condizione in grado di ridurre l'offerta o di aumentare la domanda o entrambi.

        Tralasciando i fattori extracardiaci in grado di ridurre il contenuto di O2  del sangue e una serie di condizioni emodinamiche in grado di impedire una perfusione miocardica adeguata malgrado la normalità anatomica e funzionale del circolo coronarico, i fattori che possono ridurre l'offerta di ossigeno sono di natura organica (strutturale), funzionale o mista. Per molti anni il campo d’azione di questi fattori è stato confinato ai grossi vasi epicardici ed il loro effetto interpretato come l’inserimento di una resistenza aggiuntiva all’ingresso di un circuito coronarico per il resto normale. Dopo la scoperta del ruolo centrale dell’endotelio nella regolazione del tono coronarico, e la documentazione di alterazioni del microcircolo coronarico, associate o meno ad alterazione dei grossi vasi a monte, il campo d’azione si è necessariamente allargato a tutti i vasi coronarici, anche se la porzione venosa del circuito rimane ancora fuori dagli interessi della ricerca fisiopatologica.

       Il fattore organico di gran lunga più importante e frequente è l'aterosclerosi coronarica. Il potenziale ischemizzante della placca aterosclerotica è dato dall'entità della sua protrusione nel lume ed è controbilanciato dallo sviluppo di un circolo collaterale. Infatti, la placca ha un accrescimento lento e graduale che permette lo sviluppo progressivo di un circolo collaterale che ne annulla gli effetti emodinamici. Tuttavia in base alle immagini cineangiografiche è opinione clinica comune che la lesione possa avere imprevedibili e brusche accelerazioni assumendo i caratteri di placca "complicata", con ulcerazioni più o meno ampie della sua superficie e trombosi acuta occlusiva o subocclusiva sovrapposta.

       Si ritiene che, a) rispetto alla placca fibrosa, con prevalenza di tessuto connettivo, più lentamente evolutiva, la placca lipidica, infarcita di grassi, meno consistente, possa più facilmente ed in modo imprevedibile evolvere in placca complicata, con rottura del cappuccio fibroso, spesso a livello della cosiddetta "spalla" ovvero a monte nel punto di passaggio con la parete normale, ed esposizione di materiale di parete altamente trombogeno; b) in base all’erroneo presupposto che l'evoluzione verso la complicazione non è in relazione con l'entità della stenosi, l'occlusione acuta possa realizzarsi in placche poco ostruenti, non visibile all’angiografia, il cui stimolo allo sviluppo di circolo collaterale è stato scarso o nullo.  Pertanto anche una placca non ischemizzante può diventare acutamente subocclusiva o occlusiva. Tuttavia al tavolo anatomico, una trombosi occlusiva o subocclusiva come vedremo, non è mai stata descritta in stenosi lievi. L’ipotesi clinica non  è quindi confermata dalla patologia. Inoltre le presunte complicanze di placca sono da riferire all’incompleta radiopacizzazione della vascolarizzazione della placca (Fig, 9); immagini che non mutano nel tempo. Inoltre, la rottura di una placca non sempre si complica con una trombosi clinicamente rilevante e, nel caso di trombosi occlusiva, la rottura di placca è presente soltanto in circa la metà dei casi. Lo studio di campioni di placche coronariche ottenuti mediante aterectomia in pazienti con angina instabile, mostra segni di trombosi solo nel 30% dei casi.

       Negli ultimi anni particolare attenzione è stata posta al possibile ruolo dei processi infiammatori nella evoluzione della placca dallo stato quiescente a quello attivo. La presenza nel contesto della placca di infiltrati cellulari di monociti, macrofagi, linfociti, cellule muscolari lisce proliferanti e neovasi, tutti elementi tipici di una risposta infiammatoria, è nota da tempo. Tuttavia soltanto recentemente dati sia autoptici che in vivo su campioni di aterectomia hanno documentato che la presenza di cellule infiammatorie è significativamente maggiore nelle placche di pazienti affetti da sindromi coronariche acute rispetto ai casi di angina stabile e rispetto soprattutto ai soggetti normali deceduti per accidente con aterosclerosi coronarica e aortica di pari gravità a quella riscontrata nei malati coronarici. Molte di queste cellule, in particolare linfociti T, monociti-macrofagi, ma anche plasmacellule, si trovano in uno stato attivato, in grado cioè di rispondere ad antigeni locali o circolanti con la produzione e liberazione di varie sostanze tra cui citochine e fattori di crescita. Questi prodotti modulano e amplificano il reclutamento e la migrazione cellulare, modificano il fenotipo delle cellule muscolari lisce, controllano la sintesi della matrice extracellulare, interferiscono con l’emocoagulazione e infine influiscono sulla vasomotricità di parete e sulla neoformazione di vasi all’interno della placca.

       Il ruolo centrale dell’infiammazione nell’occlusione coronarica acuta è suggerito, oltre che dagli studi patologici, anche da una serie di rilievi clinici di natura bioumorale sistemica, come l’aumentata escrezione urinaria di trombossani e leucotrieni dissociata dalla cadenza degli episodi ischemici, la presenza di neutrofili e linfociti circolanti attivati e l’aumento dei livelli di proteina C reattiva, che rappresenta il prototipo degli indici di fase acuta, secondario alla stimolazione epatica da parte di varie citochine rilasciate da monociti e cellule endoteliali attivate. Sulla base di queste osservazioni viene oggi da alcuni avanzata l’ipotesi che l’infiammazione non soltanto coronarica ma sistemica possa rappresentare il momento scatenante dell’occlusione coronarica acuta. Riprenderemo questo argomento più avanti ricordando quanto già detto a proposito dell’evoluzione della placca aterosclerotica coronarica mioiperplastica riguardo all’infiltrazione linfoplasmacellulare che compare dopo la raccolta proteoglicanica con localizzazione attorno ai nervi della media. Da non confondere con la reazione riparativa monicitaria-macrofagica, spesso erroneamente definita “infiammatoria” quali si ha nella placca ipercolesterolemica la quale non fa parte della storia naturale della malattia coronarica.

       Un ulteriore fattore in grado di promuovere o contribuire all’occlusione coronarica acuta è lo spasmo vascolare, circoscritto o diffuso, occlusivo o parziale, legato a contrattura della muscolatura liscia parietale coronarica. Questo fenomeno può verificarsi su vasi coronarici apparentemente normali o con vario grado di stenosi, spontaneamente per cause tuttora ignote soprattutto nel caso dello spasmo circoscritto, o in risposta a stimoli chimico-fisici di vario genere tra cui di frequente osservazione clinica, il freddo e lo stesso sforzo fisico, che, quando agiscono su un substrato anatomo-funzionale normale, inducono al contrario una vasodilatazione.

       Quando si parla di angina si intendono quelle situazioni in cui la genesi dell'ischemia nello stesso episodio o in episodi diversi nello stesso paziente, riconosce sia l’associazione con un’alterazione organica (stenosi ischemizzante) che funzionale (spasmo sovrapposto). In questo caso si parla anche di stenosi "dinamica" in contrapposizione alla stenosi "fissa" il cui potere ischemizzante si ritiene esclusivamente legato al grado di riduzione del lume da parte della placca. Quando lo spasmo si verifica a livello di una stenosi, il presupposto perché ciò possa avvenire è che il processo aterosclerotico non abbia distrutto l'intero anello muscolare della parete. Questo è soprattutto il caso della placca eccentrica, in cui l'arco di ponte opposto alla placca è integro. Sezioni seriate di placche concentriche hanno tuttavia dimostrato che pur se ridotta di spessore la tunica media è sufficiente per spiegare uno spasmo. Di rado si ha una fibrosi riparativa microfocale tale da ridurre l’azione spasmogena. Non solo, la tunica media prima e dopo la placca è sempre risultata del tutto normale.

       Anche se la placca aterosclerotica coronarica è la patologia più frequente associata alla riduzione della riserva coronarica, questa può aversi in una serie di condizioni, quali l'aterosclerosi (come malattia sistemica indipendentemente dalla localizzazione coronarica), l'ipertensione arteriosa, le cardiomiopatie ipertrofiche o dilatative, il diabete ed altre, per le quali è stato introdotto il concetto di "malattia del microcircolo". L'ipotesi è che la riserva coronarica sia ridotta a causa di alterazioni strutturali e/o funzionali dei piccoli vasi coronarici che ne diminuiscono la capacità di vasodilatazione. I meccanismi implicati vanno da anomalie strutturali dei piccoli vasi di resistenza ad alterazioni dell'endotelio vascolare con prevalenza degli stimoli vasocostrittori, ad un aumento del tono alfa, alla presenza abnorme di una serie di mediatori circolanti ad azione vasocostrittrice ed infine ad una compressione della vascolatura intramiocardica da parte del miocardio asinergico ovvero disfunzionante.

La domanda quindi, è: il microcircolo ha un qualche ruolo nella dissociazione tra stenosi e flusso osservata in clinica? Al fine di una migliore disamina del problema, la potenziale interferenza del microcircolo va ricercata in due momenti schematicamente distinti: quello cronico e quello acuto.

Alterazioni microcircolatorie croniche

In varie malattie cardiache non associate a coronaropatia è stata da tempo documentata una riduzione della capacità massima di flusso malgrado l’assenza di stenosi coronarica. Per esclusione, questo tipo di alterazione non può che essere attribuito al microcircolo. E’ questo per esempio il caso della cardiomiopatia dilatativa in cui, già nella sua fase iniziale e in assenza di alterazioni emodinamiche, è presente una riduzione della perfusione sia in termini globali (Fig. 15) che regionali (Fig 16). Più recentemente una analoga alterazione è stata dimostrata anche in pazienti con malattia coronarica di un solo vaso nei territori dipendenti dagli altri vasi non stenotici (Fig. 17). Questo reperto fa sorgere immediatamente la domanda se la stessa alterazione esista anche a valle dei vasi stenotici, quale espressione di una patologia diffusa all’intera microcircolazione.

La presenza di alterazioni microvascolari in territori perfusi da vasi stenotici è stata ipotizzata sulla base del riscontro non infrequente di una mancata normalizzazione della riserva coronarica dopo angioplastica. Questo reperto tuttavia, non è mai stato ritenuto prova sufficiente a sostegno dell’ipotesi di una disfunzione del microcircolo in quanto possibile conseguenza di una dilatazione incompleta o di una embolizzazione da parte del contenuto della placca. Allo scopo di chiarire questa controversia abbiamo studiato, in pazienti con angina da sforzo e stenosi di un unico vaso coronarico, le resistenze microcircolatorie prima e dopo angioplastica utilizzando la metodologia illustrata nella figura 18. I risultati di questo studio hanno dimostrato che in un numero consistente di casi (circa la metà) erano presenti valori elevati di resistenze già prima dell’angioplastica (Fig. 19). La procedura aumentava le resistenze solo eccezionalmente e, al contrario, in molti casi, le riduceva. Studi successivivi hanno documentato che quest’ultimo fenomeno si realizza attraverso il reclutamento di nuove porzioni della vascolatura grazie all’aumento della pressione distale dopo l’eliminazione della stenosi.

Nello stesso modello clinico (pazienti con angina da sforzo e stenosi unica di un solo vaso coronarico) è stato possibile osservare in modo diretto la fenomenologia conseguente all’occlusione completa della coronaria, realizzata dal gonfiaggio del pallone per brevi periodi durante la procedura di angioplastica. La comparsa di ischemia è immediata ed è segnalata dalle alterazioni elettrocardiografiche in tutti e da angina in alcuni. La comparsa di ischemia implica una grave riduzione del flusso nel territorio a valle e sembrerebbe dimostrare l’inefficacia di un eventuale circolo collaterale, peraltro già preannunciata dalla lunga storia di angina da sforzo riferita da questi pazienti. Una dimostrazione ancora più diretta dell’assenza di flusso nel miocardio a valle dell’occlusione viene dall’osservazione dell’arresto completo del lavaggio dal miocardio di un tracciante gassoso iniettato a valle del palloncino immediatamente prima del suo gonfiaggio (Fig 20) (torneremo sul rapporto ischemia e circolo collaterale più avanti).

Vasocostrizione del microcircolo durante ischemia

Abbiamo visto in precedenza che il modello tradizionale di circolo coronarico assume, durante ischemia, la vasodilatazione massima del microcircolo e di conseguenza l’azzeramento della riserva di flusso.

In contrasto con questa visione, studi sperimentali prima e più recentemente studi nell’uomo hanno documentato la presenza di una «paradossale» riserva di flusso durante ischemia. L’esistenza di questo fenomeno è argomento sufficiente per una revisione delle attuali ipotesi patogenetiche dell’ischemia. Utilizzando ancora una volta il modello clinico dell’angina da sforzo e della stenosi unica, e l’approccio già illustrato nella Fig. 19, è possibile misurare separatamente le resistenze della stenosi e quelle del microcircolo a valle, durante ischemia indotta da un aumento della frequenza cardiaca mediante stimolazione elettrica (pacing). Il tutto prima e dopo angioplastica. Come si evidenzia dalla figura 20, durante pacing, le resistenze microvascolari, invece di diminuire, aumentano così come avviene anche per le resistenze del tratto stenotico. Questo aumento delle resistenze viene abolito dall’iniezione di adenosina a dimostrazione che si tratta di un fenomeno di vasocostrizione attiva e non di un effetto “meccanico” di compressione o distorsione vascolare legato alla tachicardia e all’ischemia. L’abolizione della stenosi mediante angioplastica ripristina la risposta fisiologica delle resistenze con una loro riduzione (e quindi con un aumento del flusso) in risposta all’aumento della frequenza cardiaca. Quest’ultimo risultato chiarisce alcuni punti cruciali per l’interpretazione del fenomeno. Il primo è che la riduzione del flusso durante tachicardia e ischemia non può essere considerata espressione di una patologia cronica del microcircolo, in quanto immediatamente abolita dalla rimozione della stenosi, quanto piuttosto di una risposta di adattamento del microcircolo coronarico alla presenza della stenosi ed in particolare ai bassi regimi pressori. Il secondo punto riguarda il ruolo di una ipotetica disfunzione endoteliale, più volte addotta a spiegazione del fenomeno. Dato l’immediato ripristino dopo angioplastica della risposta fisiologica di flusso all’aumento della domanda metabolica, questa spiegazione appare da sola improponibile, almeno in termini qualitativi. Infine, l’abolizione del fenomeno con la somministrazione di adenosina esclude la tachicardia o la riduzione della funzione contrattile del miocardio ischemico come fattore emodinamico responsabile dell’aumento delle resistenze microcircolatorie su base meccanica. Un’analoga vasocostrizione del microcircolo è stata osservata anche durante episodi di angina a riposo in pazienti con angina instabile.

Cosa si può concludere dal punto di vista clinico? Aldilà dei meccanismi e dei modelli che hanno tuttora molti aspetti da chiarire, sembra molto probabile, in presenza di stenosi coronarica, un contributo del microcircolo alla limitazione del flusso e alla genesi stessa dell’ischemia. Anche se questo «paradosso» non fosse un fenomeno patologico ma soltanto l’espressione di meccanismi fisiologici di controllo della pressione nella porzione più distale dell’albero coronarico, la sua conoscenza ha comunque una valenza diagnostica nell’interpretazione critica del «significato emodinamico» della stenosi

 Deve essere ben chiaro che queste osservazioni e conclusioni si riferiscono ad episodi di ischemia di breve durata. Periodi di ischemia prolungata e condizioni di ipoperfusione ed ipotensione microcircolatoria “cronica” tutta da ridefinire (vedi più avanti), potrebbero avere conseguenze e implicazioni sia diagnostiche che terapeutiche molto diverse.

Alterazioni microcircolatorie durante infarto acuto

Certe anticipazioni della cardiologia sperimentale hanno influenzato e influenzano l’interpretazione del modello clinico. Si è visto sempre con metodi clinici che anche nell’uomo si potrebbe avere il fenomeno del «non reflow», ben caratterizzato a livello sperimentale dal punto di vista funzionale, morfologico e più recentemente biomolecolare. In breve si tratta di un subitaneo e spesso progressivo aumento delle resistenze microcircolatorie che si manifesta nel momento in cui un territorio vascolare viene riperfuso dopo un periodo sufficientemente lungo di ischemia. Senza entrare nei dettagli, esistono evidenze sufficienti a ipotizzare che questo fenomeno sia la conseguenza della riperfusione, per una “attivazione” dell’endotelio vascolare secondaria all’ischemia, che si manifesta con vasocostrizione ed occlusione microvascolare da parte dei leucociti e delle piastrine. E l’ampia diffusione dell’angioplastica primaria (riapertura dell’occlusione coronarica nelle fasi iniziali dell’infarto) sembra comprovare il ruolo fondamentale che il danno  microvascolare da riperfusione riveste nell’evoluzione dell’infarto e nella ripresa funzionale del territorio miocardico riperfuso, così come nella prognosi a distanza. Ciò è stato reso possibile dalla disponibilità di un controllo angiografico della condizione del grosso vaso e all’introduzione dell’eco-contrastografia che costituisce una risorsa unica per lo studio non invasivo, ripetuto ed al letto del paziente, della perfusione miocardica.

Meno entusiasmante è invece il progresso a livello di prevenzione del danno microcircolatorio durante riperfusione, in particolare per la difficoltà di raggiungere con il farmaco putativo l’area ischemica prima della riperfusione. In questo senso risultati incoraggianti sono stati ottenuti, duranta la procedura di angioplastica primaria, dalla somministrazione preventiva di adenosina a valle dell’occlusione e prima della ricanalizzazione del vaso, utilizzando un sottile catetere in grado di oltrepassare l’ostruzione. Riprenderemo e completeremo questo argomento dopo aver esaminato il versante morfopatologico con i suoi dati visti al microscopio.

 

Cascata ischemica e sue complicanze

       Allo sbilanciamento tra apporto e domanda energetica miocardica fa seguito una serie di eventi scaglionati nel tempo che vanno sotto il nome di cascata ischemica. Il deficit contrattile è la prima manifestazone dell'ischemia – anche se un simile deficit può aversi in assenza d’ischemia - e rappresenta un segnale clinico altamente specifico e sufficientemente sensibile su cui si basa gran parte della semeiologia strumentale moderna a partire dall'ecocardiografia. Al deficit contrattile segue l'alterazione del potenziale di membrana responsabile dei quadri elettrocardiografici di ischemia. Soltanto per ultimo e non obbligatoriamente, si manifesta il dolore anginoso nelle sue varie manifestazioni. La specificità e la sensibilità di questi segni diminuiscono nell’ordine, dal deficit di contrazione, alle alterazioni elettrocardiografiche, al dolore anginoso.

Complicanze dell'attacco ischemico

         Le principali complicanze dell'attacco ischemico sono rappresentate dalla insufficienza acuta di pompa e da disturbi del ritmo e/o della conduzione.

         L'insufficienza ventricolare sinistra, fino all'edema polmonare conclamato, è la conseguenza di una disfunzione cardiaca globale. Questo evento è in genere causato da un'ischemia massiva e prolungata; tuttavia, in un cuore già compromesso, anche un'ischemia limitata o una ischemia dei muscoli papillari con conseguente insufficienza mitralica transitoria possono precipitare una insufficienza acuta di pompa.

         Le aritmie che talora complicano l'evento ischemico possono presentarsi durante ischemia o alla fine dell'attacco (aritmie da riperfusione). Episodi di tachicardia ventricolare, fibrillazione ventricolare o blocco atrioventricolare di III grado durante ischemia acuta possono provocare sincope o morte improvvisa. L'ipotensione arteriosa durante episodi di ischemia miocardica può essere espressione di insufficienza acuta della pompa o la coseguenza di un riflesso vagale.

         Un cenno a parte merita l'ischemia del ventricolo destro che può accompagnarsi ad ipotensione acuta in assenza di segni di congestione polmonare.

         Infine, episodi ischemici ripetuti possono provocare necrosi parcellari successive "subliminali" che diventano apparenti solo tardivamente.

 

Miocardio stordito e miocardio ibernato

         Sia in campo sperimentale che in campo clinico sono state recentemente messe a fuoco due condizioni disfunzionali della contrazione miocardica che si inseriscono nell'area di confine tra ischemia e necrosi miocardica e la cui fisiopatologia è tuttora poco chiara. Si tratta di due condizioni reversibili (ovvero in grado di riprendere una normale contrattilità) che vanno sotto il nome l'una di "stunning", o miocardio stordito, l'altra di miocardio ibernato.

         Per miocardio stordito si intende quella condizione in cui, in seguito ad un episodio ischemico, la funzione contrattile miocardica rimane compromessa malgrado la ripresa della perfusione e l'assenza di un danno irreversibile (dimostrata anche a posteriori dalla ripresa funzionale dopo un periodo di tempo variabile, compreso tra pochi minuti e molti giorni). E' chiaro che un'evenienza di questo genere, da un lato richiede la dimostrazione della persistenza di un apporto energetico potenzialmente adeguato a garantire una funzione contrattile normale e, dall'altro, implica una qualche alterazione metabolica in grado di disaccoppiare la disponibilità di energia dalla produzione di lavoro.

         Nel caso dell'ibernazione miocardica, invece, la cellula miocardica si adatta ad una condizione di ipoperfusione cronica garantendo la propria sopravvivenza attraverso la riduzione o l'abolizione della funzione contrattile. Questa condizione di stadio intermedio tra ischemia e necrosi può perdurare a lungo, assicurando una potenziale ripresa funzionale, al momento della normalizzazione della perfusione. Attualmente pare che una ipoperfusione particolarmente prolungata possa determinare la perdita non solo funzionale ma fisica delle proteine contrattili con preservazione però della vitalità dei miociti.

         Dal punto di vista clinico queste due condizioni rivestono una notevole importanza per i problemi che pongono nella diagnosi differenziale con l'ischemia e la necrosi e di conseguenza per le implicazioni terapeutiche e prognostiche. Entrambe le condizioni infatti contraddicono due delle equazioni di uso per tanto tempo nel processo diagnostico della cardiopatia ischemica: che la transitorietà  della perdita di funzione sia l'elemento distintivo tra ischemia e necrosi e che la vitalità  del miocardio sia riflessa dalla sua funzione contrattile.

    Di conseguenza, la stessa diagnosi di "stato di ischemia o di necrosi" non può prescindere dallo studio contemporaneo di più parametri che obbligatoriamente includano la perfusione e la funzione e, possibilmente, il metabolismo cellulare.

 

 

 

III Conclusione . La molteplicità dei meccanismi alla base di un aumento delle resistenze del microcircolo – sul quale ci si è volutamente soffermati con il rischio di un testo forse troppo specialistico per un profano –, la diversità dei tempi e delle modalità di intervento dei singoli meccanismi, le loro numerose combinazioni possibili rispetto alle diverse modalità di aumento della domanda cardiaca danno ragione della molteplicità e variabilità dei quadri clinici d’ischemia con la necessità di una caratterizzazione patogenetica puntuale del singolo paziente come presupposto essenziale ad un trattamento farmacologico e non, razionale e personalizzato.

    In pazienti con cardiopatia ischemica è da stabilire l’esistenza di alterazioni “croniche” del microcircolo la cui presenza in fase acuta è documentabile (solo indirettamente mediante indici funzionali ma non morfologici) indipendentemente dalla coesistenza di una patologia stenosante dei grandi rami coronarici. Dal punto di vista diagnostico queste alterazioni portano ad una sovrastima del potere ischemizzante della stenosi e da quello terapeutico spiega il non raro insuccesso di una rivascolarizzazione apparentemente ottimale per la normalizzazione della perfusione. La natura di questa patologia rimane oscura, così come la sua evoluzione e la possibilità di una sua correzione. Molti sono quelli ad invocare la disfunzione endoteliale come meccanismo patogenetico, anche se si tratta di comprendere come fattori di rischio sistemico (ipertensione arteriosa, fumo, diabete, etc) possano alterare minimi “territori” endoteliali rispetto all’intera massa del muscolo cardiaco.

Lo studio clinico del microcircolo è pesantemente condizionato da difficoltà tecniche che vanno ad aggiungersi alle tante incertezze fisiopatologiche e alla mancanza di un modello in grado di rappresentare la complessità della circolazione coronarica. Malgrado questi limiti, sembra inconfutabile che questa porzione del circolo coronarico possa svolgere un ruolo che non può essere ignorato nelle varie manifestazioni della cardiopatia ischemica, dalle diverse forme di angina, all’infarto, all’ibernazione. Come non può essere ignorato l’altro versante non  meno importante della ischemia da compressione del microcircolo da parte di un miocardio disfunzionante. Appare oggi indispensabile la messa a punto di un modello di circolazione coronarica più sofisticato che tenga conto della distribuzione delle pressioni lungo tutto l’albero coronarico e degli effetti di questa sul volume di tessuto perfuso e sulla sua distribuzione spaziale. Alcune delle acquisizioni più recenti hanno una valenza diagnostica, poche una valenza terapeutica mentre altre soggiornano nell’anticamera della clinica in attesa di un destino migliore. Dobbiamo essere coscienti che l’avanzamento delle conoscenze può essere garantito soltanto da una ricerca schiava del dubbio e libera dai pregiudizi. Fino a quando il dogma ossessivo della stenosi non permetterà ai cardiologi di volgere lo sguardo qualche centimetro più in là, un progresso rapido in questo campo sarà difficile. Con l’esigenza di poter stabilire una volta per tutte il ruolo (come si discuterà più avanti) del circolo collaterale.

 

I segnali clinici di ischemia e di vitalità

Alterazioni della perfusione e scintigrafia miocardica. 

La riduzione della disponibilità di flusso, assoluta o relativa, è il presupposto dell’ischemia e questo dato può essere pertanto utilizzato come “prova” di ischemia eventualmente dimostrata da segnali aggiuntivi. La documentazione di un difetto di perfusione non implica una diagnosi di ischemia (che deve essere affidata al rilievo di altri segnali) né tanto meno l’ostruzione di un  vaso coronarico. Pertanto conflitti di informazione tra metodologie diagnostiche diverse (per esempio le tante varianti di test provocativi di ischemia o di test di vitalità) sono molto spesso il risultato non di una contrapposizione tra vero e falso, quanto l’espressione di fenomeni fisiopatologici diversi. Spostare lo sguardo dalla stenosi  al microcircolo o al miocardio disfunzionante può significare il venire a capo della complessa interazione tra perfusione, funzione e metabolismo, aldilà di schemi preordinati e  mai verificati nell’uomo.

 

Test provocativi di ischemia

La modalità classica per provocare l’ischemia in laboratorio è il test da sforzo. L’induzione dell’ischemia avviene attraverso l’aumento della richiesta miocardica di ossigeno in presenza di una riserva di flusso coronarico ridotta. In alternativa, si utilizzano dosi scalari di farmaci in grado di aumentare il lavoro cardiaco attraverso una stimolazione adrenergica, come la dobutamina o una inibizione vagale come l’atropina. Un altro approccio è quello dell’mpiego di farmaci vasodilatatori come il dipiridamolo o l’adenosina. L’effetto ischemizzante di questi farmaci si realizza attrverso la ridistribuzione del flusso coronarico dalle zone meno perfuse a quelle meglio perfuse, un meccanismo noto da tempo come “furto di sangue”.

Nei pazienti con angina a riposo, la partecipazione dello spasmo coronarico alla produzione di ischemia può essere provata dall’induzione dell’attacco ischemico con l’iperventilazione o, se inefficace, con la somministrazione di dosi scalari di ergonovina.

Per documentare l’ischemia si può utilizzare l’elettrocardiogramma da solo o preferibilmente in combinazione con una tecnica di imaging basata sull’impiego degli ultrasuoni (ecocardiogramma) o di radioisotopi (scintigrafia miocardica) o più recentemente con la risonanza magnetica. Con l’ecocardiografia e la risonanza, la diagnosi si basa sulla riduzione transitoria della motilità regionale mentre con la scintigrafia di perfusione la diagnosi è affidata alla documentazione di un difetto di perfusione transitorio (Fig. 21). Quando le alterazioni regionali della meccanica o della perfusione sono invece permanenti, si formula la diagnosi provvisoria di necrosi, con la riserva, soprattutto nel caso di alterazioni di severità intermedia, di una possibile presenza di una certa quota di miocardio vitale.

 

Test per la vitalita’ miocardica residua

Negli ultimi anni, la diagnosi di vitalità miocardica è diventata un argomento di grande rilevanza nella gestione dei pazienti con ischemia miocardica. Ciò è dovuto alla fatto accertato che, a seguito di un infarto del miocardio, le regioni ventricolari disfunzionanti non sono necessariamente necrotiche ma possono contenere una quantità di miocardio vitale tale da permettere, a seguito di un intervento di rivascolarizzazione coronarica, un recupero funzionale di entità variabile e proporzionale alla quantità di tessuto vitale (Fig. 22).

La diagnosi di vitalità miocardica può seguire due approcci diversi. Il primo si basa sul presupposto che una regione contenente una quantità sufficientemente alta di miocardio vitale possa, almeno transitoriamente, migliorare la sua funzione se adeguatamente stimolata. In questo contesto, i test più utilizzati sono quelli basati sulla valutazione della motilità di parete ed in particolare il test eco-dobutamina a bassa dose e il test eco-dipiridamolo. Il secondo approccio si avvale invece della scintigrafia miocardica con traccianti metabolici radioattivi. A questo scopo si utilizzano traccianti la cui captazione da parte della cellula miocardica richiede l’integrità della cellula miocardica.

 

Diversi aspetti clinici della malattia coronarica e i suoi equivalenti morfologici.

    Il patologo evidentemente non è in grado di stabilire le alterazioni proprie dell’angina pectoris se non quando quest’ultima esita nell’infarto fatale o nella morte improvvisa. Sono questi i due quadri da prendere in esame.

 

L'infarto miocardico acuto

    Nella colloquialità giornalistica chiunque muoia all'improvviso si dice sia morto d'infarto cardiaco. Il che non é vero. Muoiono  a seguito d'infarto coloro che abbiano una necrosi, in altre parole la morte di tutte le cellule miocardiche di una zona più o meno estesa del cuore. E cerchiamo anche qui di fare il punto su quanto un paziente deve conoscere di questa lesione. Essa si completa entro un'ora, e il rischio di morire per arresto cardiaco a causa di questa lesione é molto basso e non é dipendente dalla sua estensione. Quest'ultima in circa la metà dei casi, é inferiore al 20% della massa totale di miocardio variando da un minimo di meno del 10% ad un massimo di oltre il 50%. Il primo segno di danno é che le cellule miocardiche cessano di funzionare in fase di rilasciamento irreversibile ovvero in paralisi flaccida con conseguente stiramento per azione della pressione intraventricolare (Fig. 23). Seguono poi tutti i cambiamenti morfologici specifici che vanno da un'infiltrazione di globuli bianchi neutrofili, allo smaltimento del tessuto necrotico da parte di cellule specializzate (i macrofagi) con il risultato finale di una trasformazione in cicatrice fibrosa di tutto il miocardio morto. Quello che é importante sottolineare in questo tipo di lesione é che l'apparato della contrazione - a parte un allungamento dei sarcomeri come pure dei nuclei a prova del suddetto stiramento già visibile entro i 30 minuti dall'instaurarsi della necrosi infartuale, - non mostra altre modifiche. E l'ordine sarcomeriale si mantiene anche negli ultimi frammenti di tessuto miocardico (20-30 giorni) non ancora eliminati dalle cellule deputate alla loro disintegrazione e alla sostituzione fibrosa. Da precisare infine come la zona necrotica cicatriziale perde ovviamente ogni capacità contrattile e tende, se ampia, ad estroflettersi (aneurisma).

    La morte dovuta a questo tipo di danno la si ha in caso di rottura della parete cardiaca infartuata con grave emorragia nel sacco pericardico poco estensibile che contiene il cuore. Questo tipo di arresto cardiaco é relativamente poco frequente e non tutte le rotture complicanti un infarto esitano in emorragia tale da "tamponare" il cuore. La causa di morte postinfarto acuto é data soprattutto da due altri meccanismi, più raramente da blocco seno-atriale. Uno é la fibrillazione ventricolare e l'altro é l'insufficienza cardiaca subacuta. La prima ha un substrato morfologico del tutto particolare riscontrabile nella morte improvvisa come del tutto particolare é quello dell'insufficienza congestizia e ne parleremo dopo avere esposto questi due eventi.

 

Morte improvvisa

    Molti gli esempi di persone morte improvvisamente nella storia dell'umanità. Il più noto é quello del primo maratoneta Fidippide che dopo aver corso ininterrottamente da Maratona ad Atene muore annunciando la vittoria sui Persiani. Esempio nel quale coincidono lo sforzo fisico dell'estenuante corsa stimolata dalla tensione psichica con l'ansia di dover portare al più presto la buona novella. Ma a parte questi isolati episodi senza controllo scientifico, una vera e propria epidemia di morte improvvisa con un' incidenza tale da attirare l'attenzione generale si é avuta nei primi anni del 1700 in Roma e si ha nella nostra società consumistica. In ambedue queste epidemie si é stati e si é costretti ad approfondire le cause o comunque capirne i meccanismi che inducono questo tipo di morte, per poterla prevenire. Nell'epidemia del 1705, il papa Clemente XI preoccupato per lo strano fenomeno aveva dato l'incarico al suo archiatra Giovanni Maria Lancisi di indagarlo e scoprire all'autopsia le sue cause. Si ha così la prima documentazione scientifica, il "De Subitaneis Mortibus", con la precisazione che questa epidemia ha iniziato a colpire persone di sesso maschile, di classe elevata, specie se dediti ai vizi capitali della gola e lussuria, per estendersi poi anche a classi meno abbienti. E i numerosi riscontri autoptici, pur nella limitata conoscenza e visualizzazione del tempo, hanno permesso e permettono di identificare nella maggior parte dei casi alterazioni macroscopiche del cuore. L'epidemia moderna, che seguita nel postmoderno, vanta ormai innumerevoli studi epidemiologici e patologici anche se esiste ancora una notevole confusione nella definizione di morte improvvisa - la sì dolce morte come la chiamava Leonardo da Vinci - nel riconoscimento dei fattori di rischio, nella selezione dei casi da studiare, nell'identificazione dei reperti e nella loro interpretazione per capire l'arresto improvviso della pompa cardiaca.

 

Definizione di morte improvvisa

    Si deve al Lancisi la definizione dei vari tipi di morte elencati nel suo trattato con una precisione tale da essere valida ancor oggi, distinguendo: "una morte naturale, e una  violenta a loro volta distinte in lente o improvvise, presentite  e previste e in non presentite  e non previste o inattese". Si può aggiornare completando la sua definizione: 1. La morte fisiologica programmata dal genoma proprio ad ogni specie e la cui fisionomia morfo-funzionale, come già accennato, é difficile da enucleare per il sempre presente sovrapporsi di patologie croniche; 2. Morte naturale che comprende la morte patologica lenta o improvvisa e quest'ultima ulteriormente suddivisa in imprevista o inattesa ovvero prevista o presentita dovuta a malattia o a malnutrizione o denutrizione e 3. quella accidentale o violenta sia per trauma in senso lato, dall'incidente d'auto alla ferita letale da arma di ogni genere, o da avvelenamento o intossicazione. Tenendo conto che il termine "improvviso" include sia un concetto cronologico di rapidità ed uno previsionale di assenza di segnali premonitori, si é adottata la seguente definizione per cui in base alle nostre osservazioni, una possibilità è la morte improvvisa in soggetti apparentemente sani, in piena e normale attività, senza storia clinica di malattie invalidanti e senza un episodio terminale di dolore o altra manifestazione soggettiva ed oggettiva riferita dai soccorritori, vale a dire morte improvvisa e inattesa o imprevedibile. L'altra possibilità é l'occorrenza di morte improvvisa in pazienti portatori di malattia già diagnosticata, insorgente in un momento di stabilità o benignità della stessa e cioé morte improvvisa e attesa o prevista. Definizione che ben si adatta all'epidemia moderna che comprende come già vista, un 'associazione con l'aterosclerosi da cui il termine morte improvvisa coronarica e che implica una rigorosa selezione dei casi da studiare, senza la quale si hanno, come spesso accade, risultati imprecisi che invalidano una corretta interpretazione. A conclusione si deve ricordare come esista la morte non spiegabile quando anche l'autopsia non è in grado di evidenziare elementi sufficienti per giustificarla; in attesa che nuovi metodi lo permettano.

 

Reperti patologici nella morte improvvisa.

    La morte improvvisa ed inattesa avviene in genere fuori da un ospedale, in assenza di assistenza medica. E' quindi solo il riscontro autoptico che può chiarire il perché dell'evento anche se come detto, a volte vengono meno dati sufficienti a spiegarlo. Di fatto, quando l'unico reperto é un'aterosclerosi coronarica associata o meno ad una necrosi acuta del miocardio con o senza cicatrici dello stesso e senza altri fattori come l'emorragia cerebrale, la rottura dell'aorta o altri rari quadri, si diagnostica una morte improvvisa "coronarica". Con una precisazione importante. In meno del 20% di questi casi si ha la documentazione istologica di un infarto miocardico, definibile come "silente" per non avere dato segnali sia soggettivi (dolore, etc) che oggettivi (variazione della pressione ematica, elettrocardiogramma, etc). Fenomeno dimostrato anche nei soggetti resuscitati mediante defibrillazione nei quali si é accertata l'inesistenza di un infarto in circa l'80% dei casi. In questi ultimi si ha invece un altro tipo di necrosi miocardica, in genere a piccoli focolai multipli, e con aspetti opposti a quelli propri dell'infarto. Infatti la cellula miocardica non si arresta in paralisi flaccida, bensì in ipercontrazione tetanica, con frantumazione successiva da parte del miocardio circostante che si contrae normalmente attorno alle miocellule per così dire tetanicamente irrigidite (Fig. 24). Frantumazione delle miofibrille con formazione di bande di sarcomeri ipercontratti (necrosi a bande di contrazione) e delle altre strutture. Necrosi caratteristica senza altre modificazioni e che ripara in cicatrice mediante cellule che fagocitano il materiale necrotico prima e trasformazione in tessuto fibroso poi. Quindi per quanto riguarda il miocardio, nella morte improvvisa coronarica si ha in una minoranza di casi un infarto acuto silente e nella grande maggioranza una necrosi a piccoli focolai, dai molti nomi (necrosi a bande di contrazione, miocitolisi coagulativa, necrosi di Zenker) con esito in aree più o meno estese di fibrosi anch’esse in genere a focolai, a volte confluenti. Da sottolineare come questa necrosi possa definirsi necrosi da catecolamine in quanto riproducibile sperimentalmente con queste sostanze in assenza di riduzione del flusso ematico.

Insufficienza miocardica congestizia

    E' questo il quadro nel quale può esitare sia un infarto acuto o la sindrome coronarica cronica costituita dal succedersi di episodi acuti. Va detto subito che questo esito non riguarda soltanto la cardiopatia coronarica bensì é comune a molti, se non tutti i quadri cronici di qualsivoglia malattia primitiva o secondaria del cuore. Discuteremo più avanti se si possa parlare di un aspetto a se stante, comune denominatore per tutte le forme che si concludono con la insufficienza congestizia. La quale non é altro che una progressiva incapacità di pompare il sangue con suo ristagno e disordini connessi di vario tipo nei diversi organi e che a tutt'oggi, quando non risponda più ai farmaci ha come unica soluzione terapeutica il trapianto sostitutivo con un nuovo cuore. Il substrato morfologico di questa sindrome é essenzialmente costituito - oltre a focolai di fibrosi miocardica risultati dagli episodi acuti di necrosi miocardica precedenti - da un'altra lesione tipica formata da un dissolvimento delle miofibrille contrattili in miocellule ripiene di acqua senza nessun'altra risposta reattiva (Fig. 25).

 

Complicanze miocardiche secondarie all'infarto acuto rilevabili istologicamente

    Si sono descritti i diversi quadri di danno miocardico riscontrabili all'esame autoptico di pazienti deceduti per cardiopatia coronarica nelle sue diverse forme. E' importante sottolineare come nel caso dell'infarto acuto alla tipica necrosi di questo quadro una volta instauratosi si aggiungono in un secondo tempo le altre due forme di necrosi viste nella morte improvvisa o nell'insufficienza cardiaca senza infarto acuto. Infatti, attorno a quest'ultimo e in zone di miocardio non infartuato si instaura sempre una necrosi a bande di contrazione; la cui estensione può superare di molto quella della necrosi infartuale e nel 40% dei casi si ha una perdita miofibrillare in cellule  piene di acqua (o edematose) in sottili strati di miocardio sottoendocardico o attorno ai vasi; i quali strati non vengono mai coinvolti dall'infarto nè dalla necrosi a bande di contrazione (Fig. 23D). L'altra complicanza cronica, specie in infarti estesi é la formazione di un aneurisma,  ossia una estroflessione della  parete necrotica trasformata in cicatrice fibrosa, distesa dalla pressione intraventricolare.

 

Revisione del rapporto fra danno funzionale visto dal clinico e danno strutturale visto dal patologo

 

Premesso che ambedue le visioni, quella clinica e quella patologica, hanno i loro limiti superabili soltanto con lo sforzo di una loro integrazione in una visione unica che le completi; esigenza oggi in crisi per un controllo autoptico in continua diminuzione, vuoi per illusione dei clinici che l’immagine funzionale basti ad interpretare eventi e causa della malattia e vuoi per colpa dei patologi che non hanno saputo approndire il rapporto struttura/funzione disinteressandosi della realtà di quest’ultima intesa solo come dovuta alle alterazioni strutturali da loro riscontrabili; ciò premesso si deve sottolineare come la morfo-patologia “funzionale” in quanto correla la struttura alla funzione, distingue tre tipi di danno necrotico o morte miocellulare a secondo dello stadio del ciclo di contrazione: 1) necrosi infartuale per arresto irreversibile delle cellule miocardiche in fase di rilasciamento (paralisi flaccida o morte atonica) secondaria a grave riduzione o abolizione del flusso ematico; 2) necrosi catecolaminica, quadro opposto al precedente in quanto si ha l’arresto irreversibile miocellulare in fase di ipercontrazione (morte tetanica) quale si ottiene con infusione di catecolamine, precisando che a dosi crescenti si ha lo stesso tipo di danno anche se più esteso in assenza di una riduzione del flusso ematico e senza mai comparsa di una necrosi infartuale; 3) necrosi da colliquazione o morte da progressiva insufficienza funzionale, caratterizzata da ingravascente perdita delle miofibrille con allagamento edematoso delle cellule miocardiche.

Tre tipi di specifiche alterazioni con differente stato funzionale e quindi con biochimismi ionico-molecolari diversi a loro volta indici di altrettanto diverse patogenesi e cause; e che a tutt’ora  nessuna immagine clinica è capace di differenziare. Si è già detto come nell’infarto cardiaco che costituisce di per se un’entità clinica, si abbia sempre già in tempi molto brevi (meno di 30 minuti) la comparsa di necrosi catecolaminica e in tempi più lunghi (ore o giorni) della necrosi colliquativa in meno della metà dei casi, rispettivamente associate ad arresto cardiaco per fibrillazione ventricolare e insufficienza cardiaca; avendo ben presente che queste due necrosi si hanno anche in assenza di coronaropatia. La necrosi catecolaminica in molte altre condizioni cardiopatiche e la colliquativa nell’insufficienza cardiaca congestizia; precisando che la necrosi da catecolamine quando associata ad infarto può avere un’estensione pari o superiore all’infarto  stesso mentre in genere è micro-multifocale.

    Quando si è parlato del flusso coronario si sono citati i metodi clinici per valutare la riperfusione di zone nelle quali era stata dimostrato una riduzione del flusso; con l’esigenza di una visione diretta delle strutture vasali e miocardiche, per stabilirne la natura. Ancora, con l’angioplastica primaria ovvero praticata all’inizio di un infarto, si osserva abbinando l’eco-contrastografia un’area di non perfusione apparentemente estesa a tutta o quasi il miocardio irrorato dall’arteria angioplastizzata. Il che contrasta con il fatto che l’estensione della necrosi infartuale nella maggior parte dei casi è solo una parte (e in metà dei casi relativamente piccola) di tale zona vascolare con il frequente reperto che l’infarto si estende ad altri territori contigui vascolarizzati da rami senza stenosi. E anche qui vorremmo l’occhio microscopico per discriminare quanto dovuto alla necrosi in rilasciamento (infarto da ischemia) e quanto alla necrosi da ipercontrazione (catecolaminica) dal momento che fenomeni così diversi implicano terapie altrettanto diverse. Tutto questo per sottolineare quanto sia essenziale la collaborazione fra fisiopatologo e patologo funzionale, dato i troppi aspetti da chiarire e precisare. Microcircolo vasocostretto o compresso? Con la possibilità che coesistano nello stesso quadro patologico. In questo senso va ricordato come l’infarto miocardico da occlusione coronarica in cuori protetti da un supporto plastico esterno per impedire o ridurre l’espansione della zona acutamente ischemizzata non esita in un danno con deformazione grave del ventricolo cardiaco (aneurisma) quale si ha nei cuori non protetti.

    Ma il discorso va allargato dal momento che in trattati e lavori si da per scontato che la necrosi a bande di contrazione (ridefinita da noi come necrosi catecolaminica) sia necrosi ischemica come suggerito dal malinterpretato modello sperimentale nel  quale si riperfonde per ore dopo aver riaperto un’occlusione coronarica mantenuta per 40 minuti. Senza entrare nel dettaglio, e sui risultati ottenuti variando la durata dell’occlusione e successiva riperfusione, il danno miocardico è principalmente costituito da una necrosi da catecolamine associata a massiva emorragia intramiocardica con arresto del cuore per fibrillazione ventricolare  nel 41% degli animali. Se si tiene conto che questo danno da perfusione è ridotto o abolito con betabloccanti, si può definirlo come una variante della necrosi da catecolamine nella quale un probabile aumento improvviso  della permeabilità vasale dopo occlusione temporanea induce l’emorragia che non si ha mai sia in corso di malattia coronarica che nelle molte condizioni nelle quali la necrosi da catecolamine è presente. La necrosi da perfusione si osserva raramente in cuori rianimati o sottoposti ad intervento chirurgico.

    Infine, un ultimo commento riguarda il miocardio ibernato, che si ritiene ipoperfuso e quindi cronicamente, o almeno per periodi anche lunghi, ischemico e il miocardio stordito descritto nell’esperimento di riperfusione prima riferito e così definito  in clinica quando alla mancanza di contrazione si associa una normale perfusione. Con l’apparente paradosso che dopo rivascolarizzazione con angioplastica si possono avere contemporaneamente aree ibernate e stordite nello stesso paziente; il che esprime la coesistenza di meccanismi patogenetici diversi ogni volta che si intervenga in corso di malattia; e con l’esigenza di confermare – come suggerito dall’esperimento e dalla morfopatologia umana - microscopicamente se il miocardio ibernato sia fermo in fase di rilasciamento e quello stordito in fase di contrazione; fasi per così dire prenecrotiche così da mantenere una struttura normale o quasi per riprendere la funzione. Avendo sempre presente come la disfunzionalità contrattile, anche temporanea, avviene in malattie non coronariche o ischemiche che dir si voglia. Il che costringe a pensare anche a possibili cause agenti primitivamente sulla cellula miocardica mofidicandone la funzione.

 

 

IV Conclusione. La malattia coronarica è suddivisa in quattro quadri i quali, se pur capaci di trasformarsi l’uno nell’altro, vanno tenuti separati in quanto ognuno ha una sua fisionomia clinico-patologica, con sue proprie complicazioni, danno morfologico, disordini funzionali e tipo di arresto cardiaco, nonostante esista il comune denominatore di una aterosclerosi delle arterie coronarie extramurali. Ma la diversità del danno morfologico del muscolo cardiaco, che nessuna tecnica nel vivente per ora può evidenziare, sta a testimoniare come nell’iter della malattia s’intreccino meccanismi patogeni che costringono a prevenzione e terapia mirate senza dogmatismi unificanti.

 

 

 

Revisione critica alla teoria corrente

    A questo punto il lettore ha gli elementi essenziali per rivedere con noi ogni singola voce a sostegno del perché e come la cardiopatia coronarica esordisce ed evolve. E dal momento che anche noi eravamo nella sua stessa condizione quando si é incominciato ad indagare questa malattia, ripercorreremo insieme l'iter della nostra indagine scientifica. Motivando così le nostre ragioni alternative al dogma attuale, ad iniziare dal primo reperto in contrasto con quest'ultimo per rivedere poi vari argomenti che successivamente si sono dovuti ri-indagare costretti dalla logica della sequenza investigativa. Una specie di storia naturale della nostra "eresia", per poterne intendere meglio ragioni e motivazioni. E diciamo subito che il primo reperto che ci ha messo in stato di allarme su quanto ci avevano insegnato é stato la riproduzione plastica di un tratto vasale al di sotto di una stenosi subocclusiva iniettato da collaterali satelliti (Fig. 26).

 

Riduzione del lume e suo significato fisiopatologico nella cardiopatia coronarica

    E' oramai uso corrente che, almeno in certe aree nelle quali prevale la cultura medica “aggressiva”, dotata di tecnologia adeguata al primo segnale di dolore cardiaco, sospetto o reale che sia, il soggetto venga automaticamente sottoposto a cineangiografia coronarica per stabilire se esistano o meno una o più stenosi. E se presenti imputare a loro una riduzione del flusso ematico causa di dolore e di ridotta capacità contrattile del miocardio dipendente dall'arteria stenotica. Facendo toccare con mano al paziente stesso la o le stenosi riprodotte cineangiograficamente con l'ovvia necessità di riaprire il vaso con il palloncino (angioplastica + stent) o baipassarlo chirurgicamente. Ragionamento che non fa una grinza dal momento che con la cineangiografia non si vedono o se ne vedono poche di collaterali; con la conclusione che anche se presenti quelle poche non sono in grado di compensare e da qui la malattia. Ma la grinza c’è ed è comprovata da diversi fattori. Primo che le collaterali sono numerosissime e presenti ovunque e che aumentano di diametro soprattutto in presenza di stenosi; e l'incapacità di vederle con la cineangiografia, dovuta al suo basso potere risolutivo dei rami intramiocardici, é difetto tecnico e non documentazione scientifica. Resta comunque da stabilire se questo aumento delle collaterali, già di per se indice di un incremento di flusso, sia realmente capace di un compenso tale da impedire l'insorgere della malattia. Molti i motivi a sostegno di questa conclusione:

1. Lo stesso paziente al suo primo segnale di malattia che lo porta dal cardiologo vedrà dalla cineangiografia una o più stenosi le quali preesistevano da lungo tempo, anche anni e che tuttavia hanno permesso una vita del tutto normale nonostante stress, sforzi e tensioni di ogni genere. Se non esistesse un circolo collaterale capace di compenso adeguato, questo non sarebbe stato possibile. Le stenosi che il medico gli fa vedere non sono un fenomeno acuto bensì dovute a placche aterosclerotiche croniche come il microscopio ha da sempre confermato.

2. Guardando la sua cineangiografia il paziente - ma anche il suo cardiologo lo dovrebbe - vedrà che il vaso con la stenosi  spesso si inietta in toto e contemporaneamente nel tratto sia superiore che inferiore alla stenosi. Mentre se quest'ultima fosse realmente in grado di ridurre il flusso esso dovrebbe essere ritardato e/o ridotto a valle della stenosi. Il contemporaneo riempimento indica che anche il sistema collaterale a livello della placca (Fig. 9) è immediatamente funzionante.

3. Un'indagine fatta in soggetti sicuramente sani e con un miocardio assolutamente privo di cicatrici- il che esclude episodi precedenti di cardiopatia coronarica - ha mostrato che nel 39% di questa popolazione normale sono state evidenziate una o più stenosi gravi identiche a quelle viste in pazienti coronaropatici. Con una percentuale che sale al 50% nei soggetti con più di 50 anni.

4. In pazienti con altre malattie senza interessamento cardiaco, il 66% ha presentato stenosi gravi delle arterie coronarie analogamente al gruppo precedente (vedi Fig. 5 frequenza delle stenosi gravi coronariche negli infartuati cerebrali senza cardiopatia).

    Sinotticamente si può vedere che una o più stenosi di entità tale (in genere uguali o superiore al 70% del lume) da giustificare per i più la sua apertura con il palloncino é presente:

 

Condizioni

Stenosi grave con riduzione del lume di oltre 70%

Frequenza in percento

assente

presente

In 1

2

   3 o + vasi

Infarto acuto in soggetti senza precedenti

10

90

42

34

13

 

Infarto acuto in pazienti cronici

2

98

29

40

29

 

Morte coronarica improvvisa in soggetti senza precedenti

34

65

30

25

10

 

Morte coronarica improvvisa in pazienti cronici

7

93

17

35

41

 

Pazienti con altre malattie non cardiache

34

66

26

18

22

 

Soggetti sani morti per accidente

61

39

23

13

3

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche un profano può vedere che se é vero che si ha un massimo di frequenza di restringimenti gravi nell'infarto e morte improvvisa in pazienti cronici, tuttavia con una frequenza troppo alta, questi si osservano anche  nei  malati non cardiaci (simile alla morte improvvisa senza precedenti) e negli stessi soggetti normali.

    A questi dati, che solo il patologo può ottenere in quanto, contrariamente al clinico, è in grado di estendere la sua ricerca alla popolazione generale, si devono aggiungere quelli sperimentali nel cane. Se si provoca in questo animale una stenosi grave e questa stenosi viene dopo pochi giorni occlusa, non si ha infarto o alterazioni cardiache di altro genere con la dimostrazione di un incremento del circolo collaterale. Esperimento che conferma quando dedotto dallo studio patologico e cioé che le collaterali forniscono un compenso adeguato da un lato e dall'altro mettono in discussione il significato dell'altro fenomeno della dottrina classica, l'occlusione coronarica.

 

 

V Conclusione. Tutti i dati clinici, patologici e sperimentali confermano non solo l’esistenza ma soprattutto la capacità funzionale compensatoria adeguata del circolo collaterale in presenza di una o più stenosi gravi dei rami coronarici superficiali. Lo stesso paziente angiografato, si rende conto di aver potuto vivere come una persona sana nonostante che da lungo tempo le sue arterie coronarie fossero gravemente ostruite. Senza circoli collaterali efficienti questo non sarebbe stato possibile. Se quindi è vera l’esistenza di tali circoli, come tutto comprova, risulta difficile, se non impossibile l’ischemia acuta/cronica dovuta alla placca aterosclerotica stenosante. Con l’invito al paziente di non guardare la sua cineangiografia con le terrificanti ostruzioni a rischio di tutto il peggio. Riveda la documentazione anche iconografica delle collaterali (Fig. 3,9,11), si tranquillizzi e completi i suoi esami per stabilire se esista o meno un defici di perfusione/contrazione come si chiarirà più avanti.

 

 

Occlusione coronarica e sua realtà funzionale.

    Oggi, il lettore seguita a sentire dai media di ogni tipo che un infarto é dato dalla totale occlusione del ramo che vascolarizza il miocardio andato in necrosi proprio per mancanza di sangue. E il credo attuale - su cui si edificano i tanti tentativi terapeutici - é che la placca aterosclerotica si rompa con l'effetto di produrre tanti frustoli del materiale ateromasico che la compone, portati a valle dalla corrente del sangue con l’ostruzione ("emboli occlusivi") dei piccoli rami intramiocardici da un lato  e dall'altro di formare in sede di rottura un trombo che occlude definitivamente il lume e da qui il blocco totale del sangue e conseguente necrosi infartuale (Fig. 4). La storia della scienza medica é un fiorire continuo di fantasie spesso non disinteressate, per l'esigenza di concludere e poter quindi agire, per il bene (?) o a spese del paziente che, per giustificata ignoranza, non può che essere in balia dell'autorità competente. E anche qui vediamo sinotticamente la realtà di come e dove si formi un trombo occlusivo e il presunto grado di embolizzazione, cioé quei terrificanti frustoli causa di morte improvvisa:

 

Quadro clinico

Trombo occlusivo

In stenosi preesistente da anni

 

Presente

non grave

grave (+70%)

 

 

 

 

Infarto acuto

41% dei casi

7%

93%

Morte improvvisa

15% dei casi

-

100%

 

 

 

 

Questo primo dato ci dice che 1) in meno della metà dei casi d'infarto acuto e solo una minoranza dei casi morti improvvisamente mostrano all'autopsia un’occlusione dovuta ad un trombo; 2) il trombo quando esiste é localizzato non già in un lume normale bensì a livello  di una grave stenosi preesistente da molto tempo, (anche da molti anni), con una lunghezza superiore ai 5 mm, formata prevalentemente da materiale ateromasico e con un'infiammazione linfocitaria di probabile natura immunitaria attorno ai nervi della tunica media. Inoltre misurando planimetricamente l'estensione dell'infarto - vale a dire la quantità della massa miocardica infartuata - si é visto che la frequenza del trombo occlusivo aumenta con l'aumentare di quest'ultima:

 

Estensione infarto %

Frequenza trombo occlusivo %

10

20

40

40

50 o più

86

 

 

 

 Il che spiega i dati discordanti sulla frequenza del trombo secondo i vari autori. Il discorso sul “fenomeno multivariabile trombo” va visto nel suo complesso (Fig. 23) perché chiunque si renda conto che non basta vedere un qualcosa che occlude per correre alla conclusione che questa occlusione é la causa dell'infarto; come non basta vedere il sole sorgere a levante e tramontare a ponente  per affermare, come per millenni si é fatto, che esso gira intorno alla terra. In altre parole é proprio il malato che deve rendersi conto della problematica che sta alla base del suo stato senza essere terrorizzato da immagini che come il ruotare del sole sembrano ma  non sono vere. E vediamo perché; con la premessa fondamentale che quando un soggetto arriva al controllo medico sono passate in genere molte ore dall'insorgenza del primo sintomo e che é praticamente impossibile osservare la completezza del fenomeno "malattia" prima del suo insorgere, al suo manifestarsi e poi al suo evolvere. Quello che anche le tecniche cliniche più sofisticate possono osservare ad intermittenza e ben di rado con monitoraggio continuo, é una evoluzione senza informazione alcuna della sequenza degli stadi. Ora la cineangiografia clinica ci dice che si ha un'occlusione del ramo che vascolarizza la zona infartuata nell'87% dei casi esaminati entro quattro ore dal primo sintomo e deve essere chiaro che quest'immagine angiografica di occlusione é soltanto un mancato riempimento del vaso con il sangue radiopaco; vaso che scompare del tutto senza dirci nulla sulla natura e composizione di quella occlusione angiografica. Si é quindi costretti al confronto fra immagini cliniche facili a convincere il paziente e immagini morfologiche che soddisfano la scienza ovvero il sapere. Prima di tutto l'iniezione postmortem non fa mai vedere la mancata iniezione di tutto il vaso bensì sempre é possibile iniettare il tratto vasale e le sue diramazioni al di sotto dell'occlusione mediante anastomosi (Fig. 11).

Seconda osservazione é che il trombo si forma nella grande maggioranza a livello di una vecchia stenosi grave già da molto tempo circuitata dalle collaterali. E allora? Si può veramente affermare che l'occlusione di un piccolo lume residuo sia causa della catastrofe infartuale o della  morte improvvisa? Se guardiamo la fig. 26 ci si rende conto come abbia ben poca credibilità – e come l’esperimento conferma - che l'occlusione di un piccolo lume residuo elimini totalmente il flusso ematico al miocardio. In altre parole quell'occlusione é senza effetto perché si forma in presenza di un circolo collaterale di compenso già in funzione da tempo. Non solo, sta ad indicare che la trombosi é con ogni probabilità secondaria ai diversi fattori già elencati; come la riduzione di flusso controbilanciata dalle collaterali post-stenosi, specie se abbinato ad un blocco ematico intramiocardico per stiramento dell'area infartuata in rapporto alla sua estensione; o la ridotta capacità di lisare un trombo da parte di una placca aterosclerotica. Fattori che possono spiegare la formazione secondaria di un trombo e/o l'emorragia intimale e l’eventuale rottura della placca. Nella Fig. 27 si mostra inoltre l’evenienza un infarto esteso in assenza di occlusione o stenosi grave dell'arteria supplente la zona infartuata.

 

 

 

VI Conclusione. Nella storia naturale (vale a dire nel suo insorgere e progredire senza interventi esterni) della malattia coronarica l’occlusione di un’arteria – ritenuta causa d’infarto e/o morte improvvisa o è dovuta ad un trombo – presente in circa la metà dei casi esaminati all’autopsia – o è assente. Quando presente, il trombo è statisticamente associato a diverse variabili. Lo studio di queste associazioni porta a concludere che tale trombo (abbinato o meno ad emorragia e/o rottura di placca), è fenomeno secondario alla stasi nel ramo ostruito in quanto si forma solo a livello di stenosi severe e quindi già da tempo baipassate dal flusso collaterale. Il trombo non ha quindi effetto alcuno sulla riduzione di sangue causa di infarto.

 

Una teoria é un'ipotesi che tende a spiegare la totalità di un fenomeno. Ma é solo un'ipotesi poco solida quando viene a mancare la visione capace di cogliere in sequenza cronologica tutti gli aspetti del fenomeno stesso. La convinzione attuale dell'occlusione trombotica causa d'infarto si basa sul reperto cineangiografico del mancato riempimento di tutta l'arteria con il mestruo radiopaco nell’87% dei pazienti con infarto acuto. Inoltre nella maggior parte di questi pazienti operati di bypass - con l'intento di portare più sangue ed evitare così l’ulteriore espandersi della necrosi infartuale - si é asportato un "trombo" localizzato a monte della stenosi. Sia la cineangiografia (effettuata in genere dopo 2-3 ore o più) sia l'angioplastica per riaprire il lume sia il baipass chirurgico d'emergenza sono interventi tardivi per quanto riguarda la necrosi infartuale avvenuta già da ore e comunque fuori tempo massimo per un apporto benefico, mentre questi interventi appaiono efficaci nel contenere le altre necrosi secondarie all’infarto. Sarà quindi di un certo interesse riferire un caso da noi studiato. Riguarda un uomo di 48 anni sofferente di angina instabile da pochi mesi e ricoverato per esami in buone condizioni, senza dolore cardiaco e che ha presentato una ridotta contrazione (ipocinesia) del ventricolo sinistro anteriore ed una stenosi severa della arteria discendente anteriore e della arteria coronaria destra. L’esame ventricolografico e le diverse iniezioni di mestruo radiopaco per la visione angiografica non hanno modificato il quadro sia oggettivo che soggettivo, anche quando l'elettrocardiogramma ha incominciato a segnalare alterazioni di tipo ischemico. Altre ripetute angiografie non hanno mostrato modificazione alcuna delle stenosi per oltre venti minuti dal primo segnale elettrocardiografico e sempre senza nuovi sintomi. Solo dopo venti minuti si é vista la scomparsa di tutta l'arteria discendente anteriore. Immediatamente si é proceduto in sequenza all'iniezione intracoronarica di un vasodilatatore e poi di un fibrinolitico per dissolvere l'eventuale trombo, angioplastica con il palloncino che ha ricanalizzato il vaso e infine il bypass chirurgico. Sequenza imposta dal fatto che nessuna di queste procedure é stata capace di ristabilire il flusso ematico. Il paziente ha incominciato ad avvertire un dolore intenso soltanto dopo 90 minuti dal primo elettrocardiogramma patologico e dopo 70 minuti dall'"occlusione" angiografica coronarica paradossalmente in coincidenza con la normalizzazione del lume mediante angioplastica. Di fatto, nessun intervento ha ripristinato il normale flusso presente negli esami iniziali compreso l'ultimo intervento chirurgico durante il quale si è asportato, da un lume vasale già normalizzato dal palloncino, un coagulo ematico (e non un trombo) senza che il sangue tornasse a scorrere sia nell'arteria che nel bypass. Solo per brevi periodi si è avuto un flusso con l’immagine della "occlusione" angiografica che iniziava nel tratto inferiore del vaso per risalire gradualmente alla sua origine ben oltre la sede della preesistente stenosi (Fig. 28). Il paziente ha sofferto e superato un esteso infarto miocardico anteriore che é stato possibile seguire prima e dopo il suo insorgere. Non solo, per ingravescente insufficienza cardiaca congestizia é stato sottoposto dopo 12 mesi a trapianto, permettendoci di verificare le alterazioni del suo cuore una volta escisso. Si é così vista un'estesa cicatrice a conferma dell'infarto; si é documentato l'assenza di una trombosi in sede dell'arteria anteriore sinistra mentre esisteva un trombo già cicatrizzato nella arteria coronarica destra a livello di una grave stenosi aterosclerotica non associata a infarto o altre alterazioni del miocardio da essa dipendente; assenza di emboli o modificazioni dei rami intramurali. In questo caso si é oggettivamente dimostrato come un infarto esteso si sia formato in assenza di un'occlusione trombotica e che l'immagine angiografica non era dovuta a quest'ultima ma al ristagno come la stessa cinenagiografia ha permesso di documentare con coagulazione del sangue impedito di defluire nel miocardio infartuato. Ricordando come quest'ultimo avesse già una ridotta funzionalità (ipocinesia) e quindi più propenso a venire disteso dalla pressione intraventricolare fino ad un punto critico di arresto del flusso  vuoi ipoteticamente per vasocompressione ("fenomeno della spugna tesa" senza possibilità di assorbire acqua) per qualsivoglia ragione che aumenti la pressione intraventricolare o diminuisca la già ridotta capacità contrattile del miocardio (Figg. 23,26). Tenendo a mente che é accezione corrente che il momento iniziale della ischemia coronarica sia appunto una ridotta contrattilità di una zona.

    Ora un caso é solo un caso e, specie se scomodo quanto si vuole perché anti-dogma corrente, viene sottaciuto anche se pubblicato ripetutamente in riviste e testi internazionali. Tuttavia, resta l'unico caso al mondo finora monitorato angiograficamente prima e dopo con esame morfologico compreso, a dimostrazione che un infarto anche esteso può accadere per incremento delle resistenze intramiocardiche. Ci troviamo nella condizione dell’esploratore che tocca terra in un continente sconosciuto e vedendo il primo abitante non può che dedurre che gli altri siano uguali a lui. Quanti dunque dell'87% con occlusione angiografica rientrano nella pseudocclusione prima descritta e il "trombo" recuperato all'intervento é soltanto un coagulo, ovvero sangue raggrumato da stasi intravasale?. Coagulo che ha una composizione e struttura (prevalentemente globuli rossi) del tutto differente dal trombo (piastrine e fibrina) tenacemente attaccato alla parete, contrariamente al primo libero nel lume vasale. Distinzione importante ma che ben pochi fanno. E in base alla nostra esperienza  é lecito dire che circa un 40% delle occlusioni angiografiche viste dopo ore dall'instaurarsi di un infarto sono dovute ad un trombo secondario all'infarto stesso  mentre nel restante 60% si tratta di stabilire quanto volte si abbia un meccanismo pseudocclusivo da impedito deflusso nel miocardio necrotico.

 

VII Conclusione.  L’unico caso nel quale è stato possibile monitorare la sequenza degli eventi prima, al momento dell’insorgenza e dopo l’instaurarsi di un infarto ha mostrato l’assenza di occlusione angiografica nel suo momento iniziale. A riprova che, quanto dedotto dallo studio patologico, come una stasi nel ramo tributario al miocardio infartuato possa essere una delle ragioni di tutte le eventuali complicanze secondarie (trombosi, rottura, emorragia) a livello di placca aterosclerotica preesistente da tempo (FIg. 26).

 

Embolia nella cardiopatia coronarica

 

    Sempre nell'ambito della teoria corrente, soprattutto per spiegare la morte improvvisa si é detto che frammenti della placca aterosclerotica rotta e/o del trombo siano la causa di emboli che occludono i piccoli rami arteriosi intramiocardici provocando piccoli infarti microscopici quali causa della morte improvvisa stessa. Coloro che l'hanno proposto si sono basati su reperti visti in casi di infarto miocardico con decesso rapido, più che morte improvvisa in base alla definizione prima data. Ora si é detto come una necrosi da catecolamine sia presente attorno ad un infarto e che, quindi, di altro danno si tratta e che non si può parlare di microinfarti. Inoltre va anche precisato che, se la rottura della placca fosse fenomeno reale e frequente, emboli intramiocardici formati da materiale ateromatoso, facili a riconoscere al microscopio, dovrebbero essere la regola (come si riscontrano con una certa frequenza in altri organi: reni, cervello, milza): mentre nella nostra esperienza con estesi studi sistematici su di un gran numero di casi e con prelievi multipli in ogni regione cardiaca in un unico ramo intramiocardico di uno solo su qualche migliaia di cuori esaminati si é osservato un embolo ateromasico e molto di rado emboli fibrino-piastrinici. Se quindi nei tanti articoli di giornali o notiziari televisivi di aggiornamento si dice che questi emboli sono da prevenire con tutti i mezzi, il lettore sappia che si tratta di un'altra ipotesi senza fondamento. Non solo, oggi nel mondo della cardiologia aggressiva, si fanno migliaia di angioplastiche; il che vuol dire rompere la placca  per distendere così la parete e ripristinare il lume. Una condizione ideale per provocare emboli intramiocardici. Il che non provoca danno alcuno come dimostrato dalla bassissima incidenza di complicazioni dopo angioplastica e di cui si è già discusso precedentemente. D'altro canto esiste una particolare e rara malattia (porpora trombotica trombocitopenica) nella quale, nonostante l'occlusione simil-trombotica dei rami intramiocardici (Fig. 29) associata a gravissima anemia emolitica ed altri fattori  ipossici, non si é mai avuto un infarto o segni di cardiopatia ischemica.

 

Revisione del concetto d’ischemia

 

Quando si è parlato della possibilità di un microcircolo la cui disfunzione è documentabile clinicamente, se ne è discussa la patogenesi con la precisazione che se di vasocostrizione si tratta questa interessa solo i vasi dotati di tunica media, ossia di un sistema di cellule muscolari lisce in grado di modificare il lume vasale. Con la difficoltà di stabilire se una tale disfunzione vasale possa cronicizzarsi, mantenersi cioè per tempi lunghi. Il morfo-patologo non ha possibilità di convalidare tali alterazioni disfunzionali. Può invece confermare, in contrasto ad ipotesi cliniche correnti, che non esistono lesioni vascolari né acute ne croniche a livello di tutto il circolo vasale intramiocardico tali da spiegare la cardiopatia coronarica; si è anzi potuto dimostrare che quando queste lesioni esistono non si ha il quadro clinico e morfologico di questa malattia (Fig. 29).

A parte ogni approfondimento più che legittimo del ruolo del microcircolo vista l’inconsistenza dei vari meccanismi proposti, il concetto d’ischemia va soprattutto inquadrato nel credo corrente che ritiene la stenosi coronarica, dimostrata angiograficamente, causa d’ischemia intesa come fenomeno prevalentemente cronico; con il sottinteso che dal momento che si ha la malattia, le collaterali anche se visualizzate non sono capaci di compensare la riduzione di flusso indotto dalla stenosi. Interpretazione un po’ troppo semplicistica a fronte dei molti dati di fatto che confermano la validità compensatoria delle collaterali non visibili o solo intraviste con la cineangiografia. Se su questa base si deve definire – sempre in rapporto alla stenosi angiografica – cosa si debba intendere per ischemia, è indispensabile distinguere la malattia “acuta” al primo episodio sintomatologico in soggetti apparentemente sani in attività normale (nonostante una o più stenosi gravi preesistenti da lungo tempo) e la malattia “cronica” la quale in realtà è un ripetersi di episodi acuti alternati da pause più o meno ampie di relativo benessere anche se ogni episodio può lasciare una traccia morfopatologica. Non esiste quindi uno stato cronico d’ischemia da stenosi di rami coronarici superficiali, ne esiste prova alcuno che l’episodio acuto sia dovuto ad un deficit collaterale, ricordando che questi vasi hanno strutture di tipo endoteliale senza tunica muscolare. E’ questa conclusione particolarmente importante perché il credere nell’ischemia cronica induce a teoretizzare terapie geniche con cellule primordiali o interventi chirurgici, tutti volti ad arricchire la presunta zona ischemica con una genesi di nuovi vasi. Dal momento che tutto indica come i meccanismi etiopatogenetici si attuino all’interno del miocardio (vasocostrizione e/o vasocompressione) indipendentemente dal numero dei vasi, collaterali incluse.

 

 

VIII Conclusione. Non esiste documentazione alcuna che in patologia cardiaca si abbia un’occlusione dei rami intramiocardici da parte di frammenti di placca aterosclerotica o trombi fibrino-piastrinici o aggregazione delle piastrine come causa di microinfarti e/o morte improvvisa. Questa ipotesi, continuamente riproposta dai clinici soprattutto a spiegazione della malattia senza occlusione dei rami coronarici principali, dovrebbe essere facilmente comprovata al microscopio. Il che non è. Non solo, in patologia umana esistono malattie con lesioni ostruttive gravi e diffuse delle arteriole o microcircolo senza sintomi o segni di malattia coronarica; a riprova che i circoli collaterali funzionano ad ogni livello.

    Sulla base di tutti i fatti finora esposti è il giusto momento per la domanda di fondo: nella malattia coronarica esiste sempre un’ischemia e quale è la sua causa e patogenesi? Con l’importante premessa che ischemia vuol dire riduzione/abolizione del sangue in toto (sostanze metaboliche, sali, fattori di crescita, etc) e non solo dell’ossigeno (ipossia), il concetto corrente di ischemia dovuta ad ostruzione o dei grandi rami coronarici extramurali o dei rami intramurali (microcircolo) per rottura/trombosi in sede di placca aterosclerotica sono senza fondamento sia patologico che morfologico.

    Allo stato due sono le linee investigative giustificate da una solida base scientifica. Una è la variabilità alterativa della regolazione del microcircolo (vasodilatazione/vasocostrizione) più precisamente dei vasi dotati di tunica media muscolare, dovuta a vari meccanismi ancora non bene identificati. A questa ipotesi spasmogena microcircolatoria suggerita dagli studi funzionali si affianca l’ipotesi della obliterazione vasale da compressione miocardica (“effetto spugna iperdistesa o iperspremuta” dedotta dagli studi morfologici). Infatti, come si è ampiamente documentato la miocellula può fermarsi in fase di rilasciamento paralitico con iperdistensione da parte della pressione intraventricolare (Figg. 23,26) oppure di ipercontrazione tetanica. Con la distinzione che l’infarto più o meno esteso è monolocale ( o monolocale ) come la zona a ridotta funzione contrattile (zona ipocinetica) primo segnale di ischemia e possibile prestadio dell’infarto. Mentre la necrosi tetanica o catecolaminica è in genere a microfocolai più o meno diffusi incapaci di determinare come dimostrato una microischemia. Solo quando associata all’infarto in quanto fenomeno secondario che coinvolge zone estese di miocardio (tranne il subendocardio) può indurre una secondaria ischemia da ipercompressione.

 

 

I fattori di rischio cardiovascolare

 

Gli studi epidemiologici dimostrano in maniera reiterata la persistenza di forti gradienti di malattia sia tra i diversi paesi colpiti che all’interno dei singoli paesi. In prima approssimazione anche questi gradienti inter ed intra paesi sembrano coincidere con i “livelli di civiltà e modernizzazione“, tuttavia esistono differenze non giustificabili sul metro del grado di civiltà, per le quali si continua a discutere sulla relativa influenza dei fattori genetici rispetto a quelli ambientali e culturali o sull’importanza della loro interazione.

Fattori comportamentali come il tipo di alimentazione, lo stress, il fumo e l’attività sedentaria, sovrapposti a patologie come l’ipertensione arteriosa, il diabete, l’iperlipemia e l’obesità, e a fattori genetici in gran parte sconosciuti, sono oggi accettati come i principali fattori in grado di spiegare le diversità ed interpretati come la controparte cattiva della società del benessere, responsabile dell’esclusione di un buon numero di individui civilizzati dal diritto di vivere fino agli estremi limiti imposti dalla biologia. Ciò non toglie che le ricche popolazioni occidentali o occidentalizzate, vittime della loro vita frenetica e dei loro vizi, paradossalmente vivano molto più a lungo di quelle povere, evidentemente afflitte da “rischi planetari“, molto più gravi. E a questo punto la medicina clinica fa la sua parte, offrendo all’epidemiologia medica una lunga serie di dati biologici da affiancare a quelli puramente anagrafici e geografici e cercando (non sempre per la verità) di tradurre in termini fisiopatologici le indicazioni, di tipo statistico ma non patogenetico, fornite a piene mani dall’epidemiologia. Si è detto non sempre in quanto, la medicina clinica, abbracciata definitivamente la filosofia della evidence based medicine (medicina basata sulla prova), usa  sempre più frequentemente saltare dall’ indizio statistico-epidemiologico al trattamento, visto che soltanto la prova, su grandi numeri, dell’efficacia dell’intervento medico costituisce il lasciapassare per l’ingresso di un qualsiasi intervento nella medicina ufficiale (e globale).

Sembrerebbe poco ragionevole la pretesa avanzata dall’epidemiologia medica e dal pragmatismo dell’evidence based medicine, ormai padrone assoluto della ricerca clinica insieme allo sponsor farmaceutico,  di portare alla luce il minuto e complesso mosaico fisiopatologico, attingendo a tessere del mosaico rinvenute più o meno casualmente in studi di popolazione, laddove l’associazione statistica tra malattia e variabili  che rappresentano soltanto “pezzi “ di  un disegno biologico sconosciuto, assurge a dignità patogenetica. Un esempio di attualità: i fattori di rischio della malattia cardiovascolare sin qui individuati, dall’ipertensione arteriosa , all’ipercolesterolemia, al fumo, al diabete ecc. sembrano aver trovato finalmente nella disfunzione endoteliale l’anello patogenetico mancante tra rischio e malattia. Orbene, una delle metodiche maggiormente utilizzata in clinica, per valutare la funzione endoteliale e pertanto individuare i soggetti a rischio, è la misura del flusso e/o delle resistenze del distretto vascolare dell’avambraccio o dell’arteria brachiale.  E’ dimostrato che la funzione endoteliale di questo distretto può risultare alterata, al pari di altri distretti meno accessibilie. Vista l’esposizione di tutto il sistema vascolare alle varie noxe presenti nel sangue circolante, può forse anche essere accettata l’idea, che però è tutta da comprovare, che la vascolatura dell’avambraccio possa essere utilizzata come distretto campione dell’intera circolazione. Per l’ epidemiologo clinico, avere a disposizione un indice di patologia vascolare così “intimo“ e sopratutto inclusivo di una serie di variabili altrimenti non disponibili o difficilmente integrabili, e poter valutare il potere predittivo di questo indice in uno studio di follow-up, rappresenta certamente una prospettiva allettante e di sicura rilevanza sia in termini preventivi  che  terapeutici. Per il fisiopatologo, che pur non disdegna l’informazione derivata dallo studio di popolazione, la domanda principale è invece un’altra. Come è possibile che la disfunzione endoteliale della vascolatura dell’avambraccio, contestuale ad un’alterazione analoga a carico di distretti critici per il manifestarsi della malattia, non  si traduca in sede locale negli stessi processi patologici? E’ certamente paradossale che proprio uno dei pochi distretti vascolari totalmente immuni dalla patologia aterosclerotica ed occlusiva, venga chiamato a testimoniare dell’esistenza e dell’evoluzione della patologia stessa in altri distretti. Malgrado queste perplessità, credo siano pochi oggi quelli a cui interessi capire quali siano i “ fattori protettivi” che  salvaguardano alcuni distretti, o segmenti di uno stesso distretto, dall’azione dei vari “fattori di rischio“, impedendo o interrompendo agli esordi quella catena di eventi oggi ritenuta responsabile delle varie manifestazioni cliniche della malattia cardiovascolare.

A dispetto di queste considerazioni il percorso tipo: studio n.1 “ dimostrazione dell’associazione statistica tra disfunzione endoteliale e accidenti cardiovascolari ” seguito dallo studio n. 2 “ effetto del farmaco X (con una qualche azione positiva su una delle tante funzioni endoteliali) sugli accidenti cardiovascolari “  ha sicuramente molte più opportunità di essere effettuato rispetto ad uno studio che pretendesse di entrare nel merito dei meccanismi. Non importa se nello studio n.2 la funzione endoteliale dei singoli pazienti arruolati non viene misurata (sarebbe tra l’altro troppo costoso), è sufficiente che i pazienti appartengano a popolazioni in cui è “ben nota” l’esistenza di una disfunzione endoteliale. Possiamo consolarci constatando che  non di rado la  scorciatoia “fattore di rischio-trattamento” ha prodotto risultati non preventivati sulla base delle ipotesi di partenza, come è stato il caso degli ACE-inibitori o delle statine, riproponendo per il farmaco la revisione dei suoi meccanismi di azione, nuove indicazioni e nuovi giri di valzer per decine di migliaia di pazienti.

Se poi, nelle rispettive logiche epidemiologica e fisiopatologica, spostiamo il confronto dai distretti vascolari a quello tra individui, le perplessità aumentano. Anche qui soltanto un esempio che possa sollecitare una qualche reazione critica nei confronti di alcuni “ovvi“ convincimenti. Nella grandissima maggioranza degli studi epidemiologici, i fattori di rischio sono considerati tali in quanto statisticamente associati alle manifestazioni cliniche della cardiopatia ischemica (come la morte cardiaca, l’infarto non fatale, l’angina instabile, il reinfarto ecc.) o della cerebropatia vascolare (come il Tia o l’ictus). Di conseguenza i fattori così individuati sono fattori di rischio della malattia ischemica cardiaca o cerebrale. Malgrado questa ovvia conclusione, gli stessi fattori sono invece considerati fattori di rischio allo stesso tempo sia della malattia ischemica clinicamente espressa che della patologia aterosclerotica asintomatica. Questa traslazione avviene ovviamente sulla base dell’assunto che l’aterosclerosi sia la premessa necessaria e indispensabile della malattia ischemica clinicamente evidente (anche se per una minoranza dei casi, come per l’angina vasospastica e il 10% circa degli infarti, viene riconosciuta l’assenza di una patologia vascolare ostruttiva).

Per quanto riguarda la cardiopatia ischemica, questo assunto sembra più che giustificato se si considera la prevalenza della lesione aterosclerotica coronarica nei casi di malattia (intorno al 90% nei casi di infarto e di angina instabile) ma non lo è affatto quando si considera al contrario la prevalenza della cardiopatia ischemica tra i soggetti affetti da aterosclerosi coronarica (malattia coronarica). Infatti, anche se l’accertamento della prevalenza della coronaropatia nella popolazione generale è ancora precluso dalla mancanza di metodologie non invasive idonee, l’informazione sull’endemia dell’aterosclerosi coronarica ci viene da studi anatomopatologici effettuati su soggetti deceduti per cause accidentali o per malattie diverse da quelle cardiovascolari. In particolare, come ampiamente descritto nei capitoli precedenti, questi studi rivelano che la malattia coronarica interessa ben il 90% degli individui nella fascia di età corrispondente a quella dei pazienti con cardiopatia ischemica con intervalli di severità ed estensione della coronaropatia del tutto sovrapponibili. Questo dato, se confrontato con la prevalenza della cardiopatia ischemica, dice con molta forza che la cardiopatia ischemica costituisce l’eccezione piuttosto che la regola nella storia naturale dell’aterosclerosi coronarica. In altri termini la coronaropatia dà luogo alla malattia ischemica e alle sue drammatiche conseguenze soltanto in una piccolissima minoranza dei soggetti affetti mentre non ha alcuna conseguenza nella larga maggioranza.

Sul piano fisiopatologico le domande poste da questo dato epidemiologico, sistematicamente ignorato in ogni discussione sulla patogenesi della cardiopatia ischemica, sono molte. Tra queste ci si limiterà a proporne soltanto alcune. Ha senso immaginare la lotta  contro l’aterosclerosi nella popolazione generale come la soluzione finale del problema delle malattie cardiovascolari? Non sarebbe più logico ricercare i “fattori protettivi” che rendono l’aterosclerosi coronarica una malattia benigna e inoffensiva nella grandissima maggioranza dei casi? Quali sono le conseguenze dell’attuale confusione tra aterosclerosi e malattia cardiovascolare in termini fisiopatologici, epidemiologici, preventivi , terapeutici ecc?

Quando domani la coronarografia non invasiva sarà diventata una realtà e ognI soggetto “sano” pretenderà di leggere il proprio futuro nella novella palla di cristallo , come ci comporteremo di fronte alla moltitudine di stenosi di ogni tipo e severità? Dopo aver trasformato i “soggetti sani” in “pazienti terrorizzati”, rincorreremo le loro lesioni con cateteri e bisturi?  O scopriremo, naturalmente sulla base di una costosa “evidenza ”, che più della stenosi conta quello che c’è a valle, concludendo che è meglio lasciar perdere la palla di cristallo, visto il carattere benigno della coronaropatia, le restrizioni alla spesa sanitaria e i fantastici e inaspettati risultati dell’ultimo megastudio sulla “ mancata progressione della stenosi”?

 

Conoscenza dei fatti e ricaduta pratica operativa

Quanto finora detto é il minimo necessario che chiunque deve conoscere se si vuole partecipare a ragion veduta alla discussione sulla giustificazione o meno dei dogmi correnti e conseguenti trattamenti. E per iniziare una tale discussione che dirimi dubbi, incertezze e contraddizioni sarà utile riferire il monitoraggio, istante per istante di questa malattia coronarica vissuta da uno di noi (GB). Già pubblicato proprio come esempio antidogmatico, pensiamo sia utile riportarlo quasi integralmente, così da porre alcune questioni fondamentali per capire e dedurre il comportamento più corretto; convinti come siamo che proprio il soggetto possa regolare se stesso al di là degli schemi prefissati. Il "cura te ipsum" che rimane tutt'ora, almeno per le problematiche mediche ancora non risolte, l'arma migliore quando sorretta da una propria indipendenza culturale, raggiungere la quale é lo scopo di queste pagine.

Un medico che si ammala di una delle malattie che cura o studia é evento comune e il riferirlo non é di per se molto originale. Ma nel nostro caso l'originalità sta nel dissenso fra l'interpretazione ufficiale e la visione eretica personale con tutte le implicazioni terapeutiche inerenti. Riportiamo, quindi questo monitoraggio di una cardiopatia coronarica che dura ormai da più di vent'anni.

 

Cosa ho imparato monitorando la mia ischemia

     Era quasi un dovere diventare lo storico di me stesso per cogliere in proprio l’evolvere naturale dei segnali clinici, toccando con mano il rapporto malato/malattia, al di fuori della legge dei testi e dei molti camici bianchi affollati intorno, ognuno con il proprio credo diagnostico-terapeutico. Una storia che ha inizio una sera di autunno dell’81, fermo sulla Cisa ad un distributore di benzina, durante un rientro a Milano dall’Istituto di Fisiologia Clinica di Pisa. Dire dolore è eccessivo. Solo una lieve pressione, fissa e fastidiosa, vicina allo sterno senza altre sensazioni. Insorta in un momento di benessere fisico - per me guidare ha avuto ed ha tutt’ora un’azione rilassante - anche se in un periodo particolarmente tensivo e faticoso. La solita quinta o sesta colonna incapace di costruire ma sempre a caccia di potere per il potere, incurante di vanificare gli sforzi di cinque anni per edificare linee interdisciplinari finalizzate a capire il fenomeno malattia ischemica nel nostro paese, quando si incominciava a decollare con ottime prospettive. Il “fastidio” durò  forse meno di un minuto - solo un “patologo” poteva riconoscerlo come un equivalente anginoso - senza che si ripetesse, sostituito però nei giorni seguenti da un senso di stanchezza anormale che mi consigliò di riprendere la macchina per un controllo a Pisa. Mi ritrovai a sbirciare di traverso lo schermo dell’eco e della scintigrafia e a districarmi dai cavetti dell’elettrocardiogramma pedalando la bicicletta. Attorniato da espressioni preoccupate, mascherate da un sorriso che non tranquillizzava nessuno, trasportato in carrozzina per evitare ogni possibile sforzo. Sorridevo dentro di me che solo un’ora prima guidavo e mi muovevo normalmente, non molto spaventato dallo spettro dell’infarto immanente che aleggiava ed alimentava l'eccesso di prudenza. Dopo un allettamento “raffreddante” soprattutto con il sonno, per una settimana, tutti i segnali sono rientrati nella norma, gli enzimi non sono mai comparsi e, fatto il tagliando, ho ripreso il me stesso di sempre con una piccola area apico-settale che non si contraeva. Tutti in accordo di non fare nulla di più, sotto controllo pianificato e in terapia ritenuta adeguata. Espressi la mia gratitudine a chi mi aveva seguito con affetto e competenza e corressi la mia scheda di dimissione nella quale qualcuno aveva formulato la diagnosi d’infarto che dal mio punto di vista, come si vedrà più avanti, non corrispondeva a verità. E lo stare a vedere comportò dieci anni senza altri allarmi, con controlli immodificati, in trattamento evidentemente efficacie, e sopratutto con la fiducia nei miei circoli collaterali; preoccupato soltanto di contenere lo stress adrenergico, il quale, essendo tornato alla mia attività di sempre, non poteva non essere in agguato. E le rare volte che il fastidio faceva capolino, veniva subito fatto rientrare con la solita pastiglia sublinguale. Quando dico attività di sempre, includo tutto: il lavoro senza confini, il contrasto teorico, la sequenza continua di progetti, con altrettanto inevitabili spostamenti un pò ovunque; sci oltre i 3000 metri, nuoto di fondo e la faticosa attività nei campi e nei boschi che fin da ragazzo ha costituito il diversivo più riposante.

     Si arriva così al novembre ‘91, quando, sempre in coincidenza con un altro periodo di pesante sovracarico mentale, la sintomatologia si è ripetuta ma questa volta con un fastidio più vicino al dolore - una sensazione di irritazione da carta vetrata - sempre in coincidenza con tensione/irritazione e che si acuiva anche con il minimo sforzo di pochi, lenti passi. Da sottolineare che in assenza di stress psichico ero in grado di svolgere un pesante sforzo fisico protratto per ore senza inconvenienti. Mi sentivo imprigionato da questa sintomatologia ogni volta che scrivevo una pagina “sentita”, o dovevo fare una lezione o discutere un progetto. Un’invalidazione totale che mi riportò a Pisa con un quadro eco-scintigrafico da ischemia preoccupante e con notevole espansione dell’area ipo-acinetica precedente; sempre in assenza di enzimi o altri disordini funzionali o quadro classico d'infarto. La decisione in favore dell’intervento chirurgico fu rapida, convinto che il dolore - anche con i primi interventi cosidetti rivascolarizzanti di Beck, Vineberg, etc che non rivascolarizzavano niente come dimostrato dall'esperimento - sarebbe scomparso e con lui la difficoltà di non poter essere me stesso. Da qui il passaggio obbligato attraverso la cineangiografia per accertare dove abboccare una mammaria e tre graft venosi a valle delle tre coronarie principali occluse; compensate evidentemente da anni da circoli collaterali che non potevano non aver funzionato e bene. Nel giro di pochi giorni mi sono trovato in sala di rianimazione, sentendomi liberato, una volta stubato, nel risentire la mia voce , ancora flebile ma con una gran voglia di farsi ascoltare. E a Fiorella e a un figlio in attesa del mio risveglio feci capire di preparare il decespugliatore che, lo dico per i cittadini, é un attrezzo dotato di un motore da mettere sulle spalle ed una lunga asta avente alla sua estremità delle lame ruotanti per tagliare il sottobosco. Ha inizio così la convalescenza con i primi passi titubanti attorno a casa, appoggiato al braccio di chi non mi ha mai lasciato neppure per un minuto, fino al rastrello per raccogliere i miliardi di foglie nei boschi; avendo scelto questo tipo di riabilitazione all'arida anche se attrezzatissima e "scientifica" palestra che avevo visitato. Una convalescenza senza ricadute o segnali negativi di alcun genere. Solo un episodio, a cielo sereno dopo dieci giorni dall'operazione, di broncospasmo  così intenso da dover correre alle due di notte nelle braccia dei cardio-chirurghi, i quali, accertato che il cuore faceva il suo dovere, hanno ridato in pochi minuti aria ai miei alveoli. Mai sofferto di asma non ho più avuto questa estremamente spiacevole sensazione di affogamento, la cui causa resta un incognita dalle molte congetture.

     Questa la storia della mia ischemia che ritengo di aver sintetizzato con obiettività senza sopra o sottovalutare gli eventi dai quali mi sembra lecito trarre alcune considerazioni, con la premessa di poter essere inquadrato diagnosticamente come un'"anginoso instabile" senza che finora sia l'infarto o la morte improvvisa mi siano venuti a visitare.

     La prima riguarda cause-effetti di questa mia sindrome coronarica acuta sottolineando come in realtà si tratti di episodi che si esprimono su un sottofondo cronico già preesistente anche da anni e che per loro natura e/o per la terapia sono stati azzerati per tempi lunghissimi. Dieci anni dal primo al secondo evento "acuto" della mia storia. Storia che per quanto riguarda i cosidetti fattori di rischio si limita a due sole possibilità. La famigliarità e il fumo. Mio padre e mia madre morti improvvisamente e inaspettatamente - senza segnali precedenti nonostante periodici controlli medici - rispettivamente a 68 e ad 80 anni. La morte é avvenuta in casa, in fase di assoluto riposo e sicuramente senza dolore come accertato dalle persone che erano presenti. Non solo, mio padre, uomo attivo e ancora in piena funzione lavorativa, aveva avvertito un senso di freddo e, aveva chiamato il suo dottore - io ero negli Stati Uniti - il quale dopo averlo visitato aveva diagnosticato un possibile stato influenzale e aveva dato la solita aspirina. Questo accadeva alle 20 e, in più, nel pomeriggio un controllo elettrocardiografico era risultato normale. Dopo un'ora, mentre era in letto con alcune persone accanto, si addormentava per sempre senza dire una parola o un gesto di allarme. Mia madre invece, dopo una cena alla quale aveva partecipato con la solita vivacità e dopo una notte tranquilla si era svegliata, aveva giocato con la sua cagnolina preferita e anch'essa si é addormentata per sempre mentre sdraiata nel letto aspettava una tazza di the. E’ battuta di moda dire che si devono scegliere buoni genitori; perchè la malattia non s’instauri, ma quando inizia ritengo sia più opportuno scegliere un buon se stesso, come cercherò di spiegare più avanti. L’altro fattore era il fumo. Nella tarda adolescenza ho incominciato a fumare la camomilla nella pipa, indotto a provare da un mio compagno “nervoso” al quale un medico certamente originale aveva prescritto questo tipo di terapia. Ignoro se la camomilla bruciata ed aspirata  abbia poteri calmanti. Il mondo é bello perché vario e la fantasia anche dei medici é infinita. Di fatto la camomilla era disgustosa e il passaggio al tabacco fu obbligato. Forte fumatore? Accendevo la pipa al caffé del mattino e la spegnevo con la lampada della scrivania a notte tarda. La pipa é un rituale che mi accompagnava al microscopio o nello scrivere anche se erano più le volte del riaccendere che di ricaricare altro tabacco. E' un fumo "subaspirato" e più depurato che non quello della sigaretta ma sempre fumo era. E il fumo attiva il sistema adrenergico peraltro già attivato da tanti altri stimoli. Nell'elenco dei fattori di rischio lo stress adrenergico non figura ufficialmente, forse perché manchiamo di tecniche affidabili per confermarlo e soprattutto monitorizzarlo per estrapolare, dalla sua variabilità normale, i valori di rischio. Un settore che da tempo si va dicendo meritevole di approfondimento per categorizzare le persone più propense a risposte esagerate del sistema neuro-ormonale. E che questa sia una strada da battere per capire gli ancora oscuri collegamenti fra cuore e cervello, sembra suggerito anche dalla mia storia nella quale gli episodi "acuti", quelli cioé avvertiti soggettivamente, erano sempre in coincidenza con particolare tensione mentale. Dico questo perché se esaminiamo il mio iter, é abbastanza improbabile che esso sia interpretabile con la rottura di placca et similia, mentre é certo che i circoli  collaterali abbiano funzionato nonostante la totale occlusione di tutto il circolo arterioso sicuramente da anni. Se fossi stato nelle mani di un mio buon conoscente - il quale tutte le volte che c'incontriamo si affanna a dir che non mi crede - é sicuro che già al primo episodio sarei stato angioplastizzato e i dieci anni di benessere seguenti sarebbero stati attribuiti al catetere salvifico mentre il secondo episodio sarebbe stato fatto rientrare nella logica della progressione aterosclerotica - non protetta dai circoli collaterali - che solo la rivascolarizzazione chirurgica poteva controbattere. Da quest'ultimo intervento e che torno a ripetere fatto perché toglie il dolore e quanto gli sta dietro, sono passati oltre undici anni di uguale benessere anche se con una pompa cardiaca che funziona a scartamento ridotto. Non so quanti by-pass siano ancora aperti o meno e non sarei meravigliato di saperli tutti occlusi. Potrei controllare con una cineangiografia ma mi dissuadono alcuni casi di ictus cerebrale dopo cateterismo in pazienti anziani. E cito l'esempio di un paziente di 80 anni con storia clinica di angina instabile ricoverato d'urgenza per pancreatite e che nonostante un ecocardiogramma che mostrava una perfetta funzionalità miocardica, é stato sottoposto a cineangiografia per accertare lo stato "coronarico" prima dell'asportazione dei calcoli biliari. Sfortunatamente la cineangiografia ha determinato un infarto cerebellare ed ischemia cerebrale e il paziente é in fase di recupero  da oltre un anno. Cosa fare? Ho avuto l'opportunità sia di vedere l'angiogramma con occlusione della discendente anteriore e della coronaria destra e stenosi della circonflessa ed un'impressionante circolo collaterale; sia di ricontrollare di persona, assieme al cardio-chirurgo responsabile, l'ecocardiogramma del tutto normale. Saggezza ha voluto di tenerlo sotto controllo senza interventi, perché un miocardio che funziona globalmente deve avere un flusso nutritivo sufficiente per le sue attuali condizioni di vita. Avendo imparato che raschiare con un catetere la superficie aterosclerotica dell'aorta di un anziano può provocare emboli che vanno ad ostruire rami arteriosi del cervello.

     La seconda considerazione riguarda il tipo di danno che il mio miocardio ha subito. Il dato certo, anche senza la conferma microscopica, é che l'area ipo-acinetica la quale è opportuno sottolineare, non si é modificata con la rivascolarizzazione chirurgica, é l'esito in cicatrice fibrotica di una necrosi. Tutti ammettiamo l'infarto silente, non tanto per documentazioni clinica a posteriori di zone "mute" in assenza anamnestica di dolore o altri parametri specifici, quanto per il riscontro di una tipica lesione infartuale nei casi "normali" di morte improvvisa ed inattesa nei quali non é stato possibile appurare da testimoni affidabili il sintomo dolore. Avendo presente che, in circa la metà di questi casi, l'infarto aveva un'età istologica superiore ai cinque giorni e quindi aveva permesso di continuare la solita vita. Un caso recente mi sembra paradigmatico per varie ragioni. Si tratta di un atleta di 35 anni con assunzione sistematica di testosterone, sollevatore di pesi, in continua attività agonistica, morto improvvisamente ed inattesamente, il quale ha mostrato un infarto databile sui 15-20 giorni, in presenza di coronarie assolutamente normali e con microcircolo altrettanto normale in tutto il miocardio non infartuato. Nei giorni precedenti si era lamentato di un sopportabile dolore toracico anteriore, imputato a stiramento muscolare da sollevamento dei pesi. Esempio che sottolinea il dubbio che i cosidetti casi di infarto silente siano meno silenti di quanto si creda qualora si riesca ad approfondire la loro storia. E' certo tuttavia che può mancare il classico quadro con tutto il corteo sintomatologico. Ma esiste anche l'altra possibilità di una necrosi miocardica di natura adrenergico-miotossica che potrebbe riallacciarsi allo stress mentale. Necrosi catecolaminica che, come si è visto, ha un suo ruolo nella storia naturale della cardiopatia ischemica specie in rapporto all'aritmia maligna. E' quindi pensabile che ogni "tensione" possa indurre uno stress adrenergico che a sua volta può indurre microfocolai di necrosi, ripetuti nel tempo i quali confluiscono in una fibrosa riparativa anche estesa, simil-infartuale. Quanti dei cosidetti infarti silenti pregressi possono essere attribuiti  a questo tipo di danno? Nè la mia storia conferma il concetto ormai superato d'ischemia cronica perché se totalizzassimo gli sforzi di ogni tipo fatti nei troppo lunghi periodi di remissione in rapporto al numero e gravità  delle ostruzioni coronariche avrei dovuto alzare bandiera bianca - o nera? - da molto tempo.

     La terza considerazione riguarda il dolore cardiaco, che nel mio caso e in chissà quanti altri é maldefinibile non rientrando fra gli aggettivi (costrittivo, urente, etc) che ogni trattato riporta. Da sempre ad ogni fisiologo, o fisiopatologo, o clinico esperto ho chiesto, ricevendo risposte vaghe, quale sia la sua genesi. Sappiamo solo che il sintomo dolore é "sentito" o generato dai nervi e che scompare con la denervazione. E se la struttura demandata a questo segnale sono i nervi, nella ricca e diffusa innervazione aorto-cardiaca delle varie componenti - vasi, peri-epicardio, miocardio, etc - c'é da chiedersi prima di tutto quali siano sollecitati e come e se non si debba parlare di dolori diversi - e anche di equivalenti non dolorosi come dispnea, sudorazione, stanchezza o altro - in rapporto alle diverse sedi di allarme. Domanda che aspetta una risposta una volta che si escluda il preconcetto che il dolore sia esclusivamente segnale di riduzione del flusso ematico da qualsivoglia causa. In altre parole, si tratta di capire se sia la necrosi atonica infartuale con l'acidosi da accumulo di acido lattico ad irritare le terminazioni nervose algogene nel contesto del muscolo con coinvolgimento (anche?) del plesso nervoso epicardico. Oppure se il dolore sia prodotto dalla necrosi da catecolamine per frammentazione oltre che dell'apparato miofibrillare anche della strutture nervose intramiocardiche; o ancora, se l'infiammazione di probabile natura immunitaria - linfo-plasmacellulare con localizzazione elettiva attorno ai nervi della media coronarica, presente solo in sede di placca nei pazienti con cardiopatia ischemica, sia un altro possibile fattore algogeno con i suoi alti e bassi propri dei processi cronici attivantesi in coincidenza con altri fenomeni disfunzionanti; o ad altre cause ancora. Quanto si cerca di dire é che ogni paziente possa avere il suo tipo di dolore o altro sintomo con fonti diverse a secondo della localizzazione ed intensità della sua causa. Avendo presente che nell'infarto "ischemico" il dolore può avvenire molto dopo nella sequenza degli eventi. Una latenza che, ad esempio, nell'unico caso nel quale é stato possibile monitorizzare angiograficamente prima, durante e dopo un infarto transmurale esteso, é stato valutato sui 90 minuti. Il che rimette in discussione il significato di ogni intervento volto a ridurre un infarto che sappiamo dall’esperimento completarsi in tempi più brevi (60 minuti). E proprio guardando me stesso mi sembra di dover sottolineare come sia difficile definire il 'dolore" sofferto. Ischemico – di certo non stabile in quanto mai occorso in tanti anni per sforzo fisico anche molto intenso - o  da possibile compromissione dei nervi intramiocardici/perimediali, ed eventuale correlazione cuore-cervello o spasmo vasale primitivo? Dopo quasi undici anni dall’intervento di bypass il mio dolore non si é fatto più vivo, il che se dovuto a denervazione chirurgica, non mi rallegra. Quello che invece mi rallegra é di poter vivere una vita normale in rapporto a quello che io sono e alla mia età. Ora il mio come altri citati nel testo sono casi limite forse di rara frequenza ma che  meritano più attenzione. E’ veramente innocuo il cateterismo in paziente anziani con maggiore probabilità di compromissione aterosclerotica dell’aorta? Comunque, questi casi vengono riportati al fine di evitare eccessi di comportamento nella diagnostica e terapia; avendo sempre presente che ogni esame è un trauma psicologico per il paziente e che non è sempre facile discriminare l’interazione dei varii presidi terapeutici dati a “pettine”, ossia contemporaneamente in tutti i malati coronaropatici. E anche se possiamo vantare un notevole avanzamento culturale in medicina dal tempo di Voltaire, c’è ancora del vero nella sua affermazione che il medico propina terapia i cui effetti conosce poco in un corpo che conosce ancora meno. E questo porta all'ultima considerazione che sul piano umano e pratico é forse la più importante.

     Se il conoscere se stessi é la chiave, denunciata fin dai primi pensatori, per avere una personalità in grado di muoversi nell'ambiente così da scegliere il bene dal male o il meglio dal peggio, il conoscere il se stesso malato---vale a dire tutte le interazioni psicosomatiche che intervengono ad alterare la sua normalità - é il mezzo per una autoterapia di controllo non meno importante di quella farmacologica o chirurgica. Il malato viene trasformato dalla malattia che lo rende o pavido ad ogni stornir di foglia, terrorizzato da una condanna che non può comprendere e confuso dall'indifferenza di chi lo cura e dai mass media sempre a caccia di qualche notizia per riempire le colonne del quotidiano, con programmi televisivi, fatti di divismo ed applausi necessariamente ottimistici ma poco convincenti; ovvero lo trasforma in struzzo che nasconde la testa nella sabbia per azzerare ogni sintomo e rimuovere il concetto della menomazione. Due eccessi con tutte le sfumature intermedie, alternantesi nella stessa persona, dal momento che il paziente é un essere umano che vive istante per istante il contrasto fra timore di aggravamento e realtà della sua vita che non si può fermare. Da qui una cultura che va formata e alla cui formazione l'insegnante non può che essere il cardiologo a patto che sia a sua volta colto e non un robot che funziona in base ai numeri tratti dagli apparecchi che usa. Una cultura che la nostra università non sa ancora insegnare e che ognuno si deve costruire, paziente incluso. Solo così si possono rimuovere la virtualità della paura di complicanze e prevenire le possibili crisi. Un autocontrollo che impari a riconoscere ogni "proprio" fattore di rischio in quanto ognuno ha i suoi, senza elenchi preconcetti. Avendo ben presente che ogni reazione psicologica ai propri stimoli può aver valore nell'alterare quell'equilibrio fra stato di malattia e benessere. E questo si realizza solo se il paziente impara a scoprire le pieghe nascoste del suo comportarsi sostituendole alle nozioni preconcette estrapolate da una media statistica che non corrisponde spesso alla sua realtà proprio perché i parametri sono tanti e sempre interrelati secondo la sua personalità. Solo così si può riuscire ad attuare una prevenzione del peggioramento senza immobilismi o iperattività dannosi, il che mi ha portato a dire che più dei genitori é necessario scegliersi - o formare - un buon se stesso. Pochi o forse nessuno, avrebbe tradotto in sintomo "ischemico" quel mio primo fastidio. Con l'invito ad essere attenti nella raccolta dei dati anamnestici così da non sottovalutare ogni sfumatura utile a capire perché una donna o un uomo é diventato paziente  e quali sono i suoi reali rischi fuori dagli archetipi accademici. Ad esempio io non ho mai sentito riferire quanto a me capitava sistematicamente  ogni volta che passavo in un luogo dove avevo avvertito il "fastidio". C'era un angolo dell'ospedale di Pisa prima dell'Istituto di Fisiologia Clinica dove un mattino, nella tensione di arrivare, lo avevo avvertito. Bene, per anni nello stesso punto riprovavo la stessa sensazione. E questa non é la banalità di un rapporto psicosomatico, bensì un rischio da evitare o comunque prevenire. Il che pone un'ennesima domanda sul significato delle prove da sforzo in pazienti che attendono il verdetto e il significato di certi risultati che mandano al chirurgo anziché rimuovere l'ansia. E qui non posso non ricordare il disastroso test da sforzo eseguito due anni fa proprio prima di entrare ancora una volta in camera operatoria per togliere un grosso adenoma tiroideo. All'ultimo momento, un bravissimo anestesista - lo stesso dell'intervento di rivascolarizzazione fatto in condizioni quasi di emergenza - aveva fatto sospendere l'intervento per accertare il mio stato cardiologico. Uno affrettato pseudospecialista, poi smentito da altri tre, aveva diagnosticato all'auscultazione una stasi alle basi polmonari e da qui il test da sforzo affrontato con l'irritazione e la tensione del caso. L'operazione fu rinviata di due settimane per finalmente trovarmi nelle giuste mani, con lo stesso cuore di quindici giorni prima. Un invito quindi ad entrare nella psicologia del paziente per aiutarlo ad interrompere quella interazione cuore-cervello che é tempo sostituisca l'egemonia del tubo ostruito. Con il medico che sappia assumere le sue responsabilità, senza terapie a pettine che contengono tutto per garantirsi (?) da tutto. E per far questo ci vuole cultura senza fondamentalismi dogmatici, con l'uso corretto dei molti ausili tecnologici, indirizzando il paziente, con la caritas di chi sa, all'autocontrollo del proprio ambiente e delle reazioni che sono soltanto sue e poco prevedibili; da scoprire e facendo partecipi chiunque conviva con il paziente stesso nel rispetto delle sue proprie esigenze e non secondo regolette fatte più per irritare che aiutare.

     Sono un emotivo o un ansioso come molti ma con una emotività ed ansia che riesco da sempre a controllare, con l'urgenza del tempo per concludere e l'irritazione profonda dell'ingiustizia in un mondo in crisi nel quale essa prevale a tutti i livelli. Il che sul piano neuro-vegetativo o meglio neuro-ormonale corrisponde al tipo A di buona memoria come si riferirà più avanti. Per quanto mi riguarda, credo a ragione veduta, di saper riconoscere le sensazioni in rapporto all'ambiente e gli effetti di quest'ultimo sulla mia malattia. Nello sforzo continuo di rivalutare la mia anamnesi ad ogni nuovo accidente, cercando di districare il non facile intreccio di quanto dovuto alla malattia e quanto al procedere dell'età. Sempre nel tentativo di controbattere lo stress psicogeno che, per un eretico continuamente impegnato, non si ferma mai sia a fronte di una pagina bianca da scrivere o un articolo avverso da digerire o una lezione da fare o al tono di superiorità se non di commiserazione intellettuale della maggioranza non eretica; riabilitandomi con il lavoro della terra che fa aumentare la profondità del respiro e libera la mente nella natura. Con un perenne arricchimento della mia anamnesi come già da studente avevo capito si dovesse fare. La solita aula ad emiciclo superaffollata con un povero paziente semiterrorizzato che al luminare che lo interrogava, ha finito per dire quello che lui voleva per formulare la diagnosi già prefabbricata. Un esempio negativo che mi ha insegnato lo sforzo di obiettività e pazienza nel raccogliere le notizie. Resto così aderente alla mia storia naturale, meravigliando i miei amici clinici - anch'io ne ho - ai quali non chiedo e non parlo mai della mia malattia, come del resto non ne parlo mai né con i miei; e anche con me stesso se non quando necessario. Sempre nell'equilibrio di non sotto o sopravalutare. Ripetendo con diligenza i soliti controlli in attesa o di un terzo episodio oppure di un'insufficienza congestizia o altro ancora. In un recente convegno un intervento invitava al "gaudeamus igitur", dal momento che anche in Italia si é ridotta come in altri paesi, la mortalità da sindrome coronarica acuta. Un titolo da anno del giubileo che si stava celebrando, anche se la tentazione é di intonare il De Profundis, visto che dopo oltre sessant'anni la cardiopatia ischemica é sempre il nemico numero uno, che elimina selezionando i migliori, dalla quale non si guarisce, essendo riusciti soltanto a trasformare la morte acuta in malattia cronica. E mi ripeto sottolineando che é un risultato poco esaltante sia sul piano umano che socio-assistenziale. Da qui l'avvertimento a chi ha la responsabilità di quest'ultima che con la riduzione della mortalità da infarto o morte improvvisa e il continuo aumento della vita, ci si deve preparare sempre più a soggetti come me da saper trattare senza eccessi interventistici ai quali oggi si tende per incultura soggettiva, dimenticando che un analogo risultato sulla sopravvivenza si é avuto sia con l'esagerazione di intervento negli Stati Uniti sia con la ben più conservativa e critica azione diagnostico-terapeutica dei canadesi. Con la considerazione che i pazienti ultraottantenni, come l'esempio prima dato, sono destinati ad aumentare e che non vanno aggrediti; e che il passaggio di un catetere – vale a dire un tubo abbastanza rigido di plastica - in aorta con grave ateromasia emboligena, più frequente con il passare dell'età, può provocare complicanze peggiori della malattia che s'indaga.

     Spero mi sia dato - con un pò di ottimismo - di poter aggiornare, fra altri dieci anni, la mia storia, dal momento che non mi é permesso di lasciare nelle sole mani degli "idraulici" un tema troppo importante per l'evoluzione della nostra società.

 

    Il caso precedente e tutti i dati finora riportati confermano come le tre sindromi coronariche acute sono entità distinte, ognuna con una sua propria storia naturale e con eventi e complicazioni propri, molti ancora da individuare e capire, senza quindi commettere l'errore di un trattamento comune. Molte delle aggressioni terapeutiche invasive mancano di una verifica senza alcun controllo sperimentale secondo rigidi criteri scientifici, veramente in grado di garantire se questo o quel intervento possa venire applicato, almeno senza danno per il paziente. Nella realtà quotidiana ogni presupposto apparentemente valido viene provato a spese di quest'ultimo. Né vale dire che tutto va tentato quanto più grave é il quadro clinico perché é inaccettabile indurre un ulteriore aggravamento dal momento che c'é sempre un lato imponderabile in ogni giudizio prognostico. Molti gli esempi fra i quali un'intervento nelle spazio praticato della solita ondata di moda, per migliorare un cuore insufficiente e dilatato, asportando un grosso "spicchio" della parete per poi ricucirla riducendo la dilatazione, nella speranza di riportare alla normalità la funzione. Presupposto forse un pò troppo semplicistico ma valida come  ipotesi di lavoro da testare in pochi centri qualificati ed autorizzati e non lasciata a chiunque voglia andare in prima pagina. E i pazienti così trattati? Ogni comitato etico dovrebbe porre il veto per iniziative incontrollate e senza validazione scientifica. Altri esempi  ci scapperanno dalla penna nelle prossime pagine. Qui, in tema di stenosi/occlusione coronarica non si può non accennare all'ultima moda, vanto dei centri più attrezzati, di intervenire il più presto possibile all'inizio di un infarto cardiaco vuoi riaprendo il vaso occluso mediante angioplastica vuoi con bypass nell'intento di migliorare il quadro clinico apportando più sangue alla zona infartuata, così da impedirne l'espansione. Abbiamo già ampiamente detto come un tale presupposto sia discutibile e la nostra opinione é che per un paziente con infarto acuto e quindi a rischio di complicanze fatali, venga "rivascolarizzato" solo quando ci si attenga a precisi criteri. E, come sempre per esemplicare, merita di riferire fra i tanti il caso di un uomo di 58 anni, senza precedenti di malattia cardiaca, nel quale é insorto un infarto in assenza di dolore "sostituito" da intensa sudorazione. Ricoverato in un reparto cardiologico, solo dopo 9 ore é stata fatta una cineangiografia la quale ha mostrato l'occlusione totale della arteria discendente, e si è riaperto il vaso mediante angioplastica con collocazione di uno "stent", ovvero di un supporto per mantenere il vaso aperto. Si rimanda alla Fig. 30 per un commento su questa procedura ovviamente eseguita al momento dell'intervento senza lunga monitorizzazione successiva. Va sottolineato, invece, come dopo la riapertura del vaso si sia avuto un grave peggioramento con insufficienza di tutta la pompa cardiaca che ha costretto ad una contropulsazione aortica e ventilazione meccanica per quattro giorni. La diagnosi alla dimissione é stata di una ridotta funzione ventricolare sinistra, cardiopatia dilatativa ipocinetica con severa disfunzione sistolica, esteso aneurisma acinetico antero-laterale. E se non si fosse intervenuti? Con  la considerazione che l’angioplastica è procedura, il cui danno è molto traumatico capace di provocare altri fenomeni come abolizione del circolo attorno alla placca ovvero spasmo del vaso e/o del microcircolo ovvero alterazioni della contrattilità del miocardio dipendente, etc.

 

 

 

IX Conclusione. Avere conoscenza di un problema equivale a dire prendere coscienza dei suoi varii aspetti e del suo rapporto con il nostro Io, rispetto alle tante incognite alla cui chiarificazione deve partecipare. Ora in ogni problema, specie della salute, esiste una parte sommersa (fatta di molti esempi come quelli dati) sottaciuta dall’accademia la quel deve ostentare solo i successi velando i decessi. Aiutata in questo dalle troppe sintesi televisivo-giornalistiche alla caccia del titolo e dell’accademico-personaggio. Sempre con quella ambigua linea divisoria fra buona fede ed interessi sollecitati dall’industria.

 

 

 

 

 

 

Personalità e cardiopatia coronarica

 

    Da sempre in medicina si é cercato di individuare diversi tipi psicosomatici (macro e microsomico, picnico, longilineo, etc) e di distinguere la propensione a certe malattie rispetto alla tipologia psico-fisica (ad es., astenico per la tubercolosi). Poco più di 50 anni fa due tipi di personalità "A" e "B" sono stati caratterizzati il primo da ostilità verso chi e per quanto lo circonda, aggressività, ansia, preoccupazione per il tempo che passa, impazienza con tutte le reazioni ed emozioni che questa variante di temperamento comporta; mentre il secondo é libero da tutto questo. Deve essere chiaro che quanto definiamo personalità é la risultante di due componenti, una indotta dal genoma, derivata dai genitori (genotipo) e quindi con risposte psicosomatiche prefissate e per così dire istintitive. L'altra é data dalla influenza esercitata dall'educazione e dall'interazione con l'ambiente durante tutta la vita (fenotipo) con un'infinità di stimoli ed interventi passivi ed attivi controllati della coscienza critica. In altre parole esiste questa componente fenotipica nella quale, in ultima analisi, la volontà può modificare il termperamento  congenito, superando le negatività ereditate. E questo é molto importante perché non ci fa sentire dei predestinati, permettendo una partecipazione attiva e cosciente nel migliorare noi stessi sopratutto in corso di malattie e specie nella cardiopatia coronarica nella quale come si é visto la componente psicosomatica é un fattore di rischio, probabilmente molto più importante di quelli sbandierati dai fautori "idraulici" della teoria corrente. Nell'accezione comune si tende a sottovalutare le pulsioni psicologiche perché non ci si rende conto come queste si traducano in eccitamento del sistema neurovegetativo alterando la bilancia fra vago e simpatico, con scarica in eccesso di noradrenalina tossica per il miocardio. Nel monitoraggio personale della cardiopatia ischemica si é detto come passando nello stesso punto nel quale si era avvertita una sensazione anginosa essa si ripeteva. Questo significa l'esistenza di quelli che una volta si chiamavano i riflessi condizionati - oggi si tende a sostituirli con interazione dei moduli cerebrali - che spiegano lo scatenamento di riflessi a seguito di stimoli abnormi. Il solo vedere il cibo in un animale provoca tutta una serie di fenomeni su base riflessa in preparazione al ricevere e digerire il cibo stesso (aumento della saliva, succhi gastrici, etc). Se alla vista del cibo si abbina l'accendersi di una lampadina, s'instaura un condizionamento per cui la sola accensione di quest'ultima, anche in assenza di cibo, provoca tutti i fenomeni riflessi prima detti. Se così è, l'associazione fra sensazione anginosa e luogo di transito o qualsivoglia coincidenza analoga, é un riflesso condizionato capace di aumentare l'escrezione tossica di noradrenalina e quindi pericoloso e da controbattere; come da controbattere è l'ingenua, ma diffusa, tendenza di rassicurarci se un fenomeno é psicologico. Il rapporto cuore e cervello é ancora un campo poco esplorato proprio per il prevalere dell'interpretazione meccanicistica dell'ostruzione vasale che sottrae ricercatori e mezzi per esplorare settori forse più importanti; ricordando come un paziente o ogni persona a rischio é continuamente sottoposta a stimoli negativi che ognuno deve imparare ad identificare per eliminarli. E' qui che si diventa il medico di se stesso in quanto nessuna regola sancita dai sacri testi può sostituire la realtà dinamica di ciascuno che, se anche etichettabile come A o B, esprime in tante sfumature il suo proprio io, con la possibilità anche di  alternanze per cui il rabbioso può diventare un depresso con cicli il cui ritmo é tutto da individuare e correlare con quanto li ha provocati. Si dice, ed é in parte vero, che la partecipazione a rieducazione di gruppo o all'esercizio fisico programmato e le tante iniziative analoghe (yoga, etc) abbiano una capacità deterrente per il rischio "adrenergico". Premesso che viene voglia di sostituire il "Tipo A" e "Tipo B" con il "Tipo adrenergico" e "Tipo vagale" proprio per sottolineare come quello che conta é in realtà il prevalere di risposta di un sistema nervoso sull'altro, con le diverse reazioni caratteriali ad essi collegate. Ora noi stessi, e il medico che ci cura, dobbiamo avere presente questa variabilità specie durante gli esami di funzionalità (ad es. prova da sforzo) facilmente inquinabili dall'ansia del paziente quando lo stesso é capace di prestazioni molto  maggiori in assenza di tensione. Ognuno ha il proprio tallone di Achille (o il passaggio in un determinato luogo o il piegarsi per allacciare una scarpa, o un programma televisivo troppo coinvolgente  o l'ambiente ostile e così via) che solo lui può individuare e cercare di eliminare.

Si é parlato di ansia/depressione e vorrei citare fra i molti un episodio che é emblematico per quanto si viene dicendo in rapporto a quel quadro o sindrome acuta, forse più difficile da valutare clinicamente, la morte improvvisa spesso riferita dai media come infarto, ma che infarto non è. Una epidemia si é manifestata fra i dipendenti della NASA (Ente Areonautico Spaziale Statunitense) licenziati per una riduzione di fondi nel 1968. Per questi dipendenti, specializzati in tecniche tanto sofisticate da non trovare facilmente un impiego in altre imprese, é iniziato un periodo di grande instabilità con ansia e depressione per la estrema difficoltà di trovare un nuovo lavoro. Stato di instabilità che per molti é esitato in morte improvvisa da arresto cardiaco, come documentato da una commissione incaricata di indagare il fenomeno.

    Si é usato il termine instabilità che comporta o per lo meno é la base sollecitante i vari aspetti psicosomatici prima detti. Con la previsione che una tale instabilità é già e sarà sempre più l'impalcatura della società postmoderna, per tutto il crescendo di innovazioni in ogni settore; innovazioni che, se pur necessarie dal momento che non si può arrestare la nostra evoluzione, implicano tuttavia di trovare il nuovo equilibrio, specie quando l'instabilità si trasforma in malattia escogitando nuovi assetti sociali disancorati dai concetti superati dalla storia. E in questa visuale, che vuole integrare la teoria dell'ostruzione vasale con lo stress simpatico o adrenergico, due approcci ci sembrano particolarmente pertinenti. Il primo argomento é l'esigenza di completare o meglio perfezionare i vari test della personalità, abbinandoli ad una curva d'incremento della noradrenalina. Sembra più logico misurare quest'ultima, anche se ottenere dati precisi urta contro molte difficoltà, che non il colesterolo o l'aggregabilità delle piastrine o la coagulabilità del sangue o l'ipertensione o altro le cui variazioni sono pur sempre dipendenti dal sistema simpatico. Misurazione che comporta una corretta interrelazione con test capaci di stimolare un tale sistema. L'altro argomento riguarda la denervazione ovvero l'eliminazione del controllo nervoso adrenergico del miocardio. Argomento ancora poco approfondito ma con alcune certezze ben acquisite. L'esempio più conclamato é il cuore trapiantato il quale asportato dal donatore con l'inevitabile recisione di tutti i suoi nervi è quindi organo denervato in toto. La sua reinnervazione é processo molto lento non essendo ben stabilito se possa avvenire entro 15 anni. In questi cuori abbiamo potuto constatare, nel tessuto di miocardio delle biopsie di controllo per monitorare un eventuale rigetto, l'assenza di catecolamine. In altri termini le terminazioni nervose del cuore in toto non scaricano più noradrenalina nell'interstizio fra le cellule miocardiche come di norma per aumentarne la contrattilità ogni volta sia necessario. Questo implica che le cellule miocardiche reagiscono aumentando sulla loro superficie i cosidetti recettori, vale a dire una specie di uncino biochimico che cattura la noradrenalina circolante nel sangue; e con la possibilità da noi dimostrata, di un danno necrotico a piccoli focolai del miocardio identico a quella prodotto nell'animale mediante iniezione endovenosa di noradrenalina. Danno che, specie in soggetti di tipo adrenergico, può alla lunga compromettere la funzione del cuore trapiantato. E questa é la denervazione globale meritevole di ulteriore approfondimento da parte degli studiosi del settore. Ma una particolare attenzione va dedicata alla denervazione parziale di zone più o meno estese di miocardio quale si é potuto  dimostrare mediante scintigrafia mirata a questo scopo; e cioé con una sostanza radioattiva, e quindi visibile in vivo in modo non invasivo, che va a marcare le terminazioni nervose funzionanti. Questa denervazione focale, presente in diverse condizioni di patologia cardiaca e in particolare nella cardiopatia coronarica, é fenomeno da tener presente dal momento che può essere la causa di una ridotta contrazione miocardica zonale,  sapendo, come già riferito, che questo è il primo vero segnale di malattia. Il che propone le seguenti  possibilità. La prima é che una zona ipocinetica (ridotta capacità di contrazione) da denervazione venga iperdistesa per aumento della pressione intraventricolare per molteplici cause (sforzo fisico, emozione/tensione con ipertensione in tutto il sistema arterioso) e tale distensione comporti - come visto nel caso riferito - l'abolizione del flusso ematico intramiocardico in questa zona e conseguente necrosi infartuale. La seconda é che, come per il cuore trapiantato, le cellule miocardiche denervate diventino più sensibili alla tossicità delle catecolamine. E terzo, che attorno all’infarto si ha già al suo inizio una necrosi da catecolamine. Necrosi zonale catecolaminica che, per un meccanismo ancora non chiaro, sfocia frequentemente nella fibrillazione ventricolare, ossia perdita del coordinamento contrattile delle cellule miocardiche  senza il quale in pochi secondi si ha l'arresto del cuore e quindi la morte. L'infarto cardiaco sperimentalmente nel cane, si associa in tempi brevi in oltre il 40% dei casi a fibrillazione ventricolare, a sua volta abbinata a necrosi catecolaminica; ambedue aboliti mediante terapia preventiva con betabloccanti. Sottolineando come l'effetto miocardico-tossico delle catecolamine si può avere tanto per eccesso di noradrenalina secreta dalle terminazioni nervose intramiocardiche (a stimolo per le cellule miocardiche normali circostanti a compensare la perdita di contrazione del miocardio infartuato) che quella contenuta nel sangue (aumentata sensibilità delle miocellule denervate).

    Parlare di stress é luogo comune e questa parola inglese ormai acquisita nel nostro linguaggio quotidiano, significa sforzo sia in senso fisico (movimento) che psichico (tensione) più delle volte interdipendenti. Ad esempio in una gara lo sforzo fisico si associa sempre a tensione psichica che sottintende tutti gli aspetti psicologici propri del tipo "adrenegico". Da qui la dizione che negli ultimi anni abbiamo adottato di stress adrenergico o simpaticotonico in quanto lo stress coincide con un ipertono simpatico e quindi noradrenalinico. Approfondire questo versante ci sembra essenziale per capire la patologia della società attuale ma ancor più  per poter prevenire la patologia della società futura destinata sempre più al sollecitamento del controllo neurovegetativo rispetto ad una vita instabile e volta a superare condizioni anomale. L'addestramento degli astronauti si basa essenzialmente ad ottenere un equilibrio neurovegetativo o psicofisico per permettere di affrontare con successo tutte le anormalità, rispetto al nostro ambiente abituale, mantenendo quello stato di salute che consenta reazioni normali verso l'anormale. Il che vale per il paziente o i predisposti che devono imparare a saper mantenere un equilibrio neurovegetativo per affrontare le anormalità indotte dalla  malattia; con l’urgente esigenza di perfezionare (analisi spettrale, test psicologici, variazioni del livello di noradrenalina) o inventare strumenti per categorizzare “l’abito adrenergico”.


TEORIA IDRAULICA E STRESS ADRENERGICO

 

    Le teorie opposte si confrontano in base ai dati di fatto e non é la prima volta nell'universo della scienza che teorie apparentemente solide si sono sgretolate quando si sono dimostrati fatti incontrovertibili. In genere ogni vero scienziato preferisce dubitare fintanto che la verità non venga dimostrata. Nessuno oggi sosterrebbe il concetto della terra come centro del sistema solare. E con Wilson si può sottolineare l'esigenza dell dubbio ricordando che "innumerevoli volte si é dimostrato che il suono del tam-tam fa ricomparire il sole dopo un'eclisse".

    Abbiamo elencato tutta una serie di fatti che parlano contro la teoria "idraulica" che vorrebbe semplificare il tutto al tam-tam di un ramo arterioso occluso. Non solo, abbastanza recentemente i sostenitori hanno allargato l'effetto tam-tam  alle piccole placche aterosclerotiche  con una riduzione del lume da non essere neppure rivelata dalla cineangiografia - il che denuncia un altro motivo della sua limitata capacità diagnostica - ma che tuttavia sono estremamente pericolose perché possono rompersi e dare un trombo occlusivo seguito da infarto e/o morte improvvisa. L'argomentazione su cui si fonda questa nuova ipotesi, subito abbracciata dai clinici e purtroppo anche da qualche patologo al servizio dei primi, merita di essere tradotta fedelmente: "nel 78% dei pazienti nei quali si é avuto in un secondo tempo un infarto, la precedente cineangiografia (eseguita anni prima) aveva mostrato una stenosi lieve del ramo che sarebbe diventato responsabile dell'infarto. Dal momento che le altre arterie coronarie non correlate con l'infarto non hanno mostrato apprezzabili cambiamenti delle loro stenosi al tempo dell'infarto, se ne deduce che, nonostante non si sia potuto documentare il grado della stenosi dell'arteria responsabile al  momento della necrosi miocardica, é probabile che si sia avuta la rottura trombogena della piccola placca e successivo infarto". Il che sta a significare una totale ignoranza della patologia coronarica per le seguenti due ottime ragioni. Primo, che nessun studio patologico, l'unico che potrebbe confermarlo, ha mai dimostrato un trombo occlusivo in placche con lume normale. Il che dovrebbe già di per se bastare ad impedire a chiunque una tale illusione etiopatogenetica. E secondo, il non tenere conto del rapporto fra alterazione della contrattilità miocardica zonale e incremento di crescita della placca nel ramo corrispondente ogni volta che si abbia un impedimento (diminuita contrattilità) del flusso intramiocardico. Infatti nel caso prima riferito con infarto monotorizzato seguito da trapianto cardiaco dopo 12 mesi, l'arteria discendente sinistra, la quale aveva mostrato un lume normale all'intervento di bypass chirurgico, era praticamente subocclusa da fibrosi (non trombosi) aterosclerotica lungo tutto il suo decorso a conseguenza dell'impedito flusso nel miocardio infartuato, con stasi e aumento di tutta le forze dinamiche sulla parete vasale (Fig. 7).

E per il lettore che voglia approfondire facciamo seguire la seguente sinopsi che mette a confronto l'idraulico con l'adrenergico, proprio per eliminare tutte le paure che certe pseudointerpretazioni ritenute scientifiche e sbandierate ovunque e comunque non possono non sollecitare nel nostro conscio o subconscio.

 

Sinopsi sul significato dei principali fattori in favore e contro il rapporto causa-effetto fra danno vascolare ostruttivo e malattia coronaria

 

CORONARIE

PRO

CONTRO

Stenosi ATS

Ischemia

funzione collaterale adeguata compensatoria

Occlusione

 

 

sperimentale arteria normale

Infarto/morte improvvisa

Dimensione infarto stabile

Modello non applicabile per la malattia coronarica umana Infarto da < 10 a > 50% del miocardio del territorio vascolare dipendente dell’arteria occlusa.

 

 

 

trombo postmortem nell'uomo

86% grandi infarti

transmurali

Fenomeno secondario in stenosi+ collaterali già funzionanti nel 40%

 

 

 

età/trombo infarto

non studiato

spesso di età differente

 

 

 

territorio vascolare

non studiato

Infarto + piccolo del territorio del vaso occluso, o invasione territorio limitrofo con  arterie normali

 

 

 

angiografica in vivo

87% entro 4 ore

Mai dimostrata prima dell'insorgenza dell'infarto

Non dimostrata nell'unico caso d'infarto monitorizzato con cineangiografia (pseudocclusione)

 

Rottura/fissurazione ATS

 

Materiale radiopaco

intracor. sottointimale

 

Via plesso collaterale avventizio-intimale

Fissurazione secondaria o artefatto.

Microembolia miocardica

Rarità emboli

Ateromasici eccezionali  e trombi fibrino-

 

 

piastrinici secondari alla necrosi infartuate

 

“Microinfarti“

“Morte improvvisa in

angina instabile“

Necrosi  non emorragica catecolaminica a seguito d'infarto

 

Rottura/trombosi di piccole placche ATS non angio-visibili

?

Mai dimostrata postmortem

 

 

 

Spasmo da sostanze vasoattive endoteliali-resistenza vasale

in fase di studio

Con quale meccanismo spesso coinvolgente solo zone specifiche di piccola estensione?

MIOCARDIO

 

 

Tipi diversi di necrosi

Mai distinte. Considerate tutte ischemiche

Differenti per morfologia, disfunzione, biochimica, patogenesi e quindi causa

 

 

 

Estensione necrosi infartuale

Mai correlata ad altre variabili

Non correlata con la morte, numero di stenosi, estensione territorio "occluso"

 

 

 

Necrosi da catecolamine

ischemia

Sempre associata con infarto/morte improvvisa e non ischemica ma tipica da infusione catecolaminica

 

 

 

Miocitolisi colliquativa

Vacuolizzazione ischemica

Secondaria ad insufficienza contrattile non ischemica

 

 

 

Necrosi da riperfusione

conseguente a spasmo

Necrosi catecolaminica+emorragia mai vista nella malattia coronarica

Se quindi il tam-tam della teoria idraulica non convince vediamo di sintetizzare,  sempre sinotticamente, gli argomenti in favore dello stress adrenergico:

STRESS ADRENERGICO NELLA MALATTIA E NELL'ATEROSCLEROSI CORONARICA

 

NECROSI INFARTUALE

 

Neurite mediale postaterosclerotica

 


    Spasmo               asinergia regionale

 


Vasocostrizione microcircolo         aumento della pressione intraventricolare

 

    Compressione extravasale        blocco di flusso          necrosi infartuale

 


Interazione cuore/cervello-Riflessi intracardiaci

 


Mionecrosi catecolaminica nell'infarto/morte improvvisa

 


Ipersensitività aritmogena

 


Fibrillazione ventricolare-arresto cardiaco

 

PLACCA ATEROSCLEROTICA CORONARICA

 

Controllo adrenergico del tono parietale coronarico

 


Ispessimento iperplastico fisiologico intimale peculiare all'uomo

 


Iperplasia nodulare fibre muscolari lisce

Stadio iniziale della placca aterosclerotica

 

INSUFFICIENZA CARDIACA CONGESTIZIA

Cronica iperattività adreno-ormonale. Ritenzione intramiocellulare Ca++

 


ridotta ampiezza contrattile        ridotto rilasciamento miocellulare

 


Sarcomerogenesi mono-dimensionale anomala

 


Paradosso peso/spessore

 


Insufficienza miocardica progressiva

Miocitolisi colliquativa

 


    Il concetto di uno stress adrenergico, vale a dire un aumento tossico del tono simpatico con eccesso di noradrenalina si basa su dati di fatto. Meccanismo da reazione di emergenza, che aiutava l'uomo primitivo nella caccia, nell'aggressività per difendersi dall'ambiente; il tutto con associata un'attività fisico-muscolare che  smaltisce l’eventuale eccesso di noradrenalina. Quest'ultima invece s'instaura in soggetti, specie di tipo A nei quali la tensione psichica é abbinata a sedentarietà e quindi senza un attività fisica antintossicante. Se uno, per qualsivoglia ragione, deve ad esempio correre, l'immediato stimolo neurogeno aumenta la frequenza e scarica le sue sostanze stimolanti nel miocardio per incrementarne forza e velocità di contrazione. Ma se si ha lo stesso eccitamento da emozione senza parallelo sforzo fisico, le stesse sostanze non smaltite si accumulano con un effetto che può essere deleterio.

L'interesse si sta orientando verso lo studio dello stress adrenergico sia di per se che in rapporto all’interazione cervello e sistema cardiovascolare con ricerche sempre più numerose su tale interazione fra mente/cardiopatia coronarica, e i fattori stimolanti il sistema simpatico, come il fumo ed ogni altra condizione (insufficienza cardiaca congestizia, aritmia cardiaca, etc) in cui il blocco terapeutico del sistema adrenergico ha dato e da risultati positivi. E' certo che quanto più si approfondirà questo versante, oggi in gran parte ancora accantonato o tenuto in margine, si potranno chiarire maggiormente tutti i fenomeni così da stabilire su basi solide se esista un comune denominatore che spieghi gli aspetti di patologia o fisiopatologia cardiaca nei quali il sistema simpatico é coinvolto. Il che costringe a rivedere tanti fenomeni ancora poco noti, distinguendo le molteplici correlazioni fra sistema nervoso e sistema cardiovascolare per riuscire a precisare in ogni quadro clinico quale sia la sua vera storia naturale. Sappiamo che lesioni primitive del cervello (tumore, infarto cerebrale) possono esordire con una sintomatologia da infarto cardiaco, poi dimostrato inesistente. Con il timore  che molti di questi casi sfuggano alla nostra attenzione per mancanza di accurati accertamenti che potrebberero, specie con la tecnologia attuale, stabilire la diagnosi corretta. Abbiamo dimostrato una infiammazione dei nervi della tunica media, statisticamente più frequente e diffuso nei cardiopatici coronarici. Quale il suo possibile meccanismo d'azione?. Irritazione di questi nervi (maggior scarica di noradrenalina nel miocardio) o loro degenerazione (denervazione zonale) o alterazione locale della contrattilità miocardica. Dubbi legittimi che vanno chiariti, dal momento che non basta una significatività statistica a provare un rapporto di causa-effetto. Sempre timorosi che l'effetto tam-tam ci porti fuori strada. Nel tentativo di specificare in ogni situazione quanto si debba attribuire alle catecolamine ematiche e quanto a quelle che si scaricano dalle terminazioni nervose intramiocardiche.

    Non é facile stabilire se uno stato di tensione emozionale possa generare uno stress adrenergico. Come segnale istologico si é provato che la noradrenalina causa una necrosi specifica delle cellule del miocardio (Fig. 24). Si é quindi pensato di esaminare i cuori di piloti di aereo precipitati da grandi altezze e si é vista questa necrosi mentre nei passeggeri essa era assente. Sembrerebbe di poter dire che lo stato di allarme si traduce per chi lotta (il pilota) per evitare la tragedia - nel nostro caso l'aereo che precipita per un tempo relativamente lungo - in uno stato tensivo con scarica tossica di adrenalina in eccesso nel miocardio durante tutti i tentativi di riportare l'aereo in assetto normale (tensione emozionale attiva), mentre i passeggeri anche se spaventati ma non impegnati ad evitare il disastro (emozione passiva) non subiscono una tale tossicità. Tenendo presente che l’emozione passiva comporta una iperattività del nervo vago.

 

 

 

X Conclusione. Molti i fatti che portano a considerare il sistema nervoso vegetativo, specie quello simpatico come fattore responsabile di diversi fenomeni in patologia cardiaca e che sono parte integrante ed esplicativa del complesso mosaico della malattia coronarica. Se quindi si tiene conto di come un difetto o un eccesso del sistema simpatico (o adrenergico) incide sulla morfo-funzionalità cardiaca attraverso la modificazione di tanti parametri (indici ematici dei grassi, aggregazione piastrinica, ipertensione, etc) si comprende come da un lato la ricerca medica debba affinare tecnologicamente la valutazione del suo squilibrio nel singolo soggetto e dall’altro come l’Io debba identificare le tante sensazioni che quello squilibrio provoca. Vale a dire conoscere quel nuovo se stesso indotto dalla malattia, imparando ad individuare le modificazioni che possono portare ad un Io sconosciuto.
Linee guida

 

    Da anni esistono due linee guida diagnostico-terapeutiche, una conservatrice ed una aggressiva - nella qualificazione dei suoi membri l'American College of Cardiology distingue fra cardiologi "interventional" e "non invasive" - che continuamente si confrontano, specie da quando si é visto come la mortalità sia uguale nel conservativo Canada e negli aggressivi Stati Uniti, con il povero paziente in balia delle mode e degli interessi personali a loro volta in parassitosi con quelli economico-industriali. In un recente diagramma si fa vedere che il grado d'invasività, alias numero d'interventi invasivi nella regione Lombardia é doppio di quello della confinante Emilia-Romagna, con il commento conclusivo che quest'ultima é arretrata nell'aggiornamento tecnologico. Commento che andrebbe corretto dicendo che l'arretrato in termini di cultura fisiopatologica é il commentatore. Ma, fra i tanti, diamo una perla riportata in una rivista divulgativa proprio per pazienti. Vengono esposti i dati di un "trial" clinico-uno delle tante indagini condotte su migliaia di pazienti  coronaropatici - nel quale si é visto che un infarto e/o il ricovero in ospedale é stato più frequente del 5% in casi trattati con terapia antiaggregante e/o antitrombotica senza interventi invasivi (cineangiografia, angioplastica, bypass chirurgico)  rispetto a quelli con la stessa terapia associata ad invasività. Anche qui il commento dell'illustre referente é stato che si debba preferire l'invasività con il risultato che il paziente lettore si sarà precipitato a farsi invadere per non rientrare in quel 5%. Senza che nessuno gli abbia sottolineato che la mortalità - fattore piuttosto importante - é risultata uguale nei due gruppi; gli abbia spiegato che un 5% anche se statisticamente significativo, é pur sempre una bassa frequenza e gli abbia ricordato l'effetto placebo, ben noto ormai da molti decenni ma che finalmente viene valorizzato anche dai neuropsichiatri. Per chi ne fosse ignaro, l'effetto placebo é ad esempio la scomparsa del dolore somministrando acqua fresca, purché il paziente abbia la fede "magica" nel somministratore; come la hanno tutti i pazienti che sono stati convinti che senza intervento invasivo non c'é salvezza. Mentre se oltre agli antiaggreganti e antitrombotici si fossero dati altri medicamenti antistressanti si sarebbero ottenuti, con ogni probabilità, risultati migliori, evitando disagi e sofferenze per il paziente che mal sopporta di venire aggredito a tutti livelli. Un esempio della inaffidabilità di molti trial clinici dai quali si derivano le così dette linee guida da insegnare nei corsi di aggiornamento. Come da segnalare é un altro esempio di falso in atto scientifico propinato da uno dei troppi programmi sulla salute della televisione di Stato. Il solito "professore" che fa vedere il disegno di tre cuori uno normale, gli altri due con le cavità dilatate con gravità crescente. E' il simbolismo dell'insufficienza del cuore che non sa più contrarsi e come il professore ha spiegato, dovuto a ridotto apporto di sangue per l'aterosclerosi stenosante delle coronarie e conseguente trasformazione fibrosa o cicatriziale del muscolo cardiaco. Ergo rivascolarizzazione (angioplastica o bypass) per far riprendere al miocardio la sua funzione. Strano che non abbia detto che basti iniettare cellule staminali per rifare un miocardio nuovo, secondo le proposte più attuali. Quel professore non é mai andato a calcolare la quantità della fibrosi del miocardio in questi casi. Avrebbe visto che l'entità della perdita del muscolo cardiaco é talmente limitata anche nei casi di cardiopatia coronarica da non giustificare un'insufficienza miocardica; come non ha mai confrontato, sempre al microscopio, questi cuori con altri colpiti da altre malattie con arterie coronarie normali e con lo stesso quadro fatale di insufficienza miocardica. Si sarebbe accorto che quest'ultima non é dovuta all'aterosclerosi coronarica e al ridotto apporto di sangue  al miocardio, bensì ad un altro tipo di danno, tutto da scoprire - anche se una certa terapia innovativa sembra avere una certa efficacia - e che riguarda la miocellula e la sua alterata biologia molecolare da probabile disordine del sistema neurovegetativo ed ormoni ad esso connessi.

    L'unica linea guida é quella che il paziente stesso formula studiandosi nel procedere, istante per istante, della sua malattia. E se sufficientemente colto, potrà confrontare la sua con le linee guida suggerite da altri, grandi società cardiologiche comprese. Ma resta il quesito di fondo che ogni organismo, si tratti del singolo paziente o del singolo dipartimento di cardiologia ha in se stesso nell'esperienza quotidiana che vive, gli strumenti e i parametri per scegliere i propri comportamenti. Linee guida non statiche ed inamovibili bensì duttili e pronte a migliorare non appena nuove prospettive teorico-pratiche compaiono.

 

La centralità del medico di famiglia nel programma di prevenzione

La stima del rischio cardiovascolare del singolo individuo (paziente o soggetto che sia, a seconda dell’evidenza clinica o meno della malattia) non va intesa come un’operazione isolata ma come parte di un processo più complesso che include il disegno, la messa in opera ed il monitoraggio di una strategia di intervento. Una strategia ritagliata sull’individuo nel suo contesto familiare, culturale e socioeconomico. La realizzazione dell’intera operazione richiede l’intervento di più soggetti, che costituiscono gli anelli di una catena che può portare al successo soltanto se completa e duratura nel tempo. E il paziente, reale o potenziale, è allo stesso tempo oggetto e soggetto dell’ operazione preventiva, il cui successo non può prescindere dalla sua adesione convinta ad un programma che non di rado si traduce per lui nella rinuncia a cose che, per altri versi, hanno una valenza positiva. Per questo motivo il rapporto fiduciario  tra medico e paziente, le qualità psicologiche del medico e le sue capacità di persuasione costituiscono l’elemento centrale di tutta l’operazione.

Da questa prima considerazione sembra chiaro il ruolo preminente del medico di medicina generale. E’ a lui infatti, anche se rifiuta il nobile titolo di medico di famiglia, che è affidata la salute del paziente, e con lui dei suoi familiari, attraverso un rapporto continuo che dura nel tempo. Il rapporto  con la famiglia ha una duplice valenza: da un lato offre al medico l’occasione di pianificare una prevenzione a livello familiare attraverso la conoscenza della storia sanitaria dei vari componenti, dei loro legami genetici, e del loro stile di vita, dall’altro di trovare nella famiglia preziosi alleati nell’opera di convincimento e di monitoraggio nei confronti del componente ammalato. Questo a sua volta serve da caso emblematico per convincere gli altri dell’opportunità di un’opera preventiva. Va poi sottolineato che il malato accetta più facilmente misure coercitive se queste vengono condivise da altri componenti della famiglia. Esistono studi controllati che dimostrano come la terapia preventiva sia più efficace se rivolta e adottata dalla coppia piuttosto che dal singolo. In altri termini la condivisione del programma da parte del partner ha un effetto di rinforzo sulla determinazione a  cambiare abitudini di vita inveterate. Va infine considerato che la condivisione del programma da parte di entrambi i genitori  sollecita l’emulazione nei figli, facilitando così il  radicamento di stili di vita più salutari.

Altro anello importante della catena preventiva è lo specialista, nel caso particolare il cardiologo. A differenza del medico di medicina generale, lo specialista, si confronta per lo più con  la malattia clinicamente manifesta. Il suo ruolo è preminente nella fase acuta della malattia, laddove la stratificazione del “ rischio a breve termine “ guida la decisione di intervento. Nella fase cronica lo specialista ha una funzione preminentemente consultiva e di indirizzo, in un rapporto a tre in  cui soltanto il medico di medicina generale può garantire la continuità e il monitoraggio del programma preventivo. Anche in questo caso è fondamentale che il medico  specialista riesca a stabilire un  rapporto di fiducia con il paziente, facendolo partecipe cosciente ed intelligente dei problemi legati alla sua malattia e del ragionamento clinico che sta alla base delle misure preventive da adottare. Purtroppo questo rapporto è spesso ostacolato dalla saltuarietà dei contatti, spesso affidati a specialisti diversi anche se appartenenti alla stessa struttura.

Trattandosi di pazienti già vittime della malattia cardiovascolare, il programma preventivo dovrà avere come obiettivi sia la prevenzione di nuovi accidenti cardiovascolari che la prevenzione di una evoluzione della cardiopatia verso lo scompenso. Il paziente asintomatico è in generale quello più restio a intraprendere un programma di prevenzione soprattutto se include farmaci ed è proprio in questo tipo di pazienti che si registra il livello più basso di adesione, particolarmente a lungo termine, alle misure preventive. Va infine considerato che, nella pratica di tutti i giorni, la concertazione del programma di prevenzione tra specialista e medico di medicina generale avviene in modo sporadico e indiretto, tanto che molto spesso è il paziente che deve farsi carico della comunicazione e non di rado della mediazione tra le due figure mediche. Torneremo sull’argomento della scelta del tipo di medico con una proposta innovativa per questo non facile dilemma.

 

Il rischio cardiovascolare globale

Uno dei maggiori problemi della stima del rischio cardiovascolare è quello di tradurre e applicare ad un singolo individuo le informazioni che derivano dagli studi epidemiologici di popolazione. Questi infatti spesso si riferiscono a popolazioni di altri paesi con valori di rischio assoluto e relativo diversi (e di conseguenza con rapporti costo-beneficio altrettanto diversi) e, cosa più importante, analizzano e valutano singoli fattori di rischio. Ed è proprio dalla difficoltà di stimare il rischio in condizioni in cui coesistono più fattori, che nasce la necessità di avere a disposizione mezzi capaci di pesare il valore “globale” del rischio attraverso la composizione di quei fattori riconosciuti come i più importanti: l’età, il sesso, l’ipertensione arteriosa, l’iperlipemia, il diabete ed il fumo come si può vedere dalla sinopsi seguente:

 

 

 

 

 

 

Una revisione recente contiene alcuni elementi innovativi che non investono soltanto la revisione “metrica” dei “livelli di guardia” dei classici fattori di rischio cardiovascolari quanto soprattutto l’area concettuale e metodologica. Si suggerisce di valutare il rischio cardiovascolare globale a partire dall’età di vent’anni. La valutazione non si basa soltanto sull’anamnesi e sull’esame obiettivo ma include un dosaggio dei principali lipidi plasmatici tra cui assume valore condizionante il colesterolo LDL; il cattivo per intenderci. La novità non è tanto nel tipo di “marker” di laboratorio né nei valori “ottimali” di ciascuno, quanto piuttosto la calibrazione del bersaglio da raggiungere rispetto all’entità del rischio cardiovascolare globale. In altri termini, ad un unico valore soglia di normalità , utilizzato fino ad oggi in tutte le strategie correttive dei fattori di rischio, viene sostituita una gradazione di valori che varia in funzione di una valutazione globale del rischio del singolo paziente. Da ciò deriva direttamente il concetto di intensità di intervento non univoca e mirata ad un solo fattore ma differenziata e  proporzionata al rischio globale.

Altro elemento innovativo è l’introduzione del concetto di “ rischio equivalente “ che sovverte i criteri sino ad ora seguiti nella definizione e distinzione tra prevenzione primaria e secondaria. Si tratta di una serie di condizioni che, pur in assenza di segni di cardiopatia ischemica, hanno un valore prognostico equivalente. E’ emblematico il caso del diabete che in termini di rischio di eventi futuri assume un valore equivalente ad un infarto pregresso. A questo proposito verrebbe da chiedersi: qual è il rischio equivalente di fattori non codificati ma che ci affliggono tutti i giorni? Siamo certi che ognuno di noi non avrà la minima difficoltà ad individuarne più di uno e a scoprire che l’afflizione non è oggetto della ricerca medica forse perché di nessun interesse per l’industria farmaceutica.

Va infine considerato che nella pratica cardiologica di tutti i giorni un problema critico è quello di individuare indici di rischio “incombente o a breve termine” in aggiunta agli indici di rischio “a lungo periodo di incubazione”. Vari indici di infiammazione circolanti nel sangue e di facile riscontro potrebbero assolvere questo compito.

Per quanto riguarda l’impiego di farmaci nella prevenzione non si può negare che per educazione e tradizione il nostro concetto di intervento farmacologico è legato alla risoluzione per questa via  di processi patologici in atto (dalla guarigione come obiettivo massimo, alla capacità di incidere sulla sua evoluzione, sino al controllo dei sintomi come ultima frontiera). L’assunzione da parte di un individuo “sano” di farmaci “ per il resto della vita “  che assicurino il futuro è qualcosa che non rientra negli schemi mentali né del medico né della gente, ma rappresenta la panacea per chi i farmaci li produce.

 

Integrazione e trasferimento dell’informazione sulla malattia

L’integrazione dell’informazione, intesa come raccolta ed analisi interpretativa dei dati che concorrono alla caratterizzazione clinico-strumentale del paziente, costituisce il processo alla base del così detto “ragionamento clinico” che sottende ogni decisione medica sia sul versante diagnostico che su quello terapeutico e preventivo. Il processo investigativo e la decisione di ciascuna azione derivano infatti dall’evidenza raccolta e dal suo confronto con le conoscenze “astratte” del medico secondo una logica fisiopatologica e farmacologica  basata su meccanismi che si presumono scientificamente comprovati. L’integrazione dell’informazione è quindi da intendersi come una funzione che accoglie in ingresso i dati clinici e strumentali e restituisce in uscita una stima pesata delle probabilità di “certezza” della soluzione proposta e di “efficacia” dell’azione conseguente. Questa stima probabilistica della conclusione del processo interpretativo si fonda necessariamente sulla valutazione della quantità e della qualità dei  dati a favore e contro la suddetta conclusione (informazione convergente e conflittuale).

Nel caso più favorevole tutti i dati sono convergenti e la conclusione viene valutata esclusivamente in funzione della qualità dell’informazione. Nei casi più complessi la presenza di conflittualità obbliga a prendere in considerazione un ventaglio di possibili conclusioni con scarso valore di certezza o a far ricorso ad una ulteriore valutazione. Quest’ultima potrà basarsi sull’acquisizione di nuove informazioni o anche di nuovi criteri in grado di conferire attendibilità alle informazioni già acquisite.

 

A tutt’oggi, nonostante l’imperante avanzare della tecnologia, e con questa del numero delle tecniche strumentali di indagine, è generalmente il medico specialista a farsi carico del processo di integrazione. Tuttavia, questo processo è sempre più frequentemente mediato e spesso supportato dall’impiego di sistemi informatici (Fig 30).. L’informatica non solo permette di elaborare gran parte dei segnali prodotti dagli esami strumentali ma fornisce sistemi di archiviazione e consultazione di dati sempre più efficaci e distribuiti. Completa il quadro dei supporti informatici il crescente sviluppo dei sistemi di ausilio alla diagnosi ed alla decisione.

L’autore del processo di integrazione si trova ad operare in un contesto dove le informazioni, le competenze e le conoscenze sono spesso distribuite su più strutture e appartengono a figure professionali diverse. E’ in questa realtà distribuita di competenze e professionalità che deve operare il medico chiamato a gestire il percorso diagnostico e terapeutico del paziente. Questa costellazione di informazioni e di competenze, al cui centro possiamo immaginare l’area di integrazione, crea di fatto una gerarchia dell’informazione che sarà tanto più dettagliata e specialistica in periferia e tanto più sintetica e “simbolica” al centro. Ciò significa che, nell’impossibilità di competenze specifiche in ogni settore e nel rispetto delle singole professionalità, ogni passaggio dalla periferia al centro deve essere “certificato” dal responsabile del settore più periferico.

Il protocollo di comunicazione periferia-centro è sempre più caratterizzato dal passaggio di “segnali interpretati” piuttosto che da “segnali originali”. Questo tuttavia non equivale ad un cieco atto di fiducia nello specialista, in quanto quest’ultimo è tenuto a documentare e ad argomentare le proprie conclusioni che sono poi comunque sottoposte al vaglio del controllo incrociato con i dati di altra provenienza. Il processo d’integrazione opera quindi ad un livello di maggiore astrazione dove i dati estratti dalla periferia diventano confrontabili nel momento in cui vengono ricondotti ad un unico schema logico di natura fisio-patologica.

In questo capitolo prenderemo in analisi il problema dell’integrazione dell’informazione nella cardiopatia ischemica descrivendo i parametri di interesse, la tipologia dell’informazione, il processo di integrazione, il supporto informatico ed i sistemi di ausilio.

 

Valore degli studi di outcome a breve e a lungo termine

 

La cardiopatia ischemica, ed in particolare il trattamento delle sindromi coronariche acute, rappresenta una delle aree della medicina in cui è maggiormente sentita la necessità di un’organizzazione capillare a garanzia della qualità e della costanza dei risultati. Il peso epidemiologico della malattia, il suo forte impatto socio-economico, la complessità, tempestività, multidisciplinarietà e l’alto contenuto tecnologico degli interventi, richiedono uno sforzo organizzativo che interessi l’intera struttura assistenziale, attraverso l’integrazione della componente clinica con quella amministrativa e gestionale.

L’esperienza dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR negli ultimi cinque anni, sulla sperimentazione di un sistema così fatto, per la gestione integrata di una Divisione di Cardiologia e Cardiochirurgia (Progetto SPERIGEST: MURST, Regione Toscana, IFC), dimostra da un lato come il controllo reale ed oggettivo del valore dell’assistenza erogata non possa prescindere da un monitoraggio puntuale dei percorsi diagnostici e terapeutici e dei loro esiti a medio e a lungo termine, dall’altro la complessità dell’argomento che non investe soltanto il versante tecnico dell’informatizzazione “globale” ma soprattutto quello analitico e concettuale.

In conclusione, il conseguimento di un obiettivo certamente ambizioso ma improrogabile, come quello di ottenere un’assistenza che sappia far convivere l’imperativo di raggiungere e mantenere standard elevati di qualità con quello di un’utilizzazione accorta e controllata delle risorse, non è esclusivamente un problema medico, anche se il medico rimane la figura centrale e a lui vengono richiesti grossi cambiamenti culturali e comportamentali, ma coinvolge figure professionali e competenze di ogni tipo e l’intera società, in una visione di responsabilità incrociate prima ancora che di diritti pretesi.

Dai molti esempi riportati nei capitoli precedenti è chiaro che la medicina clinica moderna assegna ad ogni decisione medica, sia essa diagnostica o terapeutica, un valore gerarchico che è definito sulla base delle sue conseguenze, sia cliniche che economiche. Quest’attribuzione di valore è quasi esclusivamente frutto di studi controllati che analizzano statisticamente, sia nel breve che nel lungo periodo, gli eventi associati ad una certa decisione. I risultati di questi studi, messi a disposizione dalla letteratura scientifica, vanno a costituire una sorta di “archivio di prove di efficacia (evidenze sperimentali)” a cui ciascun “operatore” è tenuto a far riferimento.

Il trasferimento di queste informazioni nel processo decisionale di tutti i giorni non è tuttavia così ovvio come potrebbe apparire e merita alcune considerazioni di fondo. La prima è che i risultati degli studi controllati si riferiscono a popolazioni che, per quanto ampie, sono sempre minuscoli “campioni” del variegato universo dei pazienti affetti da una certa patologia, che al di là della patologia comune differiscono per motivi genetici, ambientali, culturali ecc. Perché al singolo paziente possano essere applicate le stesse probabilità scaturite dallo studio, è indispensabile la sua perfetta aderenza ai criteri di arruolamento della popolazione di riferimento: qualsiasi deviazione da questa regola elementare invalida l’operazione. La seconda considerazione riguarda le profonde e inevitabili differenze tra il contesto in cui lo studio controllato ed i suoi risultati “probatori” sono originati e le singole realtà locali. A questo proposito basta considerare che gli studi controllati vengono sistematicamente affidati a centri selezionati, che non rappresentano certamente un “campione” delle tante e diverse realtà assistenziali a cui viene chiesta l’applicazione dei risultati e che ai pazienti che partecipano allo studio è riservata l’assistenza migliore. Di conseguenza, nella singola realtà operativa, il riferimento ai dati della letteratura sulla “leggittimità” di un certo intervento, anche se ne giustifica l’adozione, non ha di per sé alcun valore probatorio di vantaggio sicuramente acquisito.

Sulla base delle considerazioni di cui sopra, si deve concludere che la valutazione dell’assistenza debba essere affidata all’analisi dei risultati concreti di ciascun centro (studi di outcome) e al loro confronto con quelli conseguiti in altre realtà, mantenendo come riferimento quelli riportati dalla letteratura, se disponibili e confrontabili. Soltanto un approccio di questo tipo può conferire un valore reale e non “virtuale” alle scelte operative di ciascun centro. Tuttavia, questa soluzione richiede la registrazione puntuale del percorso effettivo seguito da ciascun paziente, dei suoi costi, e degli eventi, ad esso correlabili, che si verificano sia a breve che a lungo termine. Il controllo dei risultati a breve termine non presenta particolari difficoltà ed è quanto viene fatto in molte realtà, almeno per quanto riguarda i ricoveri in ospedale e a partire dalle informazioni contenute nella scheda nosologica (molto minore è la fattibilità per i percorsi esclusivamente ambulatoriali o per quelli misti). Al contrario, il controllo a lungo termine è in genere tralasciato o effettuato con modalità non idonee all’utilizzazione dei dati a fini valutativi.

Il valore di una valutazione anche a distanza sta nel fatto che il vantaggio di un intervento, specialmente se misurato di termini d’incidenza di eventi maggiori, tra cui in primo luogo la morte, è molto spesso valutabile soltanto a distanza di tempo o, se pur documentato in tempi brevi, può esaurirsi o addirittura convertirsi in uno svantaggio a distanza di tempo; esempi di questa deludente eventualità fanno già parte della storia della cardiologia!

Il presupposto per il controllo a distanza è l’acquisizione sistematica dei dati relativi al follow-up dei pazienti trattati. Questa pratica è effettuata molto di rado, almeno con i criteri richiesti da un’analisi statistica di popolazioni. Tra questi i principali sono l’applicazione sistematica del follow-up a tutti i pazienti che rientrano nella categoria oggetto dell’analisi e la durata sufficientemente lunga dell’osservazione. E’ questo uno dei punti critici della futura organizzazione della cardiologia, e della medicina clinica in generale, che richiede la costruzione di una vasta rete di informazione che, oltre a mettere in comunicazione tra loro le varie strutture sanitarie e queste con gli uffici anagrafici sull’intero territorio nazionale, assegni un ruolo preminente al medico “di famiglia”, in qualità di “monitor” qualificato dei risultati della decisione medica. E in questo senso, come si dirà più avanti, un aiuto determinante, si avrà con la diffusione e l’ottimizzazione tecnologica della telemedicina.

 

I parametri di interesse nella cardiopatia ischemica

Nei pazienti con cardiopatia ischemica sospetta o accertata l’obiettivo primario è quello di stabilire l’origine ischemica del danno documentato o potenziale della funzione cardiaca e/o di aritmie pericolose. Infatti questi due elementi occupano una posizione centrale nel processo decisionale in quanto capaci di influenzare in modo prioritario il futuro del paziente e pertanto oggetti di trattamento e di prevenzione. In questo quadro, pur estremamente semplificato, risulta chiara la necessità di un’accurata valutazione quantitativa, qualitativa e spaziale del danno ventricolare e di un giudizio il più affidabile possibile sulla sua potenziale reversibilità o espansione, attraverso una valutazione della cinetica delle varie regioni ventricolari e della documentazione in ciascuna di esse della presenza o meno di necrosi e/o di ischemia. Un ragionamento clinico basato sulla storia del paziente e che soprattutto rispetti una logica fisiopatologica deve poi ricercare i possibili rapporti di causa effetto all’origine delle alterazioni osservate e stabilire un giudizio prognostico da cui possa scaturire una decisione terapeutica valutata in termini di costo-beneficio.

In estrema sintesi, i parametri di maggior interesse nella cardiopatia ischemica sono la cinetica parietale, la necrosi (o meglio la vitalità come parametro complementare nelle regioni disfunzionanti) e l’ischemia, analizzati in un contesto più ampio che a partire dall’anamnesi tenga conto della loro correlazione spaziale e dei loro rapporti con la funzione ventricolare globale, lo stato anatomico delle coronarie e gli esiti di precedenti procedure di rivascolarizzazione, il tipo di danno morfologico/funzionale, le alterazioni elettrocardiografiche, la presenza di aritmie, i fattori di rischio associati e la risposta alla terapia.

 

Tipologia dell’informazione

Come dalla premessa, le informazioni raccolte dal medico che ha in carico il paziente sono sempre più spesso costituite da un insieme di referti specialistici o ultra-specialistici. Questi referti, a cui spesso sono annessi originali, immagini, tracciati, filmati, costituiscono un insieme di dati interpretati e certificati da chi ha eseguito l’esame. E’ possibile che la loro refertazione e trasmissione sia mediata da persone diverse dall’esecutore e da sistemi informatici di gestione dati (archiviazione e consultazione). Pertanto, l’affidabilità dell’informazione dipende, nell’ordine, dalla strumentazione utilizzata, dai software per l’analisi e l’elaborazione del segnale, quindi dall’interpretazione che lo specialista dà dei segnali elaborati dallo strumento ed infine dalla correttezza del sistema umano od elettronico che archivia e trasmette le informazioni.

La prima possibile fonte di errore è quindi di natura tecnico-strumentale e riguarda il rilievo e la pre-elaborazione del segnale. La valutazione di questo tipo di errore è cosa sicuramente importante ma che esula dagli scopi di questa discussione. Passando quindi all’interpretazione del prodotto strumentale da parte del medico specialista va considerato che questa figura, variamente aiutata nelle diverse tecniche da meccanismi di controllo automatici o semi-automatici, è sempre autorizzata ad interpretare, correggere e validare il segnale strumentale, secondo procedure che tuttavia non sono garantite da uno standard di qualità. Fa  quindi parte delle regole del gioco ritenere i referti dello specialista XX più affidabili di quelli di YY. Questa differente stima di attendibilità della fonte di provenienza del dato, che potrebbe sembrare anch’essa  soggettiva, in effetti si basa sulle argomentazioni documentate a  cui lo specialista affida le proprie conclusioni e sulla loro intelligibilità per di chi le utilizza.

Infine, è possibile commettere errori nel redigere e/o nell’archiviare il referto. Questo, come si è detto, deve fornire, per quanto possibile, una risposta chiara e sintetica dello specialista al quesito posto dall’interrogante. Spesso il messaggio perde la sua originale integrità e completezza se non addirittura il suo significato durante il percorso che porta all’archiviazione. Purtroppo errori per lo più imputabili ad una scarsa attenzione nella fase di “data entry” fanno sì che i referti archiviati siano talvolta incompleti, inesatti o addirittura attribuiti al paziente sbagliato. Non garantire la qualità del processo “data entry”, non rappresenta una forma di risparmio economico ma bensì un’operazione con effetto boomerang. L’efficienza dei sistemi di consultazione elettronici si fonda interamente sulla consistenza dei dati e la velocità di consultazione e di estrazione di parametri statistici o di popolazioni viene ad essere compromessa dall’incertezza sulla correttezza dei dati. Tutto ciò si traduce nell’impossibilità di utilizzare lo strumento oppure in costi aggiuntivi per il ripristino della sua consistenza interna.

 

Integrazione

L’integrazione dei dati è un processo “ragionato”, teso a produrre un giudizio diagnostico e la conseguente decisione  che siano supportati dall'evidenza dei dati stessi. Per questo processo è necessario in primo luogo rendere confrontabili le informazioni sui vari parametri, collocandole in uno schema comune di riferimento, ed in secondo luogo vagliare l’affidabilità di ciascuna misurata sui valori di  sensibilità e di specificità. Caratterizzare il paziente equivale  quindi a ricomporre un puzzle attraverso la raccolta, l’analisi e la collocazione delle singole tessere. I punti critici sono ovviamente due: l’assenza di informazioni, il numero di tessere insufficiente e la conflittualità dei dati, che nella nostra metafora equivale ad avere tessere che non combaciano in quanto  provengono da disegni diversi.

Nell’ambito della cardiopatia ischemica l’integrazione dovrebbe essere mirata alla documentazione della sede e dell’estensione delle aree necrotiche, ischemiche e dissinergiche, alla valutazione del loro peso relativo rispetto alla funzione cardiaca complessiva, alla loro dipendenza o meno da una patologia coronarica, alla loro suscettibilità ai possibili trattamenti, nell’ottica di un miglioramento funzionale e prognostico. Compatibilmente con i vincoli imposti da una gestione ottimizzata delle risorse e da quelli dettati dalle condizioni del singolo paziente, è auspicabile l’acquisizione delle informazioni relative a tutti i parametri di interesse ed il loro concorso alla definizione della cardiopatia nella sua interezza, in uno schema fisio-patologico di probabili cause ed effetti.

 

Supporto informatico e sistemi di ausilio

La prima forma di supporto informatico è la semplice visualizzazione del segnale e del suo andamento temporale. Il segnale è in genere  rappresentato in tempo reale dopo essere stato filtrato al fine di ridurre l’effetto rumore. Questo semplice ausilio gode di tutta l’espressività del linguaggio grafico; basti pensare alla rappresentazione compattata del segnale elettrocardiografico come avviene ormai di routine nell’analisi del test ergometrico e del monitoraggio Holter. La naturale evoluzione della rappresentazione di questo primo tipo di segnale “lineare” è l’imaging ovvero la ricostruzione di immagini bi o tridimensionali a partire da segnali multipli raccolti secondo precise coordinate spaziali. La complessità insita nell’acquisizione del segnale e nella  ricostruzione dell’immagine fa sì che non tutte le metodiche consentano la visualizzazione del fenomeno in esame in tempo reale.

La seconda forma di supporto concerne l’estrazione di caratteristiche (features), ovvero il calcolo di nuovi parametri estratti dall’analisi di uno o più segnali al variare del tempo e dello spazio. Determinare i contorni del ventricolo, stimare gli spessori parietali, i diametri e i volumi, “sottrarre” immagini le une alle altre per meglio evidenziare le differenze,  sono tutte operazioni che rientrano in questa seconda categoria di supporto.

La terza forma è rappresentata dai sistemi di ausilio alla diagnosi e/o alla decisione. Questo tipo si distingue dagli altri perché è provvisto di “conoscenza”, facoltà questa che permette di passare dall’estrazione di caratteristiche all’interpretazione delle stesse. E’ in questo contesto che le dimensioni e la cinetica di un ventricolo, confrontate con la storia clinica ed i risultati della coronarografia, possono essere tradotte in una diagnosi di cardiomiopatia dilatativa idiopatica o il confronto stress-rest può permettere la diagnosi di ischemia, di necrosi o di vitalità.

Al di là delle soluzioni tecniche su cui si basano, i “sistemi di intelligenza artificiale” usano la loro conoscenza per passare dai dati alla loro interpretazione. La misura di quanto questi sistemi siano ancora primitivi e perfettibili è esplicita nella definizione di intelligenza artificiale data da Rich and Knight nel 1991 e tuttora valida: l’intelligenza artificiale è quella disciplina che studia come rendere i computer in grado di fare cose che, per ora, le persone fanno meglio.

I primi sistemi di intelligenza artificiale si chiamavano “sistemi esperti” ed erano essenzialmente costituiti  da un insieme di “fatti” e da un insieme di “regole” che, attraverso l’impiego di un motore detto “inferenziale”, permettevano di costruire un percorso deduttivo che andava dalle premesse alle possibili conclusioni. La difficoltà insita nel modellare la realtà osservata all’interno di uno schema costituito da  premesse assolutamente “vere” e da regole altrettanto universalmente valide è stato il limite storico di questi sistemi. A ben guardare l’essere umano descrive la realtà che lo circonda facendo grande uso di concetti sfumati, relativi, probabilistici che non appartengono al mondo binario della scienza del “vero o falso”, ma sono il frutto della fusione delle esperienze e delle conoscenze da lui maturate e che solo raramente sono riconducibili ad un ragionamento logico esplicito e facilmente ricostruibile.

Da questa evidente distanza fra natura umana e sistemi logici sono nati, in tempi diversi, nuovi sistemi di intelligenza artificiale che traendo spunto dalla struttura del cervello, come le reti neurali, o cercando di avvicinarsi al linguaggio ed al ragionamento dell’uomo, come i sistemi fuzzy e le logiche non monotone  come la logica probabilistica, ci permettono oggi di dire che, grazie ad un loro utilizzo singolo o combinato, le macchine calcolatrici in questi ultimi anni si sono leggermente avvicinate all’uomo. Alcuni di questi sistemi non si limitano a ragionare secondo meccanismi che appaiono più vicini a quelli dell’uomo ma sono anche in grado di modificare il proprio comportamento sulla base delle esperienze fatte (apprendimento). Nelle reti neurali, così come sembra suggerire la biologia celebrale, non c’è una vera distinzione fra i fatti, i dati e le regole. Questo modello, detto appunto “connessionista”, vede la conoscenza acquisita attraverso l’esperienza come distribuita sul sistema di connessioni neuronali.

Dato per acquisito che la macchina non è ancora in grado di sostituire l’uomo (e quindi il medico), resta comunque da valutare, se non da capitalizzare, il contributo fornito dagli attuali sistemi. In generale,  i pregi di un sistema informatico sono riconducibili alla velocità con cui il sistema stesso produce le sue conclusioni, al suo rigore interpretativo (non si confonde, non dimentica) ed alla sua documentabile affidabilità. Per contro, può non essere facile né rilevante riprodurre  passo dopo passo il “ragionamento” seguito dal sistema per giungere alle sue conclusioni. Capita così che l’utente abbia la sensazione di trovarsi di fronte ad una sorta di “scatola nera” o “scatola magica” che produce risultati statisticamente validi ma non sempre argomentabili. Sottolineando ancora una volta che questi sistemi, in accordo con l’attributo ricevuto di “ausilio”, non scavalcano il medico ma si limitano ad un ruolo di supporto, è ragionevole ritenere che un loro impiego possa risultare vantaggioso. Un sistema di ausilio può essere considerato una sorta di petulante “grillo parlante” che non scorda mai niente e suggerisce continuamente di fare le cose più ovvie. Non è poco se si pensa che il moderno target del sistema sanitario è quello di garantire uno standard delle  prestazioni. In questo contesto, un sistema che sia in grado di integrare le informazioni relative al paziente e che possa al contempo far riferimento alle principali linee guida e consentire l’estrazione di parametri statistici dalla propria esperienza, rappresenterebbe senza dubbio un solido punto di riferimento. D’altro canto, ad un sistema di ausilio alla decisione il medico oggi richiede di essere assolutamente privo di fantasia e fornire solo conclusioni basate sull’evidenza dei fatti! Dal punto di vista dell’informatico, ciò non esclude che il medico, in un contesto che evidenzi chiaramente l’azzardo della nuova procedura, possa reinterpretare i dati, introdurre fattori di casualità o interrogare il data base  cercando conforto a nuove ipotesi.

 

Sistemi disponibili

Lungi dal voler fare un’analisi esaustiva dei supporti informatici oggi disponibili in cardiologia, limitiamo questo paragrafo all’esame di alcune tipologie che trovano impiego nel processo di integrazione dei dati.

Consideriamo dapprima alcuni modelli che consentono di “mappare” i dati provenienti da sorgenti diverse. Uno schema molto semplice e molto diffuso è il così detto “bull’s eye” (occhio di bue), nato nell’ambito della cardiologia nucleare, ovvero una rappresentazione polare, bidimensionale del solo ventricolo sinistro suddiviso in un numero variabile di segmenti confluenti in territori più vasti di pertinenza dei tre vasi coronarici principali. Su questo schema, dal cui numero di segmenti dipende la risoluzione dei dati rappresentati, vengono riportati alcuni fra i parametri più significativi: la funzione regionale, la perfusione, il metabolismo. Questo semplice sistema offre il vantaggio di poter facilmente confrontare informazioni provenienti da esami diversi e in particolare di correlarle dal punto di vista topografico (Fig 31). Per contro, i  limiti di questo approccio derivano dalla grossolanità della mappatura e dall’errore insito nella fusione di informazioni derivate da esami eseguiti in tempi e condizioni diversi. Il primo limite è legato al fatto che i milioni o le migliaia di punti del segnale originale vengono ricondotti alle decine di segmenti in cui è solitamente suddiviso il ventricolo sinistro come lo standard ecocardiografico più recente, a 17 segmenti. Questa sintesi dell’informazione in aree maggiori va comunque al di là della risoluzione propria del processo di astrazione del medico che fa riferimento a pareti e territori vascolari piuttosto che a pixel o voxel.

Al problema della bassa risoluzione dei sistemi di integrazioni delle informazioni provenienti da metodologie di imaging non direttamente confrontabili si è cercata una risposta nella realizzazione di sistemi informatici in grado di “fondere” le informazioni provenienti da sorgenti diverse (multiple sources data fusion). Ad oggi questi sistemi, molto complessi e molto costosi, riescono a fondere non più di  due metodiche, ad esempio la PET e la risonanza magnetica (Fig 32).

Il secondo limite è invece legato all’impossibilità di acquisire tutte le informazioni necessarie, allo stesso tempo e nelle stesse condizioni. La soluzione di questo secondo problema è già proiettata nel prossimo futuro ed è rappresentata da apparecchiature dette “multiscan device” che dovrebbero, nella logica del “one stop shop”, permettere, con un’unica macchina ed in un’unica sessione d’esame, di ottenere tutte le informazioni necessarie.

 

 

 

XI Conclusione Molto in generale si può affermare che qualsiasi sistema di gestione dati rappresenti di per sé uno strumento di ausilio all’integrazione. Già la semplice raccolta dei dati è un aiuto importante nel processo di catalogazione delle informazioni disponibili sul paziente a patto però che l’organizzazione della struttura sia fatta in modo tale da permettere in modo agevole il confronto tra i dati. Sia gli operatori umani che i sistemi automatici o semi-automatici operano con facilità nei contesti dove l’informazione è quantizzata in uno spazio misurabile dei valori ammissibili. Quando invece, come spesso accade con l’uso massiccio dei campi testo, ovvero contenenti non dati quantitativi ma una descrizione a parole, non è dato conoscere in termini quantitativi o topografici alcune caratteristiche dell’anomalia descritta, allora il processo di integrazione rischia di diventare soggettivo e non riproducibile.

Una volta che le informazioni siano state in un qualche modo archiviate e rese confrontabili, entrano in gioco i sistemi intelligenti. Il loro scopo è quello di suggerire una possibile interpretazione derivata dall’integrazione automatica dei dati disponibili. Un sistema relativamente semplice si può limitare ad implementare, in modo sfumato-probabilistico, il percorso logico-deduttivo che suggerisce la cultura cardiologica corrente. Si ottiene così un sistema in grado di associare una certa affidabilità ad ogni possibile conclusione e quindi di misurare anche l’assenza o la conflittualità dell’informazione.

Un sistema di questo tipo in genere opera in tre fasi: 1. la raccolta e la valutazione degli indizi a favore di tutte le possibili soluzioni, 2. la valutazione dei dati mancanti o contrari ad ogni singola soluzione 3. la proposta della soluzione più attendibile. La traduzione del risultato e dei dati specialistici in un linguaggio semplice, di facile comprensione, anche da parte dei non addetti ai lavori incluso lo stesso paziente, di facile conservazione e allo stesso tempo di facile diffusione dovrebbe essere il prodotto finale di un sistema d’integrazione di questo genere.

Un esempio di sistema di integrazione delle informazioni cliniche e strumentali, ritagliato sulle esigenze del manegement clinico del paziente con sospetta o accertata cardiopatia ischemica, è il “Lego Heart” sviluppato e già operativo nell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Si riportano nella Fig. 33 due “fotogrammi” esemplificativi del processo di caratterizzazione progressiva delle condizioni cardiache di un paziente con cardiopatia ischemica, attraverso l’acquisizione delle informazioni e la stima della loro affidabilità. Il tutto si avvale di una rappresentazione tridimensionale e dinamica del ventricolo sinistro suddiviso in 17 segmenti. Il modello richiede la caratterizzazione completa di ciascun segmento (funzione, ischemia, necrosi) nel contesto di una rappresentazione grafica con codice di colore arricchita dall’anatomia coronarica  agli interventi di rivascolarizzazione, alla funzione delle valvole, alla funzione ventricolare globale ecc.

Sistemi ancora più sofisticati sono possibili. Essi potrebbero utilizzare le informazioni accumulate in archivi o reti di archivi ad hoc contestualmente all’esperienza interattiva con il cardiologo, quali fonti ulteriori di conoscenza e di apprendimento. In questo caso il procedimento integrativo diventa il frutto dell’analisi dei dati in un contesto di conoscenze non congelato ma che si evolve nel tempo e che è dipendente dall’esperienza, e quindi dalla tipologia dei pazienti, dall’ampiezza delle casistiche, dalla qualità e dal non conformismo dei medici. Con la notazione finale che nell’attuale procedimento integrativo clinico non si ha un confronto quantitativo con i dati morfologici con tutte le loro distinzioni senza le quali viene meno la corretta valutazione di molti se non tutti fenomeni clinici.

 

L'Io che cura se stesso

    I dati di fatto, le immagini esplicative, i molti esempi a loro sostegno espressi nelle pagine precedenti tendono a stabilire un rapporto più equilibrato fra medico e paziente con l'intento di evitare gli eccessi aggressivi dell'uno e l'eccesso di plagio nell'altro. In attesa quindi che le molte distorsioni organizzative della gestione della salute, dall'inaccettabili liste d'attesa - con il ricorso forzato al privato per ridurre a ore, pagando, i molti giorni se non mesi di attesa - al muro fra curante e malato specie nella stillicidio quotidiano di una sofferenza  ed inabilità così difficili da interpretare e giustificare con spesso l'unico sollievo di potersi "confessare" avendo almeno una parola autorevole di spiegazione a conforto. E in nome di questo equilibrio abbiamo ritenuto di dare il substrato culturale minimo, ma necessario, perché la confessione dal puro lamento di sofferenza diventi un dialogo interpretativo nel quale medico e paziente si aiutino a vicenda. Ma prima che questo equilibrio, superando gli ostacoli esistenti, si attui e diventi prassi normale ci vorrà tempo, perché si deve riformare con metodi e strutture appropriate il corso di laurea in medicina prima e delle specialità poi, l'aggiornamento culturale dei medici e paramedici, il rapporto fra insegnamento, ricerca e assistenza, il controllo della dissipazione diagnostica e terapeutica, la conferma a tempi fissi della qualità professionale di tutti gli operatori ad ogni livello. Queste le tematiche principali che vanno riformate un po' ovunque, ma specie nel nostro paese dove la salute é ancora retaggio dei partiti politici più votati al potere gestionale, e con i deprecabili effetti che ognuno può toccare con mano. E la cosmesi di una presunta gestione aziendale, non convince nessuno, finché non si formeranno dirigenti educati ad una tale gestione. Se, quindi un'alba riformatrice non si intravede perché richiede tempo, sopratutto per il ribaltamento di una certa mentalità, l'autogestione del paziente che eserciti, a ragione veduta, il suo diritto di verifica su quanto gli viene proposto é forse il primo passo importante nella direzione voluta. Ma senza informazioni di fondo l'autogestione diventa impossibile, così come il fiorire di associazioni a difesa di questo o quel utente diventano spesse scatole vuote o semivuote se l'utente non conosce i termini reali della sua problematica. E il discorso si allarga in una panoramica del momento storico nel quale il paziente o coloro a rischio di malattia appartengono e che non può non coinvolgerli. In questo senso alcune considerazioni sembrano pertinenti a motivare l'autogestione.

    Ogni corso culturale si basa su determinati postulati che, con il tempo e gli interessi politico-personali, diventano dogmi. A loro volta questi orientano pensiero ed azione fino a quando nuovi fatti e interpretazioni fanno emergere nuovi orizzonti con altrettanto nuove intuizioni ed idee le quali aprono linee di ricerca mai pensate. Inizia così la contestazione al dogma; contestazione che avvia un corso che, superando l'attuale, armonizzi il passato con il presente per una più corretta previsione e costruzione del futuro.

    Questo dovrebbe essere l'evolvere del pensiero secondo la ragione. Ma il più delle volte per motivi facilmente individuabili (conquista del potere, affermazione di se stessi, fondamentalismo ideologico e/o religioso, etc. etc) - si ha una radicalizzazione estremista, sia in senso conservatore che progressista, volta a distruggere rispettivamente il nuovo o l'antico con azioni rivoluzionarie o antirivoluzionarie, nell'incapacità, specie per certa "avanguardia" già superata dalla storia, di sostituire il concetto di rivoluzione con quello di evoluzione; mettendo al rogo o alla ghettizzazione l'eresia nell'illusione che un genocidio culturale possa arrestare l'evolvere dell'uomo. Evolvere che ha due possibilità: o l'estinzione della specie per non essere stata capace di sopravvivere alla negatività dell'ambiente, ma soprattutto di noi stessi come rischiamo per il continuo riproporsi di pseudoavanguardie dal pensiero distorto o meglio senza pensiero; ovvero saper procedere alla conquista della conoscenza, vero motivo dell'esistenza nell'essere umano, superando le "guerre di religione e di partito" e il prevaricare dei sofismi e di una retorica vuota. Accettando il giustificato scontro delle idee fino alla dimostrazione conclusiva che porterà alla pace della verità, perché senza verità non ci può essere pace. E qui si inseriscono due concetti validi per chiunque ma specialmente per chi soffre l'anormalità della salute sia fisica che psichica.

    Il primo concetto riguarda la fiducia nella scienza come la via più importante per giustificare la nostra esistenza e che gradualmente si viene sostituendo alla filosofia. Fiducia oggi scossa dalla crisi, questa veramente globale, che l'intera umanità sta vivendo ciascuno con le proprie diversificazioni. E si imputa alla scienza di non aver saputo risolvere i problemi e si accusa la tecnologia e interessi economici connessi, di essere la rovina della società, ricordando l'osservazione di Lecomte de Nouy fatta nel suo Avenir de l'Esprit. Se si rapporta la comparsa dell'homo sapiens (30 mila anni l'uomo di Cro-Magnon, 100 mila quello di Neanderthal fino ad oltre un milione di anni secondo altri) agli anni prevedibili di durata del nostro sistema solare e quindi della terra, valutabili in un milione di milioni di secoli, si deve concludere che "siamo appena all'aurora dell'evoluzione umana". E così questa umanità che a noi appare così vecchia, raggrinzita da tutte le rughe dei corsi e ricorsi storici finora vissuti, in realtà mostra le rughe del neonato che ha appena iniziato a vivere. Non sorprendono quindi i tanti problemi non ancora risolti e l'immaturità di certi avanguardisti e delle lotte "religiose" del postmoderno che ricordano il ripetersi dei "giochi", spesso crudeli, dell'infante. Per renderci conto del tempo praticamente senza limiti che abbiamo avanti a noi, imparando a tornare alla ragione, dal momento che non c'é  molta differenza uccidere con la clava, la bomba atomica o il silenzio e che non esistono vie alternative quali tanti incoscienti continuamente propongono.  

    A questo ritorno alla ragione - rifiutando l'incultura dei politicanti o la non meno pericolosa ingenuità di quanti vanno dove li porta il cuore, ossia nel nebuloso ed infido mondo del sentimento e del paranormale - si affianca l'altro concetto di valorizzare in ciascuno la intelligenza e volontà per cui anche, e specie, il malato torni ad usare e valorizzare tutti gli strumenti che possiede. Illuminante in questo senso é una citazione di Benedetto Croce, il quale viaggiando fra aridi dorsi di elefante dell'Appennino nell'Italia centrale, vide una valle da Eden piena di splendidi alberi. Curioso come ogni persona intelligente chiese il perché di questa valle miracolosa nel deserto. Venne così a sapere che il parroco del piccolo villaggio aveva avuto l'idea geniale di sostituire le preghiere della penitenza dopo la confessione con l'obbligo di piantare e curare alberi. Una bellissima foresta per riscattare i peccati e un esempio unico di come saper usare per il meglio i tanti strumenti - in questo caso la confessione - di cui siamo dotati a compenso del male che l'Io soffre.

    Si vorrebbe  che tutti avessero vissuto l'inizio del neo-rinascimento nel preistorico 1962 con l'America kennediana che stava uscendo, almeno concettualmente, dalla retorica del consumismo e del paradiso hollywoodiano in terra, riscoprendo la frontiera e lo scontro con una problematica a tutto campo sempre più complessa e ad alto rischio per la nostra sopravvivenza. Un'America - si parla naturalmente degli Stati Uniti - senza età, soltanto giovane, con l'entusiasmo della gente mentalmente sana, pronta a riprendere a costruire dopo l'errore. E alla frontiera di Kennedy faceva eco il Vaticano II con Giovanni XXIII e la prima accusa allo stalinismo di Cruscev. Un mondo in risveglio rinascimentale pronto a rivedere tutto e a rifondare tutto, nella crisi del tutto. E la contestazione di Berkeley aveva centrato il problema per riportare l'essere umano alla sua essenza e liberarlo dal condizionamento del "benessere" e della tecnologia. Nello sforzo di sempre, dai primi pensatori, che continua a riproporsi per sostituire il mito e il vitello d'oro - che attrae sempre in quanto edificato da noi stessi per darci le risposte che vogliamo - con la verità che é continua scoperta con altrettanto continuo rovesciamento dei rapporti prestabiliti; e la fatica dei distinguo che "hanno malafama-come dice Croce - di sottigliezze scolastiche e certamente costringono a tendere forte l'arco dell'intelletto". Arco che non é stato teso nel '68 europeo ed italiano, in particolare, con le sue degenerazioni politico-classiste e corporative in ritardo, dove il pensiero é stato sostituito dalla violenza, dalla discussione acefala fatta di sole parole, senza proposte concrete e che si continua oggi nell'antimpero che vorrebbe rifondare un materialismo storico, sostituendo l'”operaio-proletariato” scomparso con il “povero-multitudine” creativa trasformando il comunismo in un francescanesimo sempre antistorico. Istintiva reazione al malcostume partitico-politico, condizionato da decenni di statalismo dalle false ideologie e privi del saper vedere il corso dell'evoluzione. Con il continuo danno di una disinformazione interessata o anche "onesta"  ma che si affida ingenuamente ad esperti ambigui. Un esempio per tutti. Si é detto nell'introduzione come il ritenere il cuore sede del sentimento urta con la realtà del suo trapianto che non trasferisce i sentimenti del donatore al ricevente. Ma di miti é fatta la continua tentazione di crearci un mondo in cui credere e su cui basare la nostra fiducia. Così i miti si sprecano, obbligando lo storico a riproporzionare i fatti nella cornice della ragione critica. Ed un altro esempio, é il mito che ha accompagnato e accompagna chi per primo ha eseguito il trapianto cardiaco nell'uomo. Un intervento che non doveva essere permesso poiché nei centri dove lo si studiava sperimentalmente - e quindi con un corretto approccio scientifico - tutti i dati parlavano contro l'applicazione umana. Infatti in questo centro d'avanguardia, dove Barnard aveva imparato la tecnica, del resto non molto complessa, del trapianto cardiaco, ci si guardava bene di passare all'umano. Premesso che il trapianto cardiaco é più un problema biologico del rigetto che di difficoltà chirurgica, il primo trapianto in SudAfrica é stato un arbitrio che ha sollecitato per ragioni anche troppo evidenti altri ad imitarlo con il risultato che in tempi brevi, per l'alta mortalità, oltre alla disillusa speranza di vita di tropp